Il Vecchio Continente viene percepito come un luogo sicuro e stabile, lontano dalle guerre civili che attanagliano il continente africano e altre zone del “sud globale”. Ma è davvero così? Un’intervista pubblicata dal Berliner Zeitung con il professor David Betz, esperto di studi sulla guerra al King’s College di Londra, getta una luce inquietante sul futuro dell’Europa occidentale. Secondo Betz, il continente potrebbe essere sull’orlo di conflitti civili entro i prossimi anni, un’ipotesi che sfida quella percezione di stabilità di cui si accennava poc’anzi. Secondo la sua analisi, . basata su decenni di ricerca accademica, evidenziano come le condizioni strutturali per un possibile conflitto siano già presenti, alimentate da profonde divisioni sociali, perdita di fiducia nelle istituzioni e un rapido cambiamento demografico.
L’ombra della guerra civile in Europa
Betz identifica tre fattori chiave: la polarizzazione sociale, il downgrading della popolazione maggioritaria e il crollo della fiducia nelle istituzioni. “La polarizzazione è diventata una questione di identità e appartenenza di gruppo, non più di contenuti politici”, spiega, ciitando l’esempio del Regno Unito, dove “una crescente movimento politico musulmano si concentra su questioni internazionali, come Gaza, trascurando la politica interna britannica”.
Questo, secondo Betz, è sintomatico di una politica in cui “l’identità è più importante di qualsiasi altra cosa”.Il downgrading si riferisce alla perdita di status della popolazione autoctona. “In diversi paesi europei, la popolazione nativa diventerà una minoranza entro una generazione”, afferma Betz, indicando il 2060 come data stimata per il Regno Unito. Questo cambiamento, percepito come una “sostituzione culturale”, è guidato da élite che Betz descrive come “post-nazionali” e favorevoli a “rimuovere tutte le barriere al flusso di persone, capitali e idee“.
Tuttavia, sottolinea, “l’immigrazione di massa non è un progetto della popolazione, ma delle élite. Non c’è mai stata un’elezione in cui i cittadini abbiano scelto consapevolmente un’immigrazione senza limiti”.
Il crollo di fiducia nelle istituzioni
Il terzo pilastro è il crollo della fiducia nelle istituzioni. “Il capitale sociale di una società è la fiducia”, dice Betz, ma “politici, media, polizia, giustizia, persino chiese e medicina hanno perso credibilità”. In molti Paesi, “la fiducia nei politici è scesa a livelli a una cifra”, un fenomeno che riduce drasticamente la capacità di risolvere conflitti pacificamente.
“Senza fiducia, le società possono diventare socialmente ‘bancarotta’”, avverte. Le crisi economiche che l’Europa sta affrontando ampliano il rischio. “la produttività e l’innovazione – afferma – stagnano da decenni, la burocrazia paralizza, e il debito pubblico cresce a dismisura”. L’esperto cita proprio la Germania, un tempo modello di disciplina fiscale, che oggi accumula “centinaia di miliardi, se non trilioni, di debito”. Aggiunge che “i giovani sono penalizzati in termini di reddito, accesso alla casa, possibilità di creare una famiglia e prospettive pensionistiche”, rompendo il “patto occidentale” secondo cui ogni generazione dovrebbe vivere meglio della precedente.
Uno scenario di conflitto
Betz delinea due possibili linee di scontro in un ipotetico conflitto civile: “Nationalisti contro post-nazionali, una rivolta dei ‘governati’ contro élite che cambiano le regole a loro svantaggio, e autoctoni contro nuovi arrivati”. Il primo potrebbe assumere la forma di una “guerra sporca”, con “omicidi mirati contro membri delle élite e rappresaglie da parte di forze di sicurezza statali o private”. Il secondo potrebbe tradursi in “violenza urbana su larga scala“, simile a episodi già visti in alcune città europee.
L’esperto paragona un possibile scenario al collasso dell’ex Jugoslavia, dove “nel 1990 il 90% delle persone considerava buoni i rapporti interetnici, ma due anni dopo si scatenarono massacri e pulizie etniche”. Questo rapido deterioramento è attribuito al normalcy bias (ossia il fenomeno psicologico che porta le persone a sottovalutare la possibilità di eventi catastrofici): “Pensiamo che, poiché oggi tutto funziona, domani sarà lo stesso”ì”, spiega Betz.
Un rischio concreto
Betz quantifica il rischio citando la politologa Barbara Walter: “In un Paese con condizioni strutturali favorevoli a un conflitto civile, la probabilità annuale è del 4%, che su cinque anni diventa circa il 18,5%”. Inoltre, “se un conflitto scoppiasse, ad esempio in Francia, è molto probabile che si diffonda ai paesi vicini, con una probabilità complessiva che potrebbe superare il 60% in cinque anni”. Nonostante l’allarme, Betz chiarisce di non essere un prepper: “Non ho armi né costruisco fortezze. Il mio compito è comprendere e parlare pubblicamente di questi rischi”.
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