Tempi duri per le Maras salvadoregne da quando al potere è arrivato Nayib Bukele, già sindaco di Nuevo Cuscatlan e San Salvador, vincitore delle elezioni presidenziali del febbraio 2019 ed entrato in carica lo scorso 1° giugno.

Il neo-presidente aveva dichiarato fin dall’inizio che la sua priorità sarebbe stata la sicurezza e che non avrebbe guardato in faccia nessuno, specialmente la Mara Salvatrucha (MS13) e i Barrio 18, le due gang che da anni insanguinano le strade di El Salvador e attive anche in Honduras, Guatemala e Stati Uniti.

Bukele ha mantenuto la promessa fatta e appena entrato in carica ha immediatamente dato il via alla sua strategia anti-Maras che si fonda su quattro pilastri: 1- colpire il sistema finanziario delle gang; 2- neutralizzare i centri nevralgici delle gang all’interno dei penitenziari, da dove i leader gestiscono i traffici e ordinano omicidi; 3- riprendere il controllo delle zone infestate dalle gang (plan de control territorial); 4- Fornire maggiori strumenti alle forze di sicurezza, in modo da poter permettere loro di operare adeguatamente.

Chi è Nayib Bukele

Nayib Bukele Ortez, classe 1981, nasceva a San Salvador da madre salvadoregna e padre di origine palestinese ma emigrato in El Salvador all’inizio del ventesimo secolo. Padre e figlio sono entrambi noti nel paese come  brillanti uomini d’affari.

La carriera politica di “Nayib”, come lo chiamano i suoi sostenitori, iniziava nel marzo del 2011 quando veniva eletto sindaco di Nuevo Cuscatlan dopo essersi candidato con una coalizione del Fmln (Farabundo Martì Liberacion Nacional) e del CD (Cambio Democratico).  Nel maggio del 2015 diventava poi sindaco della capitale, San Salvador, grazie a una coalizione del Fmln assieme al Psp (Partido Salvadoreno Progresista), in entrambi i casi sconfiggendo il candidato del partito di destra Arena (Alianza Republicana Nacionalista).

Nell’ottobre del 2017 Nayib Bukele veniva espulso dal Fmln in seguito a un’accusa, quantomeno controversa, di aggressione verbale nei confronti di un avvocato (accusa sempre negata da Bukele) e di promuovere divisioni interne al partito. In seguito all’espulsione, Bukele iniziava a coltivare l’idea di presentarsi alle elezioni presidenziali del 2019 come indipendente e dava vita al movimento “Nuevas ideas” con l’obiettivo di proporre un metodo innovativo di fare politica. Il neo-presidente si trovava però a dover fare i conti con l’ostracismo dell’intero sistema politico salvadoregno che cercava in tutti i modi di neutralizzare qualsiasi tentativo di costituire nuovi partiti.

A quel punto Bukele si candidava con il partito Gana (Gran Alianza por la Unidad Nacional) e vinceva le elezioni presidenziali con il 53,10% delle preferenze, sconfiggendo il candidato di Arena Carlos Calleja (31,72%) e Hugo Martinez del Fmln (14,41).

Un inizio promettente

Nell’aprile del 2019 Nayib Bukele aveva dichiarato di aver pronto un piano anti-Maras che sarebbe stato implementato non appena assunto l’incarico di Presidente della Repubblica e così è stato. Tre giorni dopo l’insediamento 2.600 agenti di polizia e 3.000 militari venivano inviati nelle strade delle principali città, ma anche nelle zone rurali, con l’obiettivo di contrastare l’attività delle Maras, in particolare le estorsioni ai danni dei commercianti, una delle principali fonti di guadagno delle organizzazioni criminali. Un ulteriore obiettivo del nuovo piano punta inoltre a recuperare e riqualificare 14 municipalità particolarmente colpite dal fenomeno.

Un mese dopo, a inizio luglio, Bukele dichiarava che, con l’applicazione del suo piano per la sicurezza, le Maras sarebbero sopravvissute al massimo per tre o quattro anni: “Credo che con il colpo mortale che stiamo per dare alle pandillas, non potranno continuare a esistere, così come sono allo stato attuale, per più di tre o quattro anni”.

Secondo alcune stime il numero di appartenenti alle due pandillas attive in El Salvador sarebbe tra i 70 mila e i 90 mila, di cui almeno 17mila detenuti nelle carceri del Paese. A questi vanno ad aggiungersi i membri attivi fuori dai confini di El Salvador, molti dei quali negli Stati Uniti, ma anche nei vicini Guatemala, Honduras e Messico.

Un problema, quello delle Maras, che ha portato El Salvador a diventare uno dei paesi (non in guerra) più violenti del mondo con una media di 51 omicidi ogni 100 mila abitanti registrata nel 2018.

I precedenti esecutivi avevano tentato varie strade per cercare di far fronte al problema, dalle trattative con i capi delle Maras alla cosiddetta “mano dura”, ma senza grossi risultati se non una temporanea e vacillante tregua (2012-2013) rapidamente venuta meno che ha poi di fatto rafforzato le pandillas, permettendo loro di espandere i tentacoli su più zone.

Il nuovo approccio di Bukele sembra però ben strutturato e articolato, con una serie di misure coordinate che mirano a colpire le gang su più livelli; non è certo un caso che il nuovo esecutivo salvadoregno ha incassato il supporto di Washington, seppur attualmente solo sulla carta, come recentemente affermato dal Segretario di Stato Mike Pompeo: “Vogliamo lavorare assieme per risolvere i problemi che entrambi abbiamo. Loro hanno la MS13 e anche noi l’abbiamo qui negli Stati Uniti, quindi è chiaro che c’è un interesse comune nel combatterla”.

Bisogna però vedere se gli interessi di Washington e quelli di San Salvador corrispondano realmente per quanto riguarda la lotta alle Maras. Gli Stati Uniti hanno infatti tutto l’interesse a rimandare in El Salvador il maggior numero possibile di mareros e ciò potrebbe chiaramente diventare un problema per l’esecutivo Bukele che plausibilmente si troverà ad affrontare una situazione complessa interna al Paese, con le Maras che non resteranno certo a guardare. L’arrivo di altri membri delle due pandillas potrebbe infatti innalzare il livello di violenza e fornire nuovi “soldados” alle gang. Questo è però un problema che verrà affrontato in un secondo momento, perchè il neo-eletto presidente ha come priorità l’implementazione del nuovo piano di sicurezza.

La nuova strategia anti-Maras

La strategia anti-Maras di Bukele, come già precedentemente anticipato, si basa su una serie di misure coordinate che vanno a colpire le Maras sia a livello organizzativo che finanziario. L’esercito e la polizia, adeguatamente supportate sia sul piano tecnologico che logistico, avranno il compito di riprendere possesso delle zone controllate dalle gang, dove operano indisturbate e si arricchiscono grazie alle estorsioni, al traffico di droga (il già citato “Plan de control territorial”), ma anche con l’attività delle “viduas negras“, donne legate alle Maras che si sposano con sconosciuti benestanti che vengono poi uccisi per permettere ai mareros di riscuotere il denaro proveniente dall’assicurazione.

Per colpire adeguatamente il meccanismo finanziario delle Maras è però fondamentale intervenire anche sulle loro basi che si trovano, paradossalmente, proprio nei penitenziari; è da lì infatti che i jefes della MS13 e dei Barrio 18 fanno il bello e il cattivo tempo, fornendo direttive ai propri mareros attivi all’esterno tramite l’utilizzo di telefonini e riscuotendo i proventi delle attività criminali.

Consapevole di ciò, Bukele ha immediatamente fatto implementare una serie di misure volte a mettere fine alla “bella vita” dei mareros, misure poi ulteriormente rafforzate in seguito all’omicidio di un agente di polizia a fine giugno. Tale strategia, denominata “emergencia maxima“, resterà in vigore “fino a quando i pandilleros non smetteranno di ammazzarsi”, ha reso noto il neo-presidente durante una conferenza stampa assieme al Gabinetto di Sicurezza.

In sunto, ai mareros detenuti non è più concesso utilizzare alcun tipo di apparecchio elettronico, nessuna comunicazione di alcun tipo con l’esterno, sono sospese a tempo indeterminato tutte le visite e l’unica attività loro concessa all’interno delle carceri è quella di lavorare; l’alternativa è il restare rinchiusi nelle celle. Niente libri, niente calcetto, niente di niente. Non solo, perché in seguito è stato dato ordine di porre fine alla separazione in settori distinti degli affiliati alle due pandillas e di metterli tutti assieme; un segnale più che eloquente: o si ammazzano o imparano a convivere.

I segnali della telefonia mobile sono poi stati disabilitati nelle aree dei penitenziari, costringendo i mareros a cercare di comunicare tramite “wilas”, pezzi di plastica o di carta igienica sui quali vengono scritti messaggi da far recapitare all’esterno. Un caso eclatante è quello di un marero dei Barrio 18 detenuto presso il carcere di Quetzalpeque e trovato con 13 pezzi di plastica contenenti messaggi, poco prima di essere rimesso in libertà.

In un altro caso è stato reso noto che i mareros all’esterno di un penitenziario stavano pianificando l’invio, tramite drone, di un telefono satellitare ricaricabile con i raggi solari, proprio in seguito alla disabilitazione dei segnali di telefonia mobile.

Possibili prospettive

Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la Mara Salvatrucha e i Barrio 18 è consapevole del fatto che costoro cercheranno in tutti i modi di contrastare il nuovo piano di sicurezza voluto da Nayib Bukele, in quanto questione di sopravvivenza.

Non a caso lo scorso 16 luglio il Direttivo d’Intelligence della polizia civile nazionale (Pnc) ha inoltrato un’informativa alle forze di sicurezza dove si avvertiva che cinque leader della MS13 (identificati come Josè Douglas Torres Calzada, Juan Manuel Torres Aguilar, Alexander Armando Granados Vasquez, Jorge Alberto Aguilar Villatoro e Josè Luis Ramirez Yan) avevano dato ordine ai propri sicari di dare il via a una serie di attacchi contro agenti di polizia, militari e guardie carcerarie. In aggiunta avevano anche ordinato di destabilizzare le zone interessate dal “Plan de control territorial”, con l’obiettivo di mettere sotto pressione l’esecutivo e costringerlo a trattare una tregua.

Un ulteriore aspetto da valutare riguarda poi la “rottura” delle aree separate all’interno delle carceri con l’obiettivo di mescolare gli appartenenti alla MS13 e ai Barrio 18, come reso noto da un ex agente delle forze di sicurezza salvadoregne che ha chiesto di restare anonimo: “Bukele dice che le due pandillas o si ammazzano o imparano a convivere e di per sè non è sbagliato. Non ha però tenuto contro di una terza possibilità e cioè che essendo sotto forte pressione, potrebbero formare un’alleanza temporanea contro il governo”.

Difficile dire con certezza in che modo e con quale efficacia reagiranno le Maras davanti al nuovo piano sicurezza. Bukele, pur essendo al potere da meno di due mesi, ha fin’ora dimostrato di essere più che determinato ad andare fino in fondo e gode del sostegno di una popolazione stanca della violenza. D’altro canto, il neo-presidente si trova a dover fronteggiare un fenomeno criminale radicato e diffuso ben oltre i confini nazionali; non a caso Bukele ha chiesto l’ausilio della magistratura, del mondo politico e della società tutta per fronteggiare un problema che coinvolge tutti.

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