Il bilancio delle vittime del violento terremoto che ha colpito il Myanmar quasi una settimana fa è salito a oltre tremila morti. Quasi 5000 i feriti e almeno 300 dispersi. Si tratta di numeri che, come da manuale, sono destinati a salire vertiginosamente nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. La giunta militare al potere nell’ex Birmania ha annunciato un cessate-il fuoco-temporaneo della durata di venti giorni, valido fino al 22 aprile, con l’intento dichiarato di agevolare le operazioni di emergenza in seguito al devastante terremoto che ha colpito il Paese venerdì scorso.

Il regime ha motivato la decisione come un passo necessario per garantire “interventi di soccorso e riabilitazione efficaci”, ma restano forti dubbi su come questa tregua sarà implementata sul campo. Il sisma ha colpito duramente diverse regioni del Myanmar, ma la gestione centralizzata e restrittiva degli aiuti da parte della giunta militare ha sollevato critiche: in particolare, l’accesso agli aiuti umanitari è stato fortemente limitato nelle aree controllate dai gruppi ribelli, come la regione di Sagaing — tra le più vicine all’epicentro e considerata roccaforte della resistenza armata. In quella zona, i primi soccorsi internazionali sono riusciti ad arrivare solo tre giorni dopo il sisma.
AVSI, invece, è lì da anni. Si tratta di una ONG italiana, nata nel 1972 e attualmente attiva in circa 40 Paesi nel mondo, direttamente tramite una presidenza e sedi locali, o indirettamente tramite partner. Abbiamo raggiunto il suo responsabile progetti in Myanmar, Guido Calvi, che ci ha dedicato alcuni preziosi minuti nel bel mezzo del caos di questi giorni. Guido ci racconta che la sua organizzazione lavora in diversi ambiti, ma prevalentemente su attività legate all’educazione: accesso all’istruzione, ma anche qualità dell’istruzione per i giovani.
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AVSI è in Myanmar dal 2007 e fino al 2021 ha sempre lavorato per lo sviluppo rurale, soprattutto nelle comunità, quindi nei settori agricoli, della formazione professionale, dell’accesso al lavoro, in collaborazione con varianti, governi, università, sviluppando anche curricula specifici sulla Smart Agriculture Climate.

Poi, dal 2021 tutto è cambiato con il colpo di stato, e l’organizzazione si è ri-orientata sulla risposta all’emergenza. Dal 2021, sono più di 3,5 milioni gli sfollati a causa del conflitto. Storicamente, AVSI ha sempre lavorato nello Stato Shan, nello Stato Kachin, che è più a nord, e nel Kayah, subito a sud dello Shan. Queste aree, in particolare Kayah e Kachin, sono zone dove il conflitto è sempre stato attivo, con alti e bassi, ma purtroppo ancora oggi persistente. Lo Stato Shan, invece, è proprio una delle aree più colpite dal terremoto.
Guido, se ti chiedessi di darci una fotografia della situazione sul campo in questo momento?
“La situazione che ci riportano i nostri team, soprattutto nello Stato Shan, è molto complicata: da una parte un altissimo livello di distruzione, con villaggi colpiti fino al 100%, e in media oltre il 70% degli edifici danneggiati. Le persone sono ospitate in edifici messi a disposizione o vivono nella natura. L’accesso a molte aree è difficile, ma soprattutto è complicato ottenere informazioni. Negli ultimi due giorni sta migliorando un po’, ma all’inizio c’erano gravi problemi di comunicazione, mancanza di corrente elettrica e telecomunicazioni molto limitate. Quindi le informazioni arrivano ancora a fatica“. All’orizzonte c’è un’altra emergenza. Tra circa un mese e mezzo arriverà la stagione dei monsoni. “C’è un grande bisogno di aiuto, soprattutto in vista della stagione dei monsoni, che inizierà tra un mese o poco più. Per chi ha perso casa sarà un problema enorme. La situazione peggiorerà”.
Quante persone avete attualmente in Myanmar?
“Abbiamo circa 30 operatori locali, e collaboriamo con una decina di organizzazioni della società civile. I nostri referenti si sono mobilitati subito: uno dei nostri responsabili si trovava già al nord dello Stato Shan il giorno del terremoto, e ha cominciato immediatamente le attività di valutazione“.
Quali sono, secondo te, le principali criticità attuali?
“Da una parte c’è sicuramente la questione delle infrastrutture: elettricità, telecomunicazioni, tutto molto limitato. E poi, naturalmente, il conflitto armato in corso, che continua nonostante l’emergenza. Abbiamo avuto notizie di bombardamenti anche nei giorni scorsi. Questo rende tutto più difficile per gli operatori umanitari. Un altro tema è l’accesso contingentato per il personale umanitario internazionale. Abbiamo team che devono entrare nel paese, ma stanno aspettando. C’è incertezza su come evolverà la situazione“.
Ci sono pressioni sul personale già presente sul campo?
“È difficile da prevedere. Dal 2021 operiamo con difficoltà nelle aree controllate dal governo, con molto controllo, ma siamo riusciti a lavorare. Alcune ONG sono state bloccate in passato, a noi non è ancora successo. Tutto dipende dal dialogo che si riesce ad avere. In generale non prevedo blocchi, ma il contesto resta incerto“.
E riguardo il cessate il fuoco annunciato dalla giunta militare?
“Sì, c’è consapevolezza della gravità della situazione. Ma per loro la priorità resta il controllo. Quindi, anche se ci fosse apertura agli aiuti, sarà sempre bilanciata dal mantenimento del controllo sul territorio“.
E a livello pratico? Ci sono ostacoli logistici o burocratici agli aiuti?
“Sì, ci sono posti di blocco, controlli sul transito delle merci, soprattutto di materiale medico. L’elettricità scarsa è un grande limite, anche a Yangon: massimo 4 ore al giorno. Le strade sono in cattivo stato, soprattutto nella parte centrale, e questo limita i trasporti“.
Giovedì, il primo volo di un’organizzazione umanitaria atterrato: l’Unicef ha trasportato 80 tonnellate di aiuti d’emergenza per aiutare i bambini e le famiglie che ne hanno urgente bisogno nelle aree più colpite del Paese. Fino ad oggi i media internazionali hanno parlato di autorizzazione agli aiuti solo da Russia o Cina. È vero?
“Non posso né confermare né smentire. Noi preferiamo acquistare materiali localmente, e per ora troviamo disponibilità sul mercato. So che anche la Croce Rossa Internazionale ha distribuito materiali, così come la Cooperazione Italiana insieme all’UE“.
Le zone più fragili erano già le stesse colpite dal terremoto?
“In parte sì. Le aree colpite erano già molto fragili, sia per il conflitto sia per le condizioni economiche e sociali. Intere comunità già vivevano in condizioni molto precarie. Ci sono villaggi remoti e soprattutto zone di confine dove il conflitto è più acceso. In generale, tutte le aree sono state almeno raggiunte come raccolta dati, ma non ancora con aiuti concreti. L’accesso alla sanità era già limitato. Ora alcuni ospedali e centri sanitari sono distrutti. Il rischio maggiore è l’acqua: è scarsa, contaminata, e si rischiano epidemie, come colera o altre infezioni“.
Come riuscite a lavorare in un contesto così delicato senza subire pressioni?
“Con molto dialogo, trasparenza e rispetto dei principi umanitari. Spieghiamo chiaramente che il nostro obiettivo è aiutare le persone, non parteggiare per nessuno. Ma non è facile. Stiamo cercando da cinque anni di registrarci formalmente nel paese, senza successo. A volte ci chiedono di ricostruire infrastrutture per conto dei ministeri, ma noi aiutiamo solo le popolazioni colpite, non la giunta militare. Ma pressioni arrivano anche dalle aree controllate da gruppi etnici. Serve grande fermezza per rimanere neutrali“.
Secondo te, questa emergenza può indebolire o rafforzare la giunta militare?
“È difficile prevederlo. Ogni volta che sembrava possibile un cambiamento, ha prevalso la stabilità del conflitto. L’unica certezza è che la popolazione ha bisogno di pace, dopo Covid, golpe e ora terremoto“.
Ultima domanda: come può aiutare la comunità internazionale, concretamente?
“Abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi sul sito di AVSI. Serve aiutare ora, prima che arrivi la stagione delle piogge. Ci sono migliaia di persone senza un tetto che vivranno sotto i monsoni se non si interviene subito“.

