Né buono, né cattivo: che cos’è l’ovvio

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L’idea di ovvio è tra le più affascinanti e insidiose nella comprensione delle culture umane. Ciò che viene considerato ovvio è sempre il risultato di una costruzione culturale complessa, radicata in contesti storici, politici e sociali specifici.

Per questo iniziale e sostanziale motivo, l’ovvio non è mai statico, immobile ed assoluto: si evolve nel tempo, trasformandosi per rispondere alle sfide di realtà mutevoli.

Ecco perché ho deciso di soffermarmi su questo concetto: affinché si prenda coscienza che la nostra idea di ovvio è una sorta di soluzione invisibile, che sa plasmare la nostra percezione del mondo e le modalità con cui affrontiamo le sfide dell’esistenza.

Come ho appena scritto, il concetto di ovvio, a differenza della cosiddetta conoscenza esplicita, è latente, implicito, tacito e, sostanzialmente, dato per scontato. Antropologi importanti, come Clifford Geertz, hanno sottolineato come ogni cultura possieda un codice di significati condivisi (Geertz C., 1973, The Interpretation of Cultures: Selected Essays. Basic Books. New York). All’interno di questo codice consuetudinario prendono corpo concetti, cose, situazioni, persone, relazioni ed opinioni che si propongono come normali, ossia scontati, per i suoi membri. Ogni cultura possiede il proprio codice dell’ovvio, che non è appunto universale, ma profondamente, e fortunatamente, contestuale.

Nel corso dell’evoluzione storica di ogni popolo e cultura, l’ovvio si è spesso formato come risposta alle esigenze materiali e simboliche di una società. Ad esempio, nel Medioevo europeo, era ovvio credere nella centralità della religione cristiana, specialmente nella sua capacità di spiegazione del mondo. Questa percezione culturale, costruita da una combinazione di dottrina religiosa, potere politico e mancanza di accesso a visioni alternative, ha determinato la formazione di innumerevoli credenze e convinzioni sul ruolo che l’Uomo avrebbe dovuto esercitare nel mondo. Questo esempio, mi serve per chiarire subito il motivo sostanziale di questo mio articolo: l’ovvio inteso come esercizio invisibile ma reale e concreto di potere.

A questo proposito, il grande e indimenticabile filosofo Michel Foucault analizza come i regimi di verità plasmano ciò che è accettato come normale o evidente (Foucault M.,1975, Surveiller et punir: Naissance de la prison, Gallimard, Paris, trad. it. 1993, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi Edizioni, Milano). Il potere politico-culturale determina il senso comune, stabilendo quali narrazioni siano visibili e quali debbano restare, rigorosamente, nell’ombra.

In quest’ottica, diventa importante ricordarci che ogni epoca storica affronta sfide uniche, ancorché ripetibili: contrasti ed alleanze, guerre, scoperte scientifiche, rivoluzioni culturali, etc. E così l’ovvio si riformula per rispondere a tali sfide e facilitare la coesione sociale. Ad esempio, con la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo, il modello geocentrico di Tolomeo, fino ad allora appunto ovvio, fu soppiantato da quello eliocentrico di Copernico e Galileo. Ancora, durante la Rivoluzione Francese, il concetto di sovranità popolare diventa ovvio per molte persone, subentrando all’idea del diritto divino del re. Questo nuovo ovvio è, in realtà, il prodotto di profondi cambiamenti economici, filosofici e sociali che richiedevano e cercavano la definizione di nuove strutture politiche, più flessibili e meglio gestibili dal mercato (Berger P.L., Luckmann T., 1966, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, Penguin Books, New York).

Infine, nel nostro mondo globalizzato (anche se le cose stanno cambiando con l’avvento della guerra tra Russia e Ucraina, la situazione Medio-orientale e i rapporti tra Occidente e Cina, con l’ascesa dei Brics), l’ovvio sta diventando il luogo culturale e politico nel quale si sfidano contatti interculturali e cambiamenti tecnologici (Appadurai A., 1996, Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, University of Minnesota Press, Minnesota). Di fatto, i conflitti di integrazione interculturale nascono proprio dalla collisione tra i diversi sistemi culturali, perché mostrano quanto l’ovvio non sia universale. Ad esempio, pratiche come l’uso del velo islamico, oppure il consumo di cibo geneticamente modificato, continuano a suscitare dibattiti e comportamenti di emarginazione sociale. La tecnologia, dal canto suo, ridefinisce continuamente l’ovvio nella nostra vita quotidiana, perché è oggi scontato utilizzare uno smartphone per comunicare o accedere alle informazioni, mentre io ho vissuto gli anni Ottanta in cui esistevano le cabine telefoniche, e i cellulari erano solo agli inizi della loro attuale avventura (Sahlins M., 1976, Culture and Practical Reason, University of Chicago Press, Chicago).

La filosofia svolge un ruolo cruciale nel mettere in discussione l’ovvio, perché ci induce a riflettere con maggiore attenzione su ciò che diamo per scontato. Ad esempio, Jacques Derrida dimostra come i significati di ovvio non sono mai fissi, ma dipendono da contesti mutevoli, e diventa, quindi, importante nella riflessione umana decostruire l’ovvio, con lo scopo di rivelare le strutture mentali invisibili che lo sostengono (Derrida J., 1967, De la grammatologie, Les Éditions de Minuit, Paris, trad. it. 2012, Della grammatologia, Jaca Book Editore, Milano).

In questo contesto, si inserisce un altro importante studioso e filosofo, Paolo Freire, che enfatizza l’importanza di un’educazione critica per permettere agli individui di interrogarsi su ciò che appare naturale o inevitabile, promuovendo lo sviluppo e la formazione di una maggiore consapevolezza e autonomia di pensiero e riflessione (Freire P., 1970, Pedagogia do oprimido. Paz e Terra Editore, San Paolo, Brasil, trad. it. 1971, La pedagogia degli oppressi, Mondadori Editore, Milano).

In conclusione, mi sembrava utile, specialmente alla luce dei fatti che stanno caratterizzando il nostro mondo nel suo complesso, comprendere che il significato di ovvio è una vera e propria costruzione culturale essenziale, con la quale si affrontano le sfide del nostro tempo.

L’ovvio non è né buono né cattivo di per sé, ma un prodotto culturale della storia e del contesto, e quindi condiviso e negoziato.

Solo riconoscendolo come tale possiamo mettere in discussione ciò che diamo per scontato, aprendo la strada a nuove possibilità di pensiero e azione. E, in un mondo in continuo mutamento, interrogare l’ovvio diventa non solo un esercizio intellettuale, ma una necessità per costruire società più equivalenti ancorché diverse.