È successo tutto in un paio di giorni. Da una parte gli articoli delle testate USA, che hanno accuratamente evidenziato come in diverse aree degli Stati Uniti si stiano formando lunghe code per comprare armi e munizioni, una sorta di preparazione in salsa americana all’emergenza coronavirus. Dal North Carolina alla Georgia, dalla California alla Pennsylvania. Dalla città di Los Angeles a ovest a quella di Philadelphia a est. Fino ad alcune aree dello Stato di New York, come Westchester, a poco più di trenta miglia dalla città. Parola d’ordine: “Ci prepariamo per difenderci, dovesse servire durante l’isolamento”.

Dall’altra parte una serie di storie, questa volta su Instagram, postate da una famosa influencer italiana (che non menzioniamo, qui il link per chi interessato), che hanno portato molti nel Belpaese a credere che la città di New York City fosse una di quelle parti. E invece no, la città di New York non è, una di quelle parti. E di file per le armi, a Manhattan e Brooklyn, Queens e Bronx, non ne esistono. Il contenuto di quelle storie-sfogo su Instagram, infatti, riprese da diverse testate italiane senza verificarne la veridicità, non corrisponde alla realtà.

Cosa sta succedendo in città

In città si fanno le file per le cose che mancano, come in tutte le grandi città del mondo: dalla carta igienica all’igienizzante delle mani, fino alle mascherine che si faticano a trovare da giorni. “Faccio la spesa per due settimane alla fine di ogni settimana per essere pronta”, spiega fuori da un piccolo market Marjie Thomson, ragazza del Montana, da sei anni residente a Bedstuy, quartiere a nord-ovest di Brooklyn. “Temo che stiamo arrivando troppo tardi a capire la gravità della situazione, spero sinceramente venga deciso il lockdown al più presto”.

Nel quartiere, così come in città, si continua infatti a vivere l’emergenza coronavirus in un mix di attesa, menefreghismo e tensione. L’attesa per la possibile chiusura totale della città auspicata da Marjie, al momento ancora esclusa sia dal governatore Andrew Cuomo che dal sindaco di New York, Bill de Blasio, nonostante i numeri del contagio stiano esplodendo: 2,950 nuovi contagiati nella mattinata di venerdì e 7,102 casi in totale nello Stato, di cui 4,408 a New York City. Menefreghismo, perché sono ancora troppe le persone, come quelle di cui parla Marjie, che vivono la quotidianità come se nulla fosse. E che quasi non si accorgono che bar, caffè e palestre siano chiusi da martedì per un motivo. Tensione, quella di chi vede la chiusura dei “non-essential business”, annunciata venerdì da Cuomo, come un allarme preoccupante, e che continua ad affollare mini-market e supermarket per non farsi trovare impreparata qualora la città dovesse chiudere davvero. Proprio come Marjie.

Nessun scenario da “Io sono Leggenda”

La situazione però è ben lontana da quella descritta in quelle storie su Instagram riportate ovunque. L’influencer italiana in questione di base a New York, seguita da milioni di persone, ha lanciato il panico definendo la città “non sicura”, paragonandola a un luogo dove le regole stanno per sparire da un secondo all’altro e in cui le persone potrebbero girare con la pistola in mano in una manciata di ore. “Quando inizi a vedere la gente che non va a comprare la carta igienica e va a comprare armi e fa le fila fuori ai negozi e quando pensi al livello di povertà che c’è in città…abbiamo deciso di andare via (da New York, ndr) e di stare fuori dalle grandi città, perché queste non sono sicure in questo momento in America”, ha detto nel video. La condivisione di questi pensieri disordinati – e per quella che è la realtà di oggi, infondati – ha provocato una vera e propria escalation di timori e dubbi, giunta fino all’Italia.

È, New York, diventata come nel film Io Sono Leggenda a causa del coronavirus? Ci saranno, presto, persone con le pistole a dettare legge in quartieri abbandonati dalle istituzioni e in assetto da guerra? Quante sparatorie ci sono già state, a causa della pandemia?, tra alcune delle domande che molti expat newyorkesi si sono sentiti rivolgere dai loro parenti e amici in Italia, nelle ore immediatamente successive alle storie-sfogo su Instagram. Domande a cui, con un mix di perplessità e sgomento, gli expat newyorkesi hanno dovuto con pazienza rispondere così: No; No; Zero.

Il picco a New York State tra qualche settimana

Anche perché presto, le file si creeranno per motivazioni ben diverse: i tamponi per capire chi è positivo al coronavirus e chi no e i posti letto in terapia intensiva, per cui la città – come l’intero Paese – non è preparata. “Abbiamo bisogno di 30mila ventilatori e non li abbiamo”, ha detto in modo esplicito il governatore Andrew Cuomo nella conferenza stampa di venerdì, dopo aver evidenziato che il picco dovrebbe essere raggiunto nello Stato nel giro di tre o quattro settimane: “Ci aspettiamo 110mila persone in ospedale e 30mila in terapia intensiva”.

Numeri spaventosi. Ma la crisi in arrivo, a oggi, non ha ancora portato nessuno a perdere il raziocinio. “Preferisco non tornare nel mio Paese e non so che procedura ci sia se mi ammalo qui: saranno settimane dure” ammette Tom Monroe, australiano 32enne che vive a Fort Greene, quartiere a nord-est di Brooklyn. “Escludo però – spiega un po’ sorpreso – lo scenario di cui mi hai appena parlato (quello descritto dall’influencer, ndr)”. Anzi, precisa, “a me sembra ci sia l’esatto opposto: troppe persone non hanno percepito il problema e vanno a giocare nei campetti di basket come se nulla fosse”.

Un quadretto, quello dei parchi pieni, destinato comunque a cambiare presto. Con i numeri di contagio che crescono giorno dopo giorno, infatti, il lockdown della città di New York si avvicina. E da domenica, con l’isolamento della città e la chiusura decretata dal governatore Cuomo per tutti i non-essential business (tutti gli esercizi commerciali a parte i supermercati, le farmacie e i servizi di delivery e take-away dai ristoranti), un nuovo mattoncino verrà posto verso quella direzione. Senza, però, che questo provochi alcuna fila in gun shop immaginari, che nella città di New York non esistono.

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