Più passa il tempo e più il puzzle coronavirus prende forma. Sia chiaro: i misteri sul Sars-CoV-2 sono ancora tantissimi, a cominciare dalla sua esatta origine. Come, quando e dove: nessuno, al momento, ha risposte certe. Sul tavolo della scienza ci sono ipotesi, supposizioni, teorie, ma ben poche certezze. L’ultima scoperta potrebbe aiutare la comunità scientifica a fugare altri dubbi.

I ricercatori guidati da Maciej Boni del Center for Infectious Disease Dynamics della Pensylvania State University hanno pubblicato un brillante studio su Nature Microbiology. L’assunto base è che il nuovo coronavirus sembrerebbe aver circolato per decenni all’interno degli organismi dei pipistrelli, senza che nessuno se ne fosse mai accorto. Già, perché il mondo intero ha imparato a conoscere il virus soltanto alla fine del 2019, dopo che la città cinese di Wuhan, nella provincia dello Hubei, è stata travolta da inspiegabili casi di polmoniti atipiche.

Che la prima apparizione del Sars-CoV-2 non coincidesse con la sua prima apparizione nell’epicentro cinese è un argomento sollevato da Tom Jefferson, medico presso il Center for Evidence-Based Medicine del Dipartimento di Scienze della salute delle cure primarie di Nuffied. Per Jefferson il nuovo coronavirus potrebbe essere rimasto inattivo in tutto il mondo per diversi anni, prima di diffondersi tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020 grazie a nuove condizioni ambientali favorevoli.

L’origine, gli altri virus e i pipistrelli

Per certi versi la scoperta del team di Boni avalla e completa l’ipotesi di Jefferson. I ricercatori americani sostengono che l’origine più plausibile dell’agente patogeno sia da ricercare nei pipistrelli a ferro di cavallo. Al di là delle indiscrezioni sulla presunta fuoriuscita del virus da un laboratorio cinese – voci fin qui non confermate da evidenze scientifiche – l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inviato i suoi esperti in Cina per cercare di ricostruire le origini del Sars-CoV-2.

Come ha sottolineato Bloomberg, tracciare il lignaggio del virus è fondamentale per separare le persone potenzialmente contagiabili dall’ospite dello stesso patogeno, così da evitare nuove crisi sanitarie. Da questo punto di vista studiare i pipistrelli è di primaria importanza, visto che altri virus, contenuti in questi animaletti notturni, potrebbero presto fare il salto di specie e diventare una minaccia per l’essere umano.

Ne sono convinti gli scienziati, che hanno tuttavia fatto capire come sia difficile “identificare virus potenzialmente in grado di causare gravi epidemie umane prima che emergano”. Ecco perché, ha suggerito Boni, è necessario creare quanto prima “una rete globale di sistemi di sorveglianza delle malattie umane” capace di agire “in tempo reale”.

L’ultima scoperta sul Sars-CoV-2

Tornando alla scoperta del team americano, Boni e i suoi sono riusciti a ricostruire l’evoluzione del virus tracciando la sua storia di ricombinazione. Tra le altre cose, è emerso che molto probabilmente i pangolini non sono stati ospiti del virus, anche se gli stessi potrebbero aver avuto un ruolo nella trasmissione dell’agente patogeno all’essere umano.

Ma soprattutto lo studio, consultabile online e intitolato Evolutionary origins of the SARS-CoV-2 sarbecovirus lineage responsible for the COVID-19 pandemic, offre uno spunto interessante. Utilizzando le informazioni relative alle mutazioni del virus, gli scienziati sono risaliti indietro nel tempo seguendo l'”orologio molecolare” del patogeno. Ebbene, molto probabilmente, il virus circolava nei pipistrelli già dagli anni ’60 o ’70 del secolo scorso, o addirittura anche prima. Soltanto in un secondo momento, grazie a una situazione favorevole, l’attuale virus si sarebbe “staccato” dal suo omologo e avrebbe iniziato a diffondersi tra gli uomini.

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