Make Coke Great Again: la battaglia di Trump per la Coca Cola delle origini

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C’erano una volta un presidente, una bibita gassata e un nemico invisibile chiamato sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio. Se sembra l’inizio di una favola distopica scritta in un diner del Midwest, non preoccupatevi: è solo un’altra giornata nell’universo parallelo di Donald Trump, dove ogni lattina è una dichiarazione politica e ogni sorso un atto di resistenza contro la decadenza dell’America moderna. Perché per Trump, la Coca-Cola non è solo una bevanda: è una missione. Ma attenzione, non quella versione annacquata dallo sciroppo industriale che ci rifilano oggi, no. Lui vuole la Coca-Cola “vera”, quella “di una volta”, probabilmente imbottigliata nel 1957 da operai bianchi con la brillantina e l’American Dream in tasca. E così, apre un nuovo fronte della sua crociata nostalgica: restaurare la grandezza perduta della Coke. Magari partendo dall’eliminazione del suo ingrediente più americano: il mais.

Americani e Coca-Cola, storia di un grande amore

Negli Stati Uniti, la Coca‑Cola non è soltanto una bibita: è un simbolo nazionale, un’istituzione culturale. Sin dalla sua invenzione ad Atlanta nel 1886, la Coca-Cola si è insinuata nell’immaginario collettivo americano come una rappresentazione liquida del sogno americano: accessibile, frizzante, ottimista. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’azienda si impegnò a garantire che ogni soldato americano potesse bere una Coca-Cola a cinque centesimi, ovunque si trovasse nel mondo, trasformando il marchio in ambasciatore di uno stile di vita a stelle e strisce.

Oggi, il consumo di Coca‑Cola negli USA è ancora impressionante. Sebbene in calo rispetto ai picchi del passato, ogni americano consuma in media circa 37 litri di Coca‑Cola all’anno, con una leggera preferenza per la versione Diet tra gli over 40. L’azienda stessa, pur avendo ampliato il suo portafoglio (acque, tè, succhi, energy drinks), continua a investire pesantemente sull’identità “classica” del marchio.

La Coca‑Cola è quindi molto più di una bevanda: è una rassicurazione sentimentale, un’estensione del mito americano, e una costante pop che resiste al tempo, alle crisi, ai cambiamenti politici. Che la si ami o la si detesti, resta un oggetto transgenerazionale, capace di evocare infanzia, pubblicità natalizie con l’orso polare, e interi decenni di cultura consumeristica americana. Quando Trump si aggrappa alla sua lattina di Diet Coke, non sta solo dissetandosi: sta stringendo in mano una piccola porzione di soft power, nostalgia e ideologia nazionale.

Lo sciroppo di mais, croce e delizia americana

Lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, meglio noto come HFCS (High-Fructose Corn Syrup), è uno degli ingredienti più onnipresenti (e controversi) dell’alimentazione americana moderna. Si tratta di un dolcificante ottenuto industrialmente dalla trasformazione dell’amido di mais in una miscela di glucosio e fruttosio. È stato introdotto su larga scala negli Stati Uniti negli anni Settanta, quando il prezzo dello zucchero di canna cominciò a salire e il governo incentivò massicciamente la coltivazione del mais con sussidi federali. Risultato? Oggi l’HFCS è più economico, più stabile in termini di conservazione, e molto più presente dello zucchero naturale in bevande, snack, cereali, condimenti e pane confezionato.

Ma questa “invenzione” dell’agroindustria ha un prezzo. Secondo il CDC, il consumo eccessivo di HFCS è stato associato a un aumento dell’obesità, del diabete di tipo 2 e di altre malattie metaboliche. Anche se scientificamente la differenza tra zucchero da tavola (saccarosio) e HFCS è sottile, dal punto di vista della percezione pubblica l’HFCS è visto come un simbolo del cibo processato, artificiale, “chimico”.

Ed è proprio qui che entra in scena la “nuova” battaglia: fare guerra al mais, almeno a quello liquido. Secondo indiscrezioni circolate a inizio 2024, Trump avrebbe parlato con alcuni executive del settore alimentare per chiedere “perché non torniamo allo zucchero vero?”, definendo la Coca-Cola con zucchero di canna (la cosiddetta Mexican Coke) “molto migliore, come una volta”. In effetti, molti americani già oggi preferiscono la versione messicana della bevanda, venduta in bottiglie di vetro e dolcificata con zucchero di canna, ritenuta più “pulita” nel gusto e più fedele alla formula originale. Tra le pieghe zuccherate del populismo alimentare, la Mexican Coke è diventata un piccolo simbolo di resistenza: prodotta in Messico con zucchero di canna, venduta in bottiglie di vetro retrò, e amata da chi cerca un gusto “più vero”, “come una volta”. Negli Stati Uniti è approdata prima nei negozi etnici, poi nei supermercati mainstream, alimentando un culto trasversale tra foodies urbani, nostalgici conservatori e consumatori critici dell’industria alimentare. La differenza nel gusto — meno dolciastro, più “pulito” — è reale per molti, anche se scientificamente i valori nutrizionali sono quasi identici.

Ma non è questione di calorie: è una guerra simbolica tra due visioni del cibo e dell’America stessa. Da un lato l’omologazione industriale dello HFCS, spinto da decenni di sussidi al mais; dall’altro un sapore percepito come autentico, magari importato, ma capace di evocare una purezza pre-globalizzata. È facile capire perché Donald Trump possa affezionarsi a questa narrazione: nella Mexican Coke trova l’occasione perfetta per colpire un nemico interno (il mais industriale) e, paradossalmente, esaltare un prodotto straniero come esempio dell’America “di una volta”. Un’operazione populista dolceamara, perfettamente in linea con il suo gusto — politico e personale.
Dietro questa scelta apparentemente marginale si nasconde una strategia comunicativa perfettamente trumpiana: attaccare un ingrediente “tecnologico”, impopolare, che incarna l’idea della modernità corrotta, e promettere un ritorno a un passato idealizzato dove “il cibo era vero”, “l’America era sana” e “la Coca-Cola era più buona”.

Si può…fare?

Ma è davvero fattibile abbandonare lo sciroppo di mais negli USA? In teoria sì, in pratica molto complicato. Il passaggio dallo sciroppo di mais allo zucchero di canna richiederebbe una riconversione industriale non banale. Questo comporterebbe cambiamenti a vari livelli: dalla catena di approvvigionamento agli impianti di produzione, fino all’etichettatura e ai costi finali al consumatore. Ma il vero ostacolo non è tecnico: è politico ed economico, e ha un nome preciso — le lobby dell’industria del mais.


Negli Stati Uniti, il mais è il cereale più coltivato in assoluto, con circa 90 milioni di acri coltivati all’anno, gran parte dei quali destinati non all’alimentazione diretta, ma alla produzione di etanolo e HFCS. Secondo i dati dell’USDA, il governo federale spende ogni anno miliardi di dollari in sussidi agricoli al mais, rendendo artificialmente basso il costo di produzione di derivati come l’HFCS.

Organizzazioni come la National Corn Growers Association e colossi dell’agroindustria come Cargill o ADM (Archer Daniels Midland) esercitano una forte influenza su Congresso e amministrazioni, indipendentemente dal colore politico. Promuovono l’HFCS come un “ingrediente naturale, sicuro e sostenibile” e si oppongono strenuamente a qualsiasi politica che favorisca alternative dolcificanti più costose. In breve: se tocchi l’HFCS, tocchi gli interessi di interi stati agricoli — e quindi voti.
Lo zucchero di canna è significativamente più costoso dell’HFCS negli USA, principalmente a causa dell’assenza di sussidi analoghi per lo zucchero, delle tariffe doganali che limitano le importazioni di zucchero estero (specialmente da America Latina e Sud-Est asiatico) oltre al costo più elevato della raffinazione e del trasporto.

Secondo Forbes, se Coca-Cola sostituisse completamente l’HFCS con zucchero di canna, il prezzo di una lattina potrebbe aumentare fino al 20-30%, a seconda della zona geografica e della disponibilità. Questo impatterebbe non solo le bibite, ma anche l’intero comparto dei prodotti processati: cereali, salse, yogurt, prodotti da forno, snack, chewing gum. A fronte di un’inflazione alimentare già significativa negli ultimi anni (l’indice dei prezzi alimentari è salito del 25% tra il 2020 e il 2023), una manovra del genere avrebbe ripercussioni sull’intera economia domestica americana. Inoltre, i dazi di Trump sul resto del mondo, tra cui una minaccia del 30% sul Messico e una del 50% sul Brasile, potrebbero contribuire ulteriormente all’aumento dei prezzi, poiché sia lo zucchero di canna che quello di barbabietola vengono esportati negli Stati Uniti.

Infine, c’è l’aspetto culturale. Per molti americani — in particolare nelle fasce a basso reddito — le bevande zuccherate sono un pilastro della dieta quotidiana. Offrire versioni “più genuine” ma più costose potrebbe sembrare una proposta elitista o “da sinistra radical chic”. Il grande incubo di The Donald.