L’universo nel piatto, facciamoci un Bibimbap

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Viene servito all’interno di una ciotola di metallo o di un dolsot, una pentola in pietra riscaldata che mantiene il contenuto bollente anche quando la portata arriva sul tavolo. È un piatto a base di riso al vapore mescolato a verdure saltate in padella, funghi e carne, con l’aggiunta di gochujang (pasta di peperoncino), olio di semi di sesamo e salsa di soia. A completare il tutto c’è molto spesso un uovo fritto posizionato al centro della composizione. Ecco a voi il Bibimbap, pietanza coreana per eccellenza che, cavalcando l’onda lunga del soft power made in Korea, ha ormai fatto breccia anche in Occidente.

Forse lo avrete già mangiato, o, comunque vi sarete imbattuti almeno una volta nel suo nome – alle lettera: bibim significa “misto” e bap “riso” – visto che la ricetta per cucinare il Bibimbap è stata la più cercata del 2023 nel motore di ricerca Google. Ne esistono decine e decine di varianti, a seconda degli ingredienti messi in pentola, anche se tutti sono accomunati da una struttura sui generis: i condimenti – almeno cinque, importante dal punto di vista nutritivo, e di colore diverso, per una questione estetica – sono disposti sopra il riso e ciascuno separato dall’altro. Si creano così più sezioni confinanti.

Come si mangia? Il Bibimbap può essere consumato con le tradizionali bacchette in metallo tipiche della cucina coreana o, per gustare ancor meglio il suo sapore, utilizzando un apposito cucchiaio allungato. Già, il sapore: perché prima di iniziare a mangiare è necessario mescolare bene il piatto, in modo tale che gli ingredienti – inizialmente ordinati – si uniscano tra loro rompendo ogni equilibrio.  

Ordine e gusto

Al di là del lato culinario, il Bibimbap incarna uno spaccato di cultura coreana (più generalmente asiatica). La composizione degli ingredienti all’interno della ciotola è infatti un aspetto fondamentale di cui tener conto. Il motivo è presto detto. Il Bibimbap è un piatto che incorpora i cinque sapori che creano equilibrio in un piatto tradizionale – ovvero: amaro, acido, caldo, dolce e salato – oltre che il concetto di obangsaek, termine che indica i cinque colori rappresentativi della cucina nazionale coreana – rosso, verde o blu, giallo, bianco e nero. Questi cinque colori rappresenterebbero inoltre i cinque elementi che formano l’universo (fuoco, legno, terra, metallo e acqua) nonché le cinque direzioni indicabili da una bussola (Sud, Est, centro, Ovest e Nord) e, secondo alcuni, anche i cinque organi principali del corpo umano (cuore, fegato, stomaco, polmoni e reni).

In una ciotola di Bibimbap, dunque, c’è molto più di una pietanza: c’è un intero universo in equilibrio. In attesa di essere manomesso per il vostro appetito.

Le origini del Bibimbap

Alcuni teorizzano che il nome del piatto derivi da goldongban, ovvero da un antico rituale coreano attraverso il quale le persone ripulivano le proprie case alla fine di un anno lunare in preparazione per quello successivo. Gli avanzi della dispensa venivano messi insieme formando un piatto chiamato goldongjiban, dal quale sarebbe poi derivato il Bibimbap.

Altri sostengono che possa aver preso forma da una vecchia pratica coreana di riutilizzare gli avanzi della tavola jesa (cerimonia ancestrale), mentre altri ancora ipotizzano che derivi da una vecchia necessità degli agricoltori: nutrire molte persone, tutte insieme, durante i raccolti.

È probabile che il Bibimbap non abbia un unico inventore, né un unico luogo di origine o una versione definitiva. Sembrerebbe invece essere emerso in modo naturale, evolvendosi e adattandosi fino ad oggi, in conformità con la composizione geografica della penisola coreana.

In ogni caso la città di Jeonju, capoluogo della provincia di Jeolla settentrionale, sostiene di essere la patria del Bibimbap e la sua versione è considerata uno dei piatti caratteristici della Corea del Sud. Buon appetito e buon Bibimbap a tutti.