Argentina? Cuba? Repubblica Dominicana? Brasil? Ecuador? Vestito di granata, basco e cachecol fantasia, elegante con le sue rose applicate all’occhiello, ogni volta che il cantante nomina dal palco il nome di una nazione, dal pubblico si sventolano bandiere e parte un’ovazione. Sono migliaia i fans centro e sudamericani giunti da ogni angolo d’Italia per ascoltare dal vivo Juan Luis Guerra e i suoi Los 40y40. Per forzare un paragone che renda l’idea, per il Centro e Sud America lui è come Bono e gli U2 o Springsteen e la E Street Band. Un artista che vanta due Grammy Award e 28 Latin Grammy, e che ha all’attivo 14 album e 15 raccolte di successo, per non parlare del numero di singoli amatissimi in tutto il mondo “hispanohablante”.
Infatti, nell’arena del Milano Latin Festival cantano proprio tutti. Tutti
meno i pochi italiani, che conoscono solo i ritornelli delle sue romantiche e ritmatissime ballate: Bachata Rosa, La Bilirrubina, Burbujas de Amor, Ojalà que llueva café, solo per citare alcuni dei suoi più grandi successi, milioni di dischi venduti in realtà anche qui da noi (la sua Visa para un sueño è nella colonna sonora di Caro diario di Nanni Moretti; Burbujas de Amor è stata ripresa da Antonella Ruggiero con il titolo Dissolta in te e proprio Ojalá que llueva café da Teresa De Sio come Fa che piova caffè nel campo).
Ma anche gli italiani al concerto ballano tutto il tempo, tra loro non pochi “professionisti” e semi professionisti, di quelli del sabato sera al suono di salsa, merengue, bachata. Sono questi infatti solo alcuni degli stili musicali che ha toccato questo artista poliedrico. Sessantasette anni, dominicano, è cantautore, arrangiatore, produttore e impresario discografico, ma anche filantropo:
ambasciatore Unesco e ideatore della Fundación 4.40, destinata ad aiutare i più poveri del suo Paese. Molti dei suoi testi parlano in modo anche drammaticamente ironico delle difficoltà e delle ingiustizie dell’America Latina. Il testo de Il costo de le vida (Il costo della vita) gli è valso la censura in molti Paesi.
I fan la cantavano a squarciagola in occasione del suo concerto-evento al Milano Latin Festival, manifestazione che ha la durata di 90 giorni, in pratica tutta l’estate, e che quest’anno compie 10 anni di vita. D’altra parte, nelle sue infinite tournée in giro per il mondo Juan Luis Guerra aveva toccato una volta sola la nostra Penisola. Del resto, i 10 anni di questo Festival latinoamericano sono in realtà molti di più. Uno stop aveva bloccato l’immensa macchina ,che muove ogni anno centinaia di persone tra ristoratori, artigiani, artisti, esperti di luci e suoni, meccanici. L’originale festival è stato rilevato dopo alcune difficoltà da un vero appassionato, Fabio Messerotti, attuale direttore e deus ex machina dell’interminabile “fiesta” che anima ogni estate lombarda, per tutti coloro che amano la musica e le atmosfere latine.
Qui si possono assaggiare i tradizionali churros ripieni di cioccolata, gustare seduti al ristorante l’asada argentina, tipica carne alla brace insaporita
dall’immancabile salsa chimichurri, bere una cervezita messicana o un mojito alla cubana con patata (o per meglio dire papas) fritas e le empanadas, specie di crocchette di pane ripiene. E poi, subito dopo, via: ci si scatena sulle piste a ballare, quest’anno anche bordo piscina, visto che il Comune di Milano ha concesso la
location Acquatica Park. E se anche qui non mancano come sottofondo i classici tormentoni latini, quelli che ormai conosciamo a memoria e che sono diventati la colonna sonora dei balli di gruppo delle nostre riviere, da Bomba a Mueve la colita, la qualità dei concerti al Festival è sempre alta e si sono alternati sul palco nomi come Los Van Van, Orquesta Guayacàn, il percussionista Diego Galé, Maria Becerra e tantissimi altri.
“Il Festival latino a Milano c’è da 34 anni e da 32 edizioni. Ci ha fermato solo il Covid e qualche difficoltà della gestione precedente. Ho acquistato questa grande “barca” e spero di farcela. Certi artisti costano anche centinaia di migliaia di euro: Juan Luis Guerra, per esempio, aveva uno staff di 44 persone, da pagare con vitto e
alloggio oltre il cachet. Del resto l’orchestra con percussioni e fiati è proprio una delle caratteristiche della migliore musica latina. Raggiungere il break even diventa difficilissimo. Anche perché noi vogliamo che il Festival sia davvero popolare e per tutti, con biglietti d’ingresso alla portata di ogni tasca”, spiega Fabio Messerotti, il patron.
“Quest’anno, tra il brutto tempo che ha colpito per settimane la Lombardia e le restrizioni per la movida stiamo rischiando di chiudere i battenti”. Appare sconsolato, e del resto le piogge quasi infinite di quest’anno non stanno rallegrando nessuno che abbia un’attività da gestire all’aperto nel Nord Italia.
“Fino al 2019 il Milano Latin Festival poteva restare aperto fino alle 2 di notte, dopo la pandemia tutto quello che è divertimento è visto come negativo. Acquatica ha l’agibilità fino alle 3 del mattino e avremmo sperato in una chiusura all’1, invece a mezzanotte dubbiamo chiudere i cancelli. Chi vuole divertirsi e ballare, specie i giovani abituati a uscire alle 10, magari non vengono neppure. Con il sindaco Sala siamo in ottimi rapporti, ma queste restrizioni ci stanno mettendo in gravi difficoltà”.
Trentaquattro anni di storia latina a Milano si vedono però nella passione delle persone, dal ragazzo cubano che serve birre e mojitos come se non ci fosse un domani, alle giovani sudamericane che lavorano nella segreteria e nell’ufficio stampa. Qui si vive il Sudamerica di casa nostra: tre milioni di persone solo nel Nord della Penisola, di cui, sempre secondo i dati Istat, 1,8 milioni solo
nel Nord-Ovest. Qui al Festival si vedono le prime generazioni, cresciute appunto
con la musica dei Los Van Van e di Juan Luis Guerra, unirsi a ballare sotto il palco con i ragazzi di seconda generazione, che parlano italiano con accento lombardo. E al festival si sentono finalmente tutti a casa, anche perché c’è anche uno spazio dedicato agli eventi culturali dei loro diversi Paesi. I più attenti possono notare sfumature diverse nei tratti e negli accenti spagnoli, ma si sentono comunque un corpo solo. Qui al Festival siamo noi italiani gli “ospiti”.
E se nelle cronache milanesi si sente in modo a volte anche politicamente scorretto parlare delle “pericolose” bande di ragazzi latini che fanno scorribande in periferia, i ragazzi che vediamo qui sono invece la dimostrazione che la musica è gioia e allegria. Look curiosi, indubbiamente diversi da quelli dei nostri ragazzi: mini di paillettes, acconciature che sembrano architetture, tantissimo colore. A iniziare da quello degli artisti sul palco. A fare da supporter a Juan Luis Guerra ci sono i simpatici J Nueve, una storia urbana tutta italiana di seconda generazione. Con il brano “Fallò”, appena uscito, tengono la scena e fanno scatenare il pubblico in attesa dei “big”. La canzone parla del sentimento universale della delusione e descrive come le nostre azioni possano creare addii e distanze dolorose.
Il gruppo è nato nel 2018 a Milano, grazie al cantante peruviano Danny Sky Juarez (Sky J), leader e fondatore, insieme a Santiago Tuz Aguilar (Santi) di origine
ecuadoriana, ed Eveling Castillon (Evy), peruviana. Questi tre giovani sono supportati dall’etichetta indipendente MLF Records, fondata proprio da Fabio Messerotti. Negli anni i J Nueve hanno preso parte a numerosi eventi live, condividendo il palco anche con artisti internazionali come Marc Anthony e Carlos Vives. Sono anche loro il domani multietnico e accogliente del nostro Paese.