La stampa ha dato ampiamente notizia della morte per pestaggio di Mahsa Amini avvenuta il 14 settembre del 2022, ma reso noto soltanto qualche giorno dopo, sicchè le ragazze iraniane, “hanno preso e sono uscite, senza attendere un’autorizzazione o una benedizione, per mettere i corpi di traverso al passato, ormai sintonizzate sulle proprie esistenze future, da rifondare nella libertà.” Scrive così Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera in “Love Harder. Le ragazze iraniane camminano davanti a noi” (pagg. 144, Solferino Libri, Milano, 2023, Euro 16,50). E lo si capisce ancor meglio quello che ha scritto nel suo libro apocalittico, oggi, in occasione della morte del Presidente iraniano Ebrahim Raisi, figura invisa sia agli iraniani tutti non osservanti del regime, sia all’opposizione interna ed esterna al regime degli ayatollah che ha per leader supremo iraniano Ali Khamenei; Raisi presidente è scomparso insieme al ministro degli Esteri e altre sei persone nello schianto dellʼelicottero su cui viaggiavano nel nordovest del Paese. Il titolo del libro è tratto da un verso della poetessa Kate Tempest: “Quando tutto si infiamma, noi innamorati impariamo a essere guerrieri; quando il buio diventa nero, noi guerrieri impariamo ad amare più forte.”
La Stefanelli ha raccolto le incredibili storie di quelle donne ribelli. Infatti, “Donna, vita, libertà!” era il grido di quei giorni e a testimoniare che si fosse trattato di una protesta rivoluzionaria portata avanti con i corpi delle donne, e ne sono testimonianza i veli bruciati e i capelli liberi al vento, ed anche le pillole anticoncezionali che le madri delle ragazze arrestate portarono loro durante le visite al posto del pane. Sono queste, e tante altre, le storie quotidiane delle ragazze iraniane lungo le strade della “loro” Rivoluzione, che dura da oltre quarant’anni e che sogna di aver imboccato il rettilineo finale. Una generazione di giovani donne istruite che guardano e si rispecchiano nelle coetanee di Paesi più liberi, ne condividono i desideri, aspirano agli stessi diritti, diritti che a loro mancano.
La Stefanelli raccontando le vite e le storie di queste ragazze ha svolto quindi un’opera di memoria e di denuncia politica. Aida, medico di 36 anni, Elaheh ha perso un occhio durante una manifestazione, Asra, studentessa di 15 anni. Nika, “questa liceale che durante la pandemia un po’ si è persa, non riesce più ad andare bene a scuola e la mamma decide di mandarla a vivere dalla zia, una pittrice famosa a Teheran.” In una narrazione avvincente che si fa testimonianza, la giornalista Barbara Stefanelli raccoglie ad ampio raggio le storie delle giovani ribelli iraniane e delle madri, dei fratelli, padri e compagni che ne hanno sostenuto la battaglia. E tutto ciò per ricordarne nomi e volti, il loro sacrificio e le promesse. Perché le libertà accomunano tutti, nessuno può essere estraneo, né basta l’indifferenza. La lettura del libro serve a far conoscere fatti e misfatti, ma soprattutto a mettere il dito nel dramma femminile dell’Iran di oggi. E devono essere non solo loro a combattere, ma tutti noi, senza misteri e scelte di parte.
Nel libro si carpisce un legame generazionale tra madre e figlie, di donne in donne, che spesso continua anche nella memoria. La Stefanelli, dà modo di raccontare di giovani iraniane uccise solo perché amavano la vita, perché amavano la libertà. Libro denso, storico, attuale, forsanche duro e amaro, in “Love Harder. Le ragazze iraniane camminano davanti a noi”, la Stefanelli nel racconto del saggio storico, toglie un altro velo pesante, quello dell’indifferenza, con la ribellione delle giovani donne iraniane che si sono opposte al regime, e ci narra le storie di Nika, Aida, Asra e tante altre, che hanno conosciuto la barbarie delle carceri, degli stupri, delle mutilazioni, e che nonostante tutto sono scese in piazza lo stesso a protestare.
Una giovane generazione coraggiosa questa di oggi che vorrebbe ballare in piazza, cantare a squarciagola, avere una vita normale, tutte cose che in Iran quei Paesi islamici sono vietate. Insomma, ragazze che vogliono amare più forte senza avere la paura addosso.
Vale la pena sapere che in un’intervista pubblicata sul quotidiano israeliano Jerusalem Post, un anonimo membro dei gruppi paramilitari iraniani (basiji) avrebbe dichiarato di aver più volte stuprato ragazze vergini condannate a morte; poiché la legge islamica in vigore in Iran vieta di giustiziare vergini, lo stupro delle giovani, la notte prima dell’esecuzione e subito dopo un improvvisato “matrimonio temporaneo”, avrebbe permesso di eludere il divieto.
“Il regime ci sventra”, ripetono le giovani iraniane, con un coraggio non comune, raccontando di abusi, accecamenti, sparizioni, finti suicidi. Ma la loro rivoluzione è fatta anche di canzoni, di colori e di arte, di solidarietà che corre tra nazioni lontane e scavalca le frontiere.
Saggio prezioso quello della Stefanelli, preciso, acuto, storico, fondante, drammatico nel suo racconto, ma occasione per rendersi conto che ci sono tante donne e ragazze in Iran che lottano ogni giorno per riavere quella vita che avevano prima dell’ascesa al potere degli ayatollah, vita poi calpestata fino a morire, lottare duramente per ritrovare invece nel prossimo futuro la luce e la voglia di sorridere ancora.

