(Da Kuala Lumpur) – Lo Sri Maha Mariamman Temple, con il suo gopuram colorato e un viavai incessante di fedeli indù, sorge all’estremità di Chinatown. Basta girare l’angolo e si finisce in un crogiolo di strade dove abbondano insegne in lingua cinese e lanterne rosse. A un paio di isolati prende forma Merdeka Square, cuore coloniale della città vecchia ed epicentro del vecchio colonialismo britannico. Moschee, minareti e locali halal completano il mosaico di culture che rende Kuala Lumpur un vero e proprio melting pot.

Un modello che funziona
Altro che gli Stati Uniti, dove l’intreccio tra etnie diverse ha dato vita ad un modello difettoso e discriminante per molti: la Malesia, dopo anni di tensioni razziali, esplosioni di violenza e tanto sangue versato, sembrerebbe oggi aver trovato la ricetta per garantire la pacifica convivenza tra almeno tre diverse popolazioni.
I dati parlano chiaro: il 60% dei cittadini è rappresentato da malesi musulmani e bumiputra (malesi indigeni), il 23% da cinesi provenienti dal Fujian e dalla Cina sudorientale, il 9% da indiani, per lo più Tamil dell’India sudorientale. Poi ci sono svariati milioni di migranti da Indonesia, Bangladesh e Sri Lanka.

La modernizzazione avvenuta a velocità folle negli ultimi tre decenni ha anestetizzato odi, asti e acredini, plasmando un’unica cultura globale: quella materialista.
All’ombra delle Torri Petronas, insomma, le persone sono troppo concentrate a migliorare il proprio tenore di vita, fare acquisti e sentirsi “cittadini del mondo”, per orchestrare rivolte etniche.
Se lo scontro diventa incontro
Certo, l’influenza dell’islam è forte ed evidente, anche se al momento non esiste un movimento islamico radicale che abbia veramente piantato le sue radici in Malesia.
Sono però aumentate le prese di posizione di natura conservatrice, e lo si vede, in primis, dall’attenzione posta sul concetto di “decoro”. Niente di veramente oppressivo, ma un termometro comunque emblematico per misurare la temperatura del mosaico sociale malese.

Samuel Huntington, il politologo statunitense famoso per aver dato alla luce il volume “Lo scontro di civiltà”, avrebbe seri problemi a visitare la Malesia.
Huntington rimarrebbe affascinato, ma forse anche sconcertato, nel vedere come donne musulmane malesi, con i loro capelli nascosti sotto tudong colorati, si muovano senza problemi accanto a indiane avvolte in sari altrettanto sgargianti e a cinesi in abiti occidentali. Rimarrebbe basito nel camminare lungo Petaling Street e osservare attività commerciali gestite, in perfetta simbiosi, da membri di etnie, religioni e culture difficilmente conciliabili tra loro in un qualunque tessuto sociale urbano.

Il “segreto” della coesistenza pacifica
La convivenza locale tra musulmani, cinesi e indiani manda dunque in frantumi lo scontro di civiltà teorizzato dal defunto professore di Harvard.
L’esperimento malese funziona, seppur si faccia fatica a rintracciare un’identità “malese” condivisa da tutti, almeno nell’accezione occidentale del termine di identità nazionale. Il motivo può essere spiegato dal fatto che le varie comunità etniche tendono a coesistere in spazi ben definiti più che a mescolarsi tra loro in un’utopica fusione collettiva.

I matrimoni tra membri di etnie diverse, del resto, sono rari, mentre l’istruzione e pure la politica sembrano procedere lungo confini etnici ben separati. Si tratta tuttavia di un risultato eccellente, considerando il percorso intrapreso dalle società multiculturali occidentali.
Il ruolo dell’Islam
La Malesia è più progressista e multiculturale rispetto ai Paesi del Medio Oriente. Ha una qualità della vita discreta, si trova in Asia, nella regione più dinamica del pianeta, è economica e ha un clima piacevole.
Non è un caso che molti arabi e iraniani apprezzino Kuala Lumpur, e che quello malese sia diventato una sorta di “Stato modello” nel mondo musulmano. Sono infatti numerose le personalità di spicco, che hanno ricoperto – o che ricoprono – cariche istituzionali in Medio Oriente, formatesi in Malesia.

Ahmet Davutoglu, ex ministro degli Esteri della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, è probabilmente l’esempio più emblematico: negli anni ’90 ha respirato l’aria malese diventando professore presso l’International Islamic University of Malaysia.
La politica estera di Davutoglu – ancorata ai valori islamici ma anche cosmopolita – ha consentito ad Ankara di risvegliarsi, di smarcarsi dall’Occidente e di avviare il processo per diventare una potenza regionale con ambizioni globali.
Le critiche a Israele
Al netto del multiculturalismo, in Malesia pochi fanno sconti quando si tratta di analizzare la crisi che sta insanguinando il Medio Oriente.
Soprattutto tra la maggioranza musulmana, l’atteggiamento fortemente critico (un eufemismo) nei confronti di Israele è lampante: lo si vede nei murales a sostegno della Palestina che, di tanto in tanto, compaiono nei vicoli di Kuala Lumpur; nei manifesti affissi da “organizzazioni pro Pal”; e persino negli adesivi offensivi nei confronti di Tel Aviv che alcuni automobilisti attaccano alle loro vetture.

A livello ufficiale, nelle ultime settimane la Malesia ha rafforzato il suo sostegno ai palestinesi, in una mossa che potrebbe mettere a dura prova le relazioni con gli Stati Uniti (la Cina è alla finestra). Il governo ha infatti “preso la decisione unanime di interrompere ogni forma di commercio diretto” con Israele, come ha dichiarato il primo ministro malese Anwar Ibrahim.
Le minoranze cinesi e indiane, intanto, non sembrano avere alcuna intenzione di tuffarsi in una questione del genere. La convivenza, per ora, può andare avanti.

