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È la capitale senza più regno. Sospesa a quasi 4mila metri, Lhasa è ancorata al ricordo di quando il Dalai Lama passava l’inverno nel maestoso palazzo Potala appoggiato sulla collina e le estati al fresco dei giardini e del palazzo Norbulingka. Da qui, una notte del 1959 fu costretto a fuggire poco più che 20enne. Trattare e aprire a Mao non era servito. E Lhasa non è Hollywood: così negli anni la pubblicità affettuosa e gratuita di attori come Richard Gere che si professa buddista e le riprese strette su Brad Pitt, prima alpinista, poi maestro quasi improvvisato di un giovane Tenzing Gyatso, non hanno potuto molto contro la politica. Sette anni in Tibet? Qui, fuori dalla pellicola, possono sembrare un’eternità, eppur qualcosa si muove.Il centro antico del Paese è stato abbracciato da boulevard stile impero. In Pechino road una giovane farmacista cinese si tiene in allenamento con l’hulahop mentre serve i clienti. Poche decine di metri, e alcune sue coetanee tibetane strisciano a terra in preghiera, incuranti che le trecce e i grembiuli variopinti si riempiano di polvere e le ginocchia di lividi. È il circuito del Barkhor, un isolato da percorrere in continua prostrazione e in senso orario, fino al tempio Jokhang, il cuore di questa città santa. Come Gerusalemme o La Mecca. Si ripetono mantra e si girano i chokhor, le ruote di preghiera. Ci sono anche quelle portatili perché qui pregare è un lavoro che richiede anche molte ore. Ma nessuno vi rinuncia. I turisti seguono il flusso: anche loro sono ammessi a molte delle stanze del tempio e possono accendere candele al burro di yak, contribuendo, in quota parte, all’intenso afrore dei luoghi, mitigato solo dall’incenso. Lhasa è una preghiera collettiva. E tutti sperano che si elevi ai cieli, che qui sono già alti. Eppure alzando lo sguardo non sfugge che la piazza sia presidiata da soldati appostati sui tetti, mentre altri colleghi, fra la folla, impugnano uno strano attrezzo, come un enorme forcipe. Serve per placcare in tempo, senza contatto fisico, chi eventualmente dia in escandescenza.Mentre negli hotel più moderni, oltre la mappa, alla reception si può chiedere anche la bombola di ossigeno, poco fuori dal centro la vita scorre ancora lenta: il Potala sembra un dipinto. Rosso, bianco, ieratico. Tredici piani, oltre mille stanze monitorate da centinaia di telecamere. Di fronte, moderno e sgraziato, scompare quasi il monumento alla pacifica liberazione del Tibet. Al pomeriggio si va a Sera, che è uno dei monasteri più emancipati: qui si può perfino assistere alle dispute filosofiche dei monaci che per un’ora discettano a favore di macchine fotografiche. Si alzano, si siedono, si infervorano. Alcuni stanno in disparte e la guida avverte: quelli sono poliziotti vestiti da monaci, no photo.Il grande fratello è ovunque. Anche fuori, nelle campagne intorno a Lhasa, dove il governo gioca a lusingare i contadini con dimore – compound nuove di zecca, gelide d’inverno, bollenti d’estate. I vecchi non se ne vogliono andare: preferiscono le case con lo sterco di yak all’ingresso. Sopra un locale unico, zeppo di coperte, thermos per il te, elettrodomestici mai usati. La roba. Uno status symbol, come nei Malavoglia. Tutto, ma non il prefabbricato. Fuori stormi di bimbi giocano con le mietitrici accese, come grandi macchinine giocattolo che non avranno mai. Intorno i genitori, piegati, lavorano i campi. La posizione di un vita. Qui anche da morti si viene piegati, secondo la sepoltura celeste: l’amico migliore è chiamato a romperti le ossa e ti seppellisce così, seduto come Buddha. I ricchi gettati nel fiume, i meno fortunati all’aria aperta, fra i monti. E che la natura faccia il suo corso. Om mane padme hum.Di Lucia Galli