La guerra alla droga lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte nel 2016 è ancora in corso, ma un altro conflitto è già all’orizzonte: quello con la Chiesa cattolica. Duterte aveva impostato la sua intera campagna elettorale sulla promessa di dar vita ad una lotta senza quartiere alla criminalità, dando carta bianca alle forze dell’ordine per uccidere criminali e tossicodipendenti, e quella promessa è stata mantenuta.

Nei tre anni di guerra sarebbero state uccise dagli squadroni della morte, composti sia dalle forze di polizia ufficiali che da vigilanti e specialisti, fra le 5mila (secondo il governo) e le 23mila persone (secondo l’opposizione). L’obiettivo iniziale si è presto spostato dall’uccisione di spacciatori, trafficanti e tossicodipendenti ad una categoria molto più vasta ed eterogenea che non include solo criminali di ogni tipo, dai ladri ai boss di quartiere, ma anche oppositori politici, attivisti civili, abitanti delle baraccopoli e, ultimamente, uomini di chiesa.

Le ombre dietro il successo

Il governo non ha mai fatto un passo indietro sulla mattanza in corso, reclamando di aver conseguito risultati altrimenti impensabili: fra il 2017 e il 2018 il tasso di criminalità si è ridotto del 9%, ogni tipo di reato ha affrontato una diminuzione – dallo spaccio di droga alle rapine e agli stupri, il numero di consumatori di droga è sceso, le grandi città come Manila sono diventate più vivibili.

La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sembra appoggiare la linea dura di Duterte: almeno nove filippini su dieci secondo i sondaggi ufficiali. Eppure, il malcontento è palpabile, soprattutto nei quartieri poveri, ed è stato raccolto dai partiti d’opposizione, i movimenti della società civile, e la chiesa cattolica.

Si può morire durante un controllo ordinario ad un posto di blocco, durante un’ispezione, o anche passeggiando lungo la strada di qualche baraccopoli. Anche i bambini di strada sono un obiettivo di forze dell’ordine e squadroni della morte: più di 100 sono stati uccisi dal 2016 ad oggi. La maggior parte di essi muore durante raid antidroga, altri perché brutalmente picchiati nei commissariati, altri ancora vengono colpiti da cecchini di passaggio negli slum, e una parte di essi semplicemente scompare dalla circolazione.

La chiesa cattolica ha duramente criticato la guerra alla droga di Duterte, ritenendola una guerra ai poveri che colpisce gli ultimi della società, lasciando invece impuniti i criminali di spessore e i membri del crimine organizzato che importano nel paese quegli stessi stupefacenti per cui un adolescente può essere ucciso da un momento all’altro. Alcuni studi sembrano corroborare la denuncia del clero, evidenziando come il governo stia tentando di risolvere la questione della tossicodipendenza e della criminalità eliminando consumatori di droga, borseggiatori, elemosinanti, ma anche senzatetto, disoccupati e abitanti dei quartieri poveri. 

Si starebbe quindi veicolando l’idea che l’obiettivo finale sia ripulire il paese dal crimine, quando in realtà lo si starebbe ripulendo soprattutto dalla povertà.

La chiesa cattolica è il nuovo obiettivo di Duterte

Negli ultimi giorni quaranta persone sono state messe in stato d’accusa per sedizione: politici al governo e all’opposizione, attivisti, e anche quattro vescovi e tre sacerdoti. L’incriminazione degli uomini di chiesa è solo l’ultimo atto di un triennio condito di retorica anticattolica, insulti al pontefice regnante, inviti all’elettorato cattolico a disertare le messe e altre dichiarazioni controverse come l’appello all’uccisione dei preti.
Qualcuno quell’appello pericoloso lo sta ascoltando: nel dicembre 2017 un sacerdote è stato ucciso dopo aver richiesto il rilascio di un prigioniero politico, l’anno scorso degli anonimi hanno ucciso tre preti noti per il loro impegno sociale nelle aree più sensibili del paese, ed aumentano le aggressioni e le minacce di morte ai “preti di strada”.
Ma è una correlazione spuria ritenere che l’agenda anticattolica di Duterte sia una reazione alle critiche ricevute per la guerra alla droga, perché alcuni eventi suggeriscono che le Filippine, proprio come l’America Latina, siano diventate il nuovo terreno di scontro fra il Vaticano e l’internazionale evangelica con base a Washington.

Duterte e la Iglesia Ni Cristo

Duterte ha perfettamente controbilanciato la retorica anticattolica, nonostante sia la fede maggioritaria del paese, seguita dal 80% della popolazione, dialogando cordialmente e pubblicizzando la Iglesia Ni Cristo (Inc). Si tratta di una chiesa protestante fondata nel 1914 che negli anni è riuscita a conquistare una notevole influenza politica, pur essendo seguita soltanto dal 2,64% della popolazione, stando al censimento del 2015.

La chiesa possiede giornali, stazioni radiofoniche, terreni, immobili, studi di produzione televisiva e cinematografica e la celebre Arena Filippina, il più grande stadio coperto del mondo. Il 2014 fu dichiarato “Centenario della Iglesia Ni Cristo” dal governo e il 27 giugno scelto come giorno festivo speciale per commemorare l’evento. La cerimonia di chiusura del centenario è avvenuta attraverso due grandi eventi pubblici: uno a Manila, e uno Washington D.C.

Nel 2018 Eduardo Manalo, ministro esecutivo della chiesa, fu incaricato di un mandato annuale da Duterte per gestire i dossier esteri del paese. La INC è oggi attiva in più di 100 paesi, in particolar modo negli Stati Uniti, dove gestisce 340 congregazioni e sta comprando città fantasma per trasformarle in propri centri operativi. Nonostante l’immagine limpida che Duterte i suoi leader tentano di veicolare all’opinione pubblica, la INC non è immune da scandali: violenze fisiche e psicologiche sui propri adepti, minacce di morte agli ex membri, presunto coinvolgimento in omicidi, riciclaggio di denaro sporco.

Le similitudini tra la INC e le sette del fondamentalismo evangelico latinoamericano sono molte, e il focus affaristico negli Stati Uniti e la strategia espansionistica nel Sud globale, soprattutto nell’Africa sub-sahariana a maggioranza cattolica, potrebbero suggerire che sia l’ennesima arma con la quale Washington sta tentando di indebolire l’acerrimo nemico vaticano, oramai costretto all’arretramento su ogni fronte.