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Lo hanno definito “il più grande mistero dell’aviazione di tutti i tempi”. È facile capire il motivo, visto che il protagonista di questa terribile storia è un Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines sparito nel nulla, con a bordo 227 passeggeri e 12 membri dell’equipaggio, dieci anni fa, l’8 marzo del 2014.

Il velivolo era appena decollato dall’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur, in Malesia, per dirigersi a Pechino, capitale della Cina. “Buona notte, Malaysian 370”, fu l’ultimo messaggio radio inviato alla torre di controllo di Kuala Lumpur, alle 1:19 dell’8 marzo, dal capitano del volo MH370, Zaharie Ahmad Shah, all’epoca 53enne, uno dei piloti più anziani e rispettati della compagnia malese.

Zaharie si era così congedato dopo aver ricevuto le istruzioni per prendere contatto con il centro di Ho Chi Minh, in Vietnam. Un minuto e quarantatré secondi più tardi, il “suo” aereo scomparve dagli schermi di ogni radar. Eccolo l’enigma, il mistero, il rebus, la tragedia – definitelo come volete – del famigerato MH370, appena tornato agli onori delle cronache in seguito alla decisione della Malesia di riprendere le ricerche del mezzo (o di quel che ne resta), a dieci anni di distanza dalla tragica scomparsa che ha dato vita a documentari, docu-serie, libri, reportage e teorie del complotto di ogni tipo.

Il mistero del volo MH370

Che fine ha fatto l’aereo della Malaysia Airlines? Nessuno sa ancora rispondere con certezza. La Malesia intende autorizzare un’azienda privata di robotica marina, Ocean Infinity, a riprendere la ricerca dell’aereo.

Nel corso degli anni, numerose squadre di ricerca hanno scandagliato vaste distese dell’oceano alla ricerca di tracce dell’eventuale relitto, senza però trovare risposte rilevanti al termine di uno sforzo pluriennale costato complessivamente circa 150 milioni di dollari. Le autorità avrebbero recuperato soltanto tre (presunti) detriti del velivolo, tra cui una parte della coda – trovata su un banco di sabbia in Mozambico – e una dell’ala – su una spiaggia sassosa nell’isola di Réunion, nell’Oceano Indiano – frammenti poi utilizzati per cercare di localizzare (invano) il presunto relitto. Le operazioni si sarebbero concluse in un nulla di fatto nel 2017.

Ocean Infinity dovrebb dunque setacciare un’area di circa 5.800 miglia quadrate nell’Oceano Indiano meridionale, dopo un precedente sforzo durato tre mesi in una zona limitrofa e vasta 43.000 miglia.

Tornando alle ultime parole del pilota dell’MH370, quando Zaharie le pronunciò l’aereo era appena entrato nella zona di competenza vietnamita e scomparve dai radar. A Kuala Lumpur nessuno si accorse di quanto fosse accaduto, mentre a Ho Chi Minh sì e, non a caso, provarono invano a contattare il mezzo.

Le autorità vietnamite avrebbero però avvertito i colleghi malesi 18 minuti dopo la scomparsa, 13 in più rispetto a quelli previsti dal protocollo da seguire in casi simili. Iniziò così una serie di misunderstanding e incomprensioni, con l’unico risultato che il centro di soccorso aeronautico malese avviò le operazioni di soccorso cinque ore dopo la scomparsa.

Il rapporto finale dell’indagine malese sarebbe stato pubblicato nel luglio 2018. Il documento, di 1.500 pagine, allegati compresi, si chiude in questo modo: “La squadra di investigatori non è in grado di determinare la vera causa della scomparsa del volo MH370”.

Tra errori umani e teorie del complotto

È impossibile elencare ogni singola, probabile, spiegazione fornita da esperti, analisti e ricercatori in merito alla scomparsa dell’aereo. Alcune sono ipotesi plausibili, come quelle che riguardano un guasto al velivolo o la decisione deliberata del pilota di compiere un disastro. Altre, come quelle che parlano di fantomatici sabotaggi, utilizzo di armi per uccidere qualcuno di importante a bordo di quel volo, e attentati, risultano affascinanti ma poggiano su fragili fondamenta.

Questa la versione, per così dire, ufficiale. Il radar primario – ovvero il radar convenzionale che rileva gli oggetti nel cielo – dell’aeronautica militare malese ha indicato che, dopo l’ingresso del MH370 nello spazio aereo vietnamita, l’aereo ha effettuato una brusca virata a sinistra ed è tornato indietro, in direzione sud-occidentale, sopra la Malesia. Ha virato attorno all’isola di Penang, ha volato a nord-ovest lungo lo Stretto di Malacca e si è diretto verso il Mare delle Andamane, dove è scomparso dai radar.

L’MH370 ha continuato a collegarsi periodicamente, nel corso di sei ore, con un satellite geostazionario dell’Oceano Indiano gestito dalla società londinese Inmarsat. I dati di questi sette segnali elettronici lascerebbero intendere che l’MH370 avesse virato verso sud una volta raggiunto il Mare delle Andamane, per poi volare dritto per ore fino all’esaurimento del carburante e alla caduta nell’Oceano Indiano meridionale, da qualche parte tra l’Australia sud-occidentale e l’Antartide.

Tra le altre versioni citiamo quelle del giornalista statunitense Jeff Wise, secondo cui alcuni agenti russi sarebbero riusciti a prendere il controllo dell’MH370 per distrarre l’opinione pubblica dalla guerra di Crimea, iniziata proprio in quel periodo, e quella della reporter francese Florence de Changy, per la quale il velivolo sarebbe stato deliberatamente abbattuto sul Mar Cinese Meridionale dall’esercito Usa per impedire che un carico misterioso a bordo del mezzo potesse raggiungere la Cina.

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