La furia iconoclasta degli indefessi guerrieri della cultura della cancellazione (cancel culture), dopo aver colpito i Padri fondatori degli Stati Uniti, Leopoldo II in Belgio e le grandi opere letterarie e artistiche dell’antichità greco-romana, ha trovato un nuovo nemico: Napoleone.
L’imperatore francese, le cui doti di condottiero e il cui impatto culturale senza tempo sono riconosciuti universalmente da due secoli, è entrato nel mirino dei cultori dell’antistoria perché sarebbe stato un’icona del suprematismo bianco, nonché un genocida e un sessista, perciò chiedono alle autorità francesi di de-sacralizzarne la figura e annullare il bicentenario della sua morte, che cadrà il prossimo 5 maggio.
La Francia divisa
Quest’anno, 2021, ricorre il duecentesimo anniversario della morte di uno dei più grandi condottieri di ogni tempo: Napoleone Bonaparte. Le sue gesta sono conosciute in tutto il mondo, la sua esistenza ha cambiato profondamente il corso della storia in quattro continenti (Europa, Asia, Africa, Americhe), il suo nome è sinonimo di grandezza e la sua memoria continua a influire mitopoieticamente sul modus cogendi et agendi degli inquilini dell’Eliseo, da Charles de Gaulle a Emmanuel Macron.
Napoleone, nel 2021 come nel 1821, continua ad essere ritenuto l’uomo che la Provvidenza avrebbe inviato alla Francia per ricordarle di essere stata predestinata alla grandeur universale ed è colui che, più di ogni altro, ha tentato di esportare l’idée française nel mondo. A lui una parte del pianeta deve il proprio Codice civile, a lui gli Stati Uniti devono la Louisiana ed è sempre a lui che i latinoamericani devono (indirettamente) l’indipendenza.
Alcuni segnali, però, lasciano presagire che l’epoca della mitizzazione imperitura sia giunta al termine. I festeggiamenti per il bicentenario della morte dell’imperatore, infatti, stanno venendo macchiati e investiti dal moto polemico degli attivisti francesi della cultura della cancellazione, tra i quali risalta la professoressa franco-haitiana Marlene L. Daut.
La Daut, che il 18 marzo ha firmato un editoriale per il New York Times dal titolo “Napoleone non è un eroe da celebrare”, ha messo a conoscenza il pubblico mondiale del dibattito che sta dividendo la Francia e lo stesso mondo politico. Hubert Védrine, ministro degli esteri durante l’era Chirac, ha suggerito di “commemorare, ma [di] non celebrare”, mentre l’attuale titolare del Ministero per le Pari opportunità, Elisabeth Moreno, ha criticato la decisione della presidenza Macron di organizzare il bicentenario perché l’imperatore sarebbe stato “uno dei più grandi misogini della storia”.
Nessuno è stato più critico, però, della professoressa Daut, la quale ha attaccato sia l’attitudine di Macron nei confronti della cultura della cancellazione, verso la quale si è mostrato intransigentemente ostile sin dagli albori, sia l’aver voluto dedicare l’intero 2021 ad un “tiranno, un’icona del suprematismo bianco […] un architetto del moderno genocidio e […] un razzista, un sessista e un despota”.
Argomentazioni fallaci
L’invettiva della Daut è dura e debole al tempo stesso. Dura nel modo in cui inveisce con fare umorale contro la memoria del fu imperatore, tentando di sminuire l’effettivo impatto dell’età napoleonica, debole perché l’intero editoriale è sorretto da sofismi ingannevoli soltanto per i digiuni di storia e di facile confutazione per chiunque abbia una conoscenza approfondita dei fatti.
Qui non si contestano la storicità del Napoleone saccheggiatore e le violenze delle truppe francesi ad Haiti, ma si chiede onestà intellettuale alla professoressa. Perché gli insegnanti sono chiamati a istruire, ma lei sta circuendo, cavalcando l’onda dell’iconoclastia antioccidentale del momento e approfittando dell’ignoranza e della malleabilità psicologica dell’ascoltatore medio.
Napoleone non è stato né più né meno depredatore, despota e tiranno degli omologhi a lui contemporanei, essendo stato un figlio legittimo del suo tempo, e men che meno può essere considerato un proto-nazista o un suprematista bianco – perché mancano, molto semplicemente, tutti i caratteri ideologici utili a farlo rientrare all’interno di tali categorie. Sbarcò ad Haiti per ripristinare il controllo sull’isola, facente parte dell’impero, e non per sterminare la popolazione. Ed è verità storica, oggettiva e comprovata, che furono gli haitiani – non i francesi – a servirsi del genocidio per raggiungere l’uniformità etnica, uccidendo tra i 3mila e i 5mila coloni francesi nel solo 1804, per un totale di 25mila durante l’intero periodo della rivoluzione (1791–1804).
Altrettanto illogiche e prive di evidenze fattuali sono le accuse riguardanti l’utilizzo di camere a gas ante litteram da parte dei francesi durante la campagna haitiana. La Daut non presenta prove a supporto delle proprie accuse (gravissime), ma si limita a rilanciare una tesi pseudostorica formulata da Claude Ribbe nel libro “I crimini di Napoleone” (2005) e ampiamente smentita già all’epoca. Secondo Ribbe, un attivista di estrema sinistra di origini creole, i soldati francesi avrebbero impiegato anidride solforosa per gassare 100mila haitiani durante la repressione dei moti antischiavisti, ma le ricerche successive degli storici hanno confutato per intero l’impianto accusatorio e determinato la caduta nel dimenticatorio dello stesso autore.
Dalla parte di Napoleone
Commemorare un personaggio storico non è mai stato così complicato e divisivo come nell’epoca della cultura della cancellazione. Tutti peccatori e con una trave nell’occhio, ma nessuno che voglia desistere dallo scagliare la pietra o che voglia smettere di guardare la pagliuzza altrui. Maddalena, se fosse vissuta oggi, sarebbe stata lapidata – e Cristo con lei: questo è più che certo. Questa, invero, è l’epoca delle crocifissioni in rete, del decisionismo umorale, dell’indignazione facile e della storia piegata ad uso e consumo di finti letterali e intellettuali di superficie che desiderano eliminare dai libri, dai musei e dalle piazze ciò che conoscono a malapena e/o che non riescono a digerire.
I dittatori del pensiero unico, che riscrivono i libri nello stesso modo in cui manipolano i dizionari, credono fermamente nell’applicazione rigida e rigoristica dei canoni di pensiero e valoriali dell’attualità ai fini della valutazione dell’importanza storica e della misurazione della fibra morale di personaggi del passato. In sintesi, si tratta di giudicare delatoriamente con il metro etico del 2021 dopo Cristo gente potenzialmente vissuta nel 2021 avanti Cristo: un’operazione più che folle, fraudolenta, perché nessuno sarà in grado di sopravvivere a questa stagione di iconoclastia in salsa liberal.
Cancellare la storia non condurrà alla nascita di società giuste, tolleranti e pluralistiche, ma nutrirà le brame di revisionismo storiografico dei cultori dell’intolleranza e avrà effetti devastanti sulla “preparazione al mondo” delle future generazioni, le quali sperimenteranno una vera e propria amnesia collettiva a causa di un’ignoranza totale di ciò che le circonda e delle loro origini.
Perché il passato è la chiave per la comprensione del presente e per la pronosticazione del futuro, ma è anche un contenitore di memorie ed una sorgente di identità, perciò avallarne la riscrittura ex novo o la cancellazione in toto dovrebbe essere ritenuto e giudicato per quello che è effettivamente: un crimine contro il buonsenso che verrà pagato a caro prezzo dalla nostra posterità.