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Società

Nel bosco che fa paura solo agli adulti. La famiglia che divide l’italia

I bimbi della famiglia che vive nel bosco portati via. Con il nuovo provvedimento, dovranno stare nella comunità indicata dal tribunale.

C’è una piccola casa di legno nei boschi d’Abruzzo che da settimane non è più soltanto un rifugio: Palmoli in provincia di Chieti, è diventata un simbolo, un campo di battaglia invisibile tra libertà e tutela, tra sogno e timore, tra un’idea di infanzia e un’altra. Lì vivevano Catherine, Nathan e i loro tre bambini, una famiglia che aveva scelto di allontanarsi dal mondo, di ritrovare un ritmo lento, di crescere i figli nella natura, senza elettricità e senza gas. Una vita che per loro era un ritorno all’essenziale, un modo per mostrare ai bambini che esiste un’esistenza possibile anche fuori dal rumore incessante della modernità.

Poi però quel silenzio è stato invaso. I servizi sociali, la procura, il tribunale. Tutti convinti che quei bambini non fossero protetti, che la casa fosse insicura, che l’isolamento fosse un pericolo. E così, alla fine, la decisione è stata dura: i piccoli sono stati allontanati, portati via dal bosco e dalla loro routine selvaggia ma familiare. Ora sono a Vasto presso la casa accoglienza ove può entrare anche la mamma dopo che gli assistenti sociali sono arrivati con una ventina di carabinieri.

Tutto è nato nei mesi scorsi, a causa di un’intossicazione di funghi che ha portato la famiglia al pronto soccorso: in quell’occasione i carabinieri accorsi sul posto con l’ambulanza hanno stilato una relazione che ha portato all’allerta dei servizi sociali, come giusto che fosse.

Eppure, nell’argomentare questa vicenda, una domanda sorge spontanea: davvero vivere scomodamente equivale a maltrattare? Perché esistono famiglie che viaggiano per mesi o anni in un van trasformato in casa, senza che nessuno li incrimini. Esistono genitori che pagano cifre considerevoli per fare campeggio in condizioni spartane, per far dormire i figli in tenda sotto la pioggia, per fargli imparare a cavarsela senza comfort. E nessuno pensa di togliere loro i bambini. Esistono perfino intere comunità che scelgono volontariamente un’esistenza essenziale, fatta di stufe a legna e acqua piovana, e vengono celebrate come coraggiose, come pioniere, come custodi di un’altra idea di futuro.

Allo stesso tempo, la realtà mostra una contraddizione che pesa come una pietra. Perché i bambini vengono strappati da una famiglia che vive in un bosco, mentre ce ne sono tanti — troppi — che restano per anni nelle mani di genitori realmente assenti? Genitori che li parcheggiano per ore davanti alla televisione, che li lasciano soli a crescere in un vuoto emotivo che nessuna autorità considera “urgente”. Genitori che urlano, che picchiano, che abusano, e lo fanno nel silenzio di case “regolari”, con le bollette in ordine e l’impianto elettrico a norma. Nessuno corre a salvarli in tempo. Nessuno bussa alla porta del loro dolore finché è troppo tardi.

È in questo cortocircuito che la storia della “famiglia del bosco”, come ormai nota alle cronache, diventa più di un caso giudiziario: diventa uno specchio scomodo. Mostra che non abbiamo criteri chiari su cosa significhi davvero tutelare un’infanzia. Che la sicurezza viene spesso confusa con la comodità, e la protezione con la conformità. Che ciò che è diverso, radicale, non previsto, viene guardato con sospetto, mentre ciò che è comune, anche se profondamente dannoso, viene tollerato come “normale”.

L’utopia o il rischio?

Una storia che ricorda un meno noto ma struggente film con Viggo Mortensen, Captain Fantastic, in cui un padre cresce i suoi figli lontano dalla società, educandoli al pensiero critico, alla sopravvivenza, alla disciplina, alla libertà. Un mondo perfetto nella testa degli adulti, ma pieno di crepe quando il mondo di fuori bussa alla porta. Nel film, Ben — il padre — porta i figli nei boschi del Nord America. Li allena fisicamente, insegna loro filosofia, politica, poesia, li rende autonomi come guerrieri e sensibili come studenti di un’accademia ideale.

Ma quando la madre muore e i figli devono tornare temporaneamente nella civiltà, tutte le contraddizioni esplodono: ciò che appariva come un Eden libero diventa, agli occhi degli altri, una prigione. La famiglia è costretta a confrontarsi con un tribunale morale e sociale che non vede l’utopia, ma il rischio. E i bambini, costretti a misurarsi con due mondi inconciliabili, diventano la posta in gioco di una battaglia che non hanno scelto. È difficile non vedere in questo la stessa dinamica che si è consumata nei boschi d’Abruzzo. Anche Catherine e Nathan sostenevano che i loro figli fossero cresciuti bene, forti, curiosi, liberi.

Non è facile capire da che parte stare. Non lo sa bene nemmeno chi da queste colonne scrive e ne parla. Di certo da quella dei bambini, sempre. La casa in cui vivevano era davvero sicura? Forse no. Le loro giornate erano serene e piene di stimoli? Probabilmente sì. Due verità che non si escludono e che rendono tutto ancora più fragile. E non era possibile trovare una via di mezzo che potesse tener d’occhio quei bambini, accertandosi costantemente del loro benessere senza strapparli via a una famiglia che vicini e amici hanno sempre testimoniato come autentica, gentile, serena? “Hanno scelto loro quella vita, perché devono scontarla i bambini?“, urlano le comari. Ma ogni genitore imprime una scelta propria ai figli, dal battesimo all’alimentazione, passando per il modo di vestire, la casa in cui vivere o alle persone da frequentare.

Le ragioni della legge

Le ragioni della legge parlano di “leso il diritto alle relazioni“, e questo è forse l’elemento più grave, sebbene non sia frutto di una sevizia di genitori abusanti. E, allo stesso tempo, è giusto riconoscere che la socializzazione per un bambino è necessaria e sacrosanta. Crescere nella natura può essere un dono immenso, ma non può sostituire il confronto con i coetanei, l’incontro con il diverso, il caos vitale della scuola, dei gruppi, delle amicizie che si formano e si rompono. I bambini hanno bisogno di misurarsi con il mondo, di inciampare nella società per imparare a starci dentro. E forse una via di mezzo si sarebbe potuta trovare: un rientro graduale, un supporto educativo, verifiche periodiche, un coinvolgimento della comunità locale. Non per strappare i bambini al bosco, ma per costruire un ponte tra quella vita scelta e le esigenze di crescita che nessun adulto, per quanto amorevole, può garantire da solo. Una mediazione, insomma, invece che una frattura netta.

Alla fine restano tre bambini che correvano tra gli alberi e ora si trovano altrove, senza capire perché. Resta una famiglia che voleva solo vivere in un modo diverso. Resta uno Stato che ha scelto l’intervento più drastico. Resta, soprattutto, una domanda che ci attraversa senza lasciarci una risposta netta: dove finisce il diritto di una famiglia di essere libera e dove comincia il dovere di proteggere? E perché questo confine sembra così flessibile per alcuni e così inflessibile per altri?

Forse per questo questa storia ci smuove tanto. Perché ci mette davanti a un fatto semplice e spaventoso: la tutela non è sempre giustizia, e la normalità non è sempre amore. E ciò che speriamo, in assenza di certezze, è solo che qualunque decisione, per una volta, guardi più ai bisogni dei bambini che alle paure degli adulti.

Nella casa del bosco ora c’è solo papà Nathan, l’ex chef che aveva scelto la vita a contatto nella natura rinunciando al lavoro in città. Mamma Catherine è nella casa famiglia con i suoi bimbi ma non può dormire con loro. Anche se piangono.

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