Ripensare all’idea di gravidanza e di famiglia per arrivare alla vera emancipazione della donna e superare il capitalismo. È la teoria contenuta nell’ultimo libro della femminista Sophie Lewis Full Surrogacy Now: Feminism Against Family (Verso, 2019) – ossia “Piena maternità surrogata ora: il femminismo contro la famiglia” – che propone l’abolizione del concetto stesso di famiglia naturale e il ripensamento della gravidanza tradizionale a favore di una “piena maternità surrogata”.

Secondo The Nation, la saggista “mette a nudo i modi in cui la maternità è diventata una costruzione ideologica” e racconta “la violenza biologica e sociale” che le future mamme devono sopportare. “Come e quando hai iniziato a pensare alla maternità surrogata come a una specie di lavoro?” chiede l’intervistatrice a Lewis, che replica: “L’intero dibattito accademico si concentra sul perché questa pratica esiste” afferma. “Certe femministe riflettono sul fatto che bambini siano a volte delle merci, e di come il sesso sia alienato e in vendita, incolpando le persone che lavorano in queste industrie, quando in realtà il problema è il capitalismo“.

la gravidanza come lavoro

La gravidanza, secondo Lewis, è un vero e proprio lavoro. “Mi sono trovato ad affermare l’ovvio – spiega – la gestazione era già un lavoro prima che esistesse la maternità surrogata. Quindi, come possiamo costruire una politica che colleghi questi due luoghi di lavoro e creare solidarietà tra le gestanti pagate e non pagate?”. Perché essere madri “non è una sorta di processo meccanico automatico” ma “una pratica di socializzazione radicata”. La cosa fondamentale da capire, prosegue, “è che la maternità è un edificio ideologico molto potente. Esiste un’ideologia molto radicata che ci rende incapaci di comprendere che a qualcuno la maternità potrebbe non piacere”.

Secondo l’attivista, dunque, la soluzione è abbandonare le vecchie ideologie e sposare il concetto progressista di “piena maternità surrogata” che si realizza, naturalmente, smantellando la famiglia tradizionale. “Attualmente – afferma Sophie Lewis – l’intera logica della maternità surrogata è di asportare il surrogato dal quadro familiare; il punto principale di essere un surrogato è che non sei mai veramente lì. Questo è qualcosa che voglio sfidare, l’idea che i bambini appartengano a qualcuno – la convinzione che il prodotto del ‘lavoro di gestazione’ venga trasferito come proprietà a un insieme di persone. Questo è, in realtà, uno degli orizzonti rivoluzionari che la sorellanza delle madri single nere sosteneva: che i bambini non dovrebbero appartenere a nessuno se non a se stessi”.

La “piena maternità surrogata” comporterebbe, dunque, “l’allargamento della sfera delle relazioni tra le persone” e lo smantellamento della famiglia così come la conosciamo.”La famiglia è il luogo in cui possono verificarsi la stragrande maggioranza degli abusi” racconta. “E poi dobbiamo domandarci a cosa serva la famiglia oggi: ad addestrarci ad essere lavoratori, ad essere abitanti di un sistema binario di genere e stratificato su base razziale” e che ci raccomanda “di non essere queer“.

“Gli stati nazionali sono un ostacolo”

Naturalmente, in questo disegno folle e spericolato di proliferazioni internazionali di maternità surrogate e distruzione della famiglia, gli stati nazionali e le loro restrizioni sulla maternità surrogata rappresentano un serio ostacolo. “Le solidarietà internazionali che abbiamo bisogno di costruire non saranno facilitate dalla maggior parte degli stati nazionali” sottolinea la scrittrice femminista a The Nation.

“Gli Stati-nazione si trovano di fronte a un vero grattacapo quando si tratta di maternità surrogata, che ruota attorno a questioni di cittadinanza, come quando un bambino viene conservato in un grembo keniota, indiano o messicano, ma proviene da gameti francesi o dalla California. Tutte queste legislature hanno regole diverse su cosa sia una madre”.

La scrittrice americana cita Angela Davis, 75 anni, attivista del movimento afroamericano statunitense nonché storia militante del Partito Comunista degli Stati Uniti. “Il tipo di abolizione della famiglia che ho in mente – sottolinea Lewis – risale alle femministe afroamericane e ad Angela Davis, che sosteneva che le tecnologie riproduttive che si stavano sviluppano negli anni ’80 non erano affatto una novità”. Ecco il folle progetto delle femministe americane: distruggere la famiglia, diffondere la pratica della maternità surrogata intesa come lavoro, far sì che i bambini non siano più di nessun genitore in particolare ma di famiglie allargate oltremisura e disseminate in tutto il mondo, in base a visione cosmopolita della vita che tanto va di moda fra la sinistra globalista. Come diceva Seneca, tuttavia, numquam est qui ubique est, “Chi è dappertutto non è da nessuna parte” (Seneca, Epistulae, II).

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