Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

In alcune regioni, l’HIV è un’epidemia senza numeri e volti. Nel Medio Oriente e Nord Africa, per esempio, migliaia di persone scompaiono dai registri ufficiali, cancellate da stigma e deliberata omissione. Mentre la ricerca scientifica celebra i progressi nella lotta al virus, qui si muore nel silenzio, vittime non solo della mancanza di farmaci, ma anche di una profonda ipocrisia.

La regione del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) occupa da tempo un posto critico nella mappatura globale delle epidemie di HIV, caratterizzata da una carenza di dati epidemiologici affidabili. L’assenza di sistemi di monitoraggio efficaci ha compromesso sia l’analisi della diffusione del virus sia l’implementazione di strategie di contenimento mirate. Questa lacuna ostacola il conseguimento degli obiettivi del programma UNAIDS, in particolare l’iniziativa 90-90-90 – che prevede la diagnosi del 90% delle persone sieropositive, l’accesso alle terapie antiretrovirali per il 90% dei casi identificati e il raggiungimento della soppressione virale nel 90% dei pazienti in trattamento. Nonostante progressi isolati, l’incompletezza dei dati continua a impedire interventi terapeutici tempestivi, lasciando senza copertura sanitaria popolazioni ad alto rischio, tra cui giovani, donne e gruppi marginalizzati, privi di garanzie di accesso a strumenti di prevenzione, diagnosi precoce e terapie di provata efficacia.

La malattia avanza, disastro Egitto

Mentre il resto del mondo registra progressi significativi nella lotta all’HIV, con una riduzione del 39% delle nuove infezioni dal 2010, la regione MENA sperimenta un allarmante incremento dei casi. Secondo il rapporto di Frontline AIDS sulla prevenzione e la responsabilità per il Medio Oriente e il Nord Africa, paesi come Egitto, Giordania, Libano, Marocco e Tunisia hanno registrato un aumento complessivo del 116% delle nuove diagnosi. In particolare, l’Egitto ha riportato un incremento record del 609%, un dato che non ammette margini di interpretazione. La malattia avanza, si radica tra le pieghe delle società travolte da conflitti, sfollamenti forzati e crisi economiche.

Il virus dell’HIV trova terreno fertile nell’instabilità, proliferando tra le devastazioni belliche, le periferie urbane sovraffollate e le comunità di rifugiati, costrette a sopravvivere in condizioni di estrema precarietà. L’imponente flusso di rifugiati che ha colpito la regione ha creato un ambiente favorevole alla diffusione del virus. Chi fugge dai conflitti porta con sé traumi e paure, ma spesso è privato dell’accesso a cure mediche adeguate. Le infrastrutture sanitarie, già precarie, sono state ulteriormente compromesse dai conflitti e dalle crisi economiche, ostacolando la prevenzione e il trattamento dell’HIV.

I gruppi emarginati, tra cui omosessuali, persone transgender, lavoratori del sesso, tossicodipendenti e detenuti, sono sproporzionatamente vulnerabili alle infezioni e devono affrontare non solo lo stigma sociale, ma anche leggi restrittive che impediscono loro di accedere ai servizi di prevenzione e trattamento dell’HIV. Il risultato? Un’emergenza sanitaria che colpisce in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili della popolazione, le cui esigenze vengono sistematicamente trascurate a causa della repressione e dell’indifferenza politica.

La trasmissione del virus

Secondo l’UNICEF, nel 2022 solo il 67% delle persone di età pari o superiore a 15 anni affette da HIV era a conoscenza del proprio stato sierologico. Solo il 50% riceveva cure e appena il 45% era riuscito a ridurre la carica virale a livelli non più pericolosi per la salute. Il che significa che più della metà delle persone con HIV nella regione MENA continua a trasmettere il virus, spesso inconsapevolmente. Quasi il 20% delle nuove infezioni da HIV interessa i giovani tra i 15 e i 24 anni, un dato preoccupante che riflette carezze strutturali nei programmi di educazione sessuale e prevenzione. La combinazione di disinformazione e timore di emarginazione sociale ostacola l’accesso ai test diagnostici e ritarda l’inizio delle terapie, con gravi ripercussioni individuali e di salute pubblica.

A complicare la situazione, l’impennata è ulteriormente aggravata da persistenti e gravi carenze di finanziamenti, con la regione MENA che storicamente riceve una percentuale sproporzionatamente bassa dei finanziamenti globali per l’HIV, situazione esemplificata dal misero uno percento ricevuto nel 2023, e che persiste, con la regione che continua a operare con solo il 15 percento dei fondi necessari.

I tagli ai finanziamenti, purtroppo, stanno già producendo effetti tangibili. Iniziative strategiche per la prevenzione e il trattamento dell’HIV, sostenute da PEPFAR e USAID, hanno subito riduzioni o interruzioni, con ripercussioni dirette sull’accesso a servizi essenziali. Tra questi, la fornitura di terapie antiretrovirali, l’offerta di test diagnostici e le attività di sensibilizzazione risultano gravemente compromesse.

Il coraggio della società civile

Eppure, malgrado tutto, qualcosa si muove. La società civile combatte su un terreno minato, spesso con risorse ridotte all’osso, ma con una determinazione feroce. Le organizzazioni locali resistono, cercano di colmare i vuoti lasciati dalle istituzioni, di sfidare lo stigma e le leggi repressive. Perché la verità è che la lotta contro l’HIV non si limita alla dimensione sanitaria, ma si estende a un ambito politico e sociale. Essa investe la sfera dei diritti fondamentali, della dignità umana e del diritto inalienabile di accedere alle cure, senza il timore di persecuzioni.

La regione MENA è stata inequivocabilmente abbandonata. Ma da chi? Dai Governi che ignorano il problema? Dalla comunità internazionale che distoglie lo sguardo da un’emergenza scomoda? Da un sistema economico che decide chi merita di vivere e chi no?

Il tempo per agire si sta esaurendo. L’inerzia attuale potrebbe portare a un’aggravamento catastrofico della situazione epidemica. Diventa quindi urgente un afflusso immediato di risorse finanziarie, un’assunzione di responsabilità da parte degli attori chiave e, soprattutto, la demolizione delle barriere invisibili costituite da pregiudizi, paura e omertà. Perché in fondo, il virus più letale non è l’HIV, ma l’indifferenza.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto