La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

Nell’arco di 35 anni, precisamente dal 1980 al 2015, in Cina centinaia di medici sarebbero stati soliti espiantare organi dai corpi di detenuti condannati a morte, per poi riutilizzarli in nuovi trapianti.

L’accusa, pesantissima, è stata messa nera su bianco dal chirurgo israeliano Jacob Lavee e dal ricercatore australiano Matthew Robertson in uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Transplantation. Il paper, intitolato Execution by organ procurement: Breaching the dead donor rule in China (qui la versione integrale) e rilanciato anche dal Wall Street Journal, farebbe luce (il condizionale è d’obbligo) su una brutale pratica che, fino a qualche anno fa, avrebbe coinvolto numerosi sanitari cinesi.

Sia chiaro: il tema non è inedito, visto che già in passato, in merito a quanto sarebbe accaduto in Cina, erano emerse indiscrezioni, testimonianze e accuse di vario tipo, a dire il vero non sempre confermate e confermabili. Adesso che è stata però diffusa questa dettagliatissima ricerca, l’intera vicenda riemerge dagli impolverati archivi dei media di mezzo mondo.

I medici-boia e l’espianto di organi

Lo studio sopra citato ha preso in esame 3mila rapporti clinici in lingua cinese. Sono emerse storie ai limiti dell’assurdo. Il 18 marzo 1994, ad esempio, otto medici del Tongji Medical College di Wuhan avrebbero viaggiato per 40 miglia con un solo obiettivo: procurarsi un cuore da un prigioniero presente nel braccio della morte di una struttura penitenziaria locale. Anziché attendere che le autorità giudiziarie giustiziassero il prigioniero, i medici avrebbero eseguito loro stessi l’esecuzione proprio per estrarre il cuore.

“Quando il torace del donatore è stato aperto – hanno scritto i medici di Wuhan – l’incisione sulla parete toracica era pallida e senza sangue, e il cuore era viola e batteva debolmente. Ma il battito cardiaco è diventato forte subito dopo l’intubazione tracheale e l’ossigenazione”. E ancora: “Il cuore del donatore è stato estratto con un’incisione dal 4° sterno intercostale nel torace… Questa incisione è una buona scelta per le operazioni sul campo in cui lo sterno non può essere aperto senza alimentazione”. I sanitari, inoltre, si sarebbero accorti in maniera del tutto casuale che il donatore, durante l’operazione, era collegato ad un ventilatore e dunque ancora vivo.

Il contenuto del rapporto

Ricordiamo che, affinché una dichiarazione di morte cerebrale sia legittima, il donatore di organi deve aver perso la capacità di respirare spontaneamente ed essere già stato intubato. Ebbene, nella ricerca di Lavee e Robertson troviamo decine di rapporti – riferiti a 56 ospedali cinesi, che avrebbero coinvolto più di 300 operatori sanitari – in cui la morte cerebrale dei pazienti sarebbe stata dichiarata prima della loro intubazione. Come se non bastasse, il giuramento di Ippocrate parla chiaro: un medico non può in alcun modo causare un danno volontario al paziente.

La Cina sostiene di aver vietato pratiche del genere sui prigionieri a partire dal 2015, anche se, scrivono gli autori della ricerca, è probabile che i suddetti trapianti vadano avanti ancora oggi in piena clandestinità. La questione resta controversa. I leader medici globali hanno in gran parte respinto tali preoccupazioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), dal canto suo, ha addirittura ricevuto consigli dai chirurghi trapiantisti cinesi per contrastare il traffico di organi. Nel 2020 i funzionari dell’Oms hanno perfino attaccato una precedente ricerca dei due esperti sopra citati, bollando come falsi i dati da loro riportati.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.