“Diversivo, distrazione, fantasia, cambiamenti di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo”. Bruce Chatwin definiva così il viaggio. Viaggiare è diventato complicato, conoscere e capire è diventare complicato. Paradossalmente, nell’era in cui spostarsi e comunicare è divenuto maledettamente semplice, una porzione sempre più ampia di mondo si chiude davanti ai nostri desideri e alla nostra sete, si intorcina, si barrica, esplode, diventando appannaggio di pochi coraggiosi o incoscienti.
Se si restringe il campo al Medio Oriente questo dolore si fa più grave, la delusione più amara. Luoghi mitici, città secolari, culle di civiltà. Che a soffrire dell’impossibilità di vederli si fa perfino un torto alle migliaia e migliaia di innocenti che muoiono dilaniati ogni giorno dalla follia umana. Il fascino del Medio Oriente è difficile spiegarlo. Forse è perché qui sono conservati i misteri più profondi dell’umanità, straordinaria combinazione di storia, cultura e paesaggi che hanno contribuito a plasmare il corso della civiltà umana. Le vestigia delle antiche civiltà sumera, babilonese ed egizia continuano a testimoniare una storia millenaria, attirando studiosi e visitatori da ogni parte del globo. Centro spirituale mondiale, madre di ebraismo, cristianesimo e islam. Scenari di straordinaria bellezza, dai vasti deserti del Rub’ al-Khali e del Wadi Rum, alle verdi vallate che costeggiano i fiumi Tigri ed Eufrate. Ambienti estremi, dove la natura si manifesta in tutta la sua forza primordiale, eredità di racconti e leggende.

Mentre il cessate il fuoco tra Libano e Israele sembra prendere sempre sempre più una trama grottesca, gli antichi templi romani di Baalbek, rovine vecchie di 2000 anni, orgoglio del Libano e considerate tra le più grandiose del loro genere al mondo, elencati dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità, assumono il rango di siti a rischio. Archeologi, ambientalisti e persino l’esercito libanese stanno ora correndo per proteggere migliaia di anni di tesori fenici, romani, bizantini e ottomani. Il rischio è quello di perdere la memoria di questi luoghi mitici, come accaduto con i Talebani in Afghanistan o l’ISIS in Iraq. E, paradosso nel paradosso, il dispiacere sembra essere più “il nostro” che quello di certi regimi locali, di certe dittature, di certe infamie politiche. Se solo sapessero, in certi angoli di mondo, quanta sete ha l’umanità della storia degli altri, così tanta da voler invadere di occhi queste civiltà “accatastate le une sopra le altre”, come diceva Fernand Braudel. Gli attacchi si sono anche espansi fino a includere i centri delle grandi città, tra cui Baalbek e Tiro, dove Hezbollah gode di un notevole sostegno. In mezzo ci sono anche i cimiteri: distruggere un cimitero vuol dire uccidere chi c’è stato prima, chi ha lasciato un segno. Senza la sua tomba, si può perfino illudere migliaia di persone che qualcuno non sia mai esistito. E poi Beirut stessa, bucata, colpita, traviata. Capitale di quella che venne definita la Svizzera del Medio Oriente, menzionata nei registri egiziani del II millennio e destinata a diventare crocevia. Beirut, signora del mondo, fu la poesia che le dedicò Nizar Qabbani nel 1978: “O Beirut, Il mondo senza di te non ci basterà!“.

E poi c’è Gerusalemme. Imperiosa, frantumata, fragile e potente allo stesso tempo. Il muro del pianto, la spianata delle moschee, sono luoghi che abbiamo conosciuto imbibiti d’odio. La sua città vecchia, in cui affondano miti, misteri e menzogne dell’umanità, è stata di recente oggetto decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO di mantenere il suo status nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo. Yerushalàim, Jerusalem, Al Quds “la santa”. Ma anche la città “d’oro, di rame e di luce“. Hazael, Sennacherib l’assiro, Nabucodonosor, Tolomeo, Antioco, Erode, Tito, Adriano, il califfo Umar, i selgiuchidi e i Crociati, Saladino, Federico II, i damasceni, i mongoli e i mamelucchi, gli ottomani e poi gli inglesi hanno tutti qui lasciato una traccia, nel bene e nel male, in questo diario dell’umanità gremito e dilaniato.
In queste ore i cui si incendia nuovamente la Siria per mano dei jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham, Aleppo e Damasco tornano dirompenti al centro della cronaca. Spesso definita la città più antica continuamente abitata del mondo, Damasco è un crocevia di culture sin dai tempi antichi. Fondata nel III millennio a.C., nel Medioevo si trasformò nel centro di una fiorente industria artigianale, specializzata in spade e merletti. La Grande Moschea degli Omayyadi dell’VIII secolo, costruita sul sito di un santuario assiro, ha incantato viaggiatori, poeti e scrittori con il suo brulicare quotidiano e le tinte dorate della sua sera. Di lei, scrisse Sharaf al-Din ibn Muhsin: “Damasco! Mi rodo di struggente desiderio/ come oppresso da calunnia e dal biasimo assillato…/Ah paese dove i ciottoli son perle e la terra appare d’ambra!“.

Sua sorella Aleppo è stata percossa allo stesso modo. Sgretolata, le biblioteche distrutte e bruciate. La cittadella, nel cuore della città, era solitamente piena di rumore e gente, dalla mattina alla sera. I caffè vicino alla porta principale erano pieni di gente che giocava a carte e fumava narghilè. Oggi la zona è deserta e la maggior parte degli edifici è distrutta. Il souk di al-Madina, un’ampia rete di vicoli in pietra risalente al XIV secolo e un tempo pieno di bancarelle che vendevano di tutto, è stato bruciato nel 2012.
Non sono le sole. Non saranno le sole. Abbiamo visto distrutto e spianato dalle ruspe il sito archeologico assiro di Ninive in Iraq, una delle più antiche città assire, situata a est di Mosul: le immagini che gli stessi jihadisti mostrarono in rete nel 2016 furono un colpo al cuore. Lo sgretolarsi dell’Assyrian Mashki Gate, edificato dal re assiro Sennacherib attorno all’VIII secolo a.C. nella parte Nord della città, fu un crimini contro la storia. Nell’agosto del 2015, la città carovaniera di Palmira fu travolta anch’essa da un’ondata di distruzione. Le devastazioni iniziarono con l’impiego di esplosivi, concentrandosi sui monumenti funerari e sul celebre tempio di Bel, mentre il teatro rimase intatto. Quest’ultimo, tuttavia, venne macabramente utilizzato come teatro per l’esecuzione pubblica di un gruppo di soldati fedeli al regime di Bashar al-Assad. Nell’ottobre del 2016 lo ziggurat di Nimrud, simbolo dell’antica civiltà assira, fu raso al suolo dai bulldozer. L’ondata di devastazioni raggiunse un nuovo apice nel gennaio del 2017, quando Palmira subì ulteriori attacchi: il frontescena del teatro e il tetrapilo, un imponente arco onorario eretto durante il regno di Diocleziano, furono irrimediabilmente distrutti, infliggendo un colpo devastante al patrimonio culturale mondiale.
Esiste già tanto che non vedremo più, di cui non potremo mai avere memoria. In questo vecchio pazzo mondo che ci rende impossibile anche Odessa, difficile la via per San Pietroburgo, decaduta New York e in cui si incendiano di rancore le banlieu parigine, stiamo perdendo l’opportunità che ha reso grandi Marco Polo e quelli come lui. Dovremo aspettare tempi migliori per godere di ciò che resta. E se quei tempi migliori non venissero più? Se fosse già troppo tardi per salvare la bellezza?
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