La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024, rivista a freddo, lascia l’amaro in bocca. I primi Giochi in Francia da un secolo si aprono con uno spettacolo pacchiano e post-moderno, in cui poco o nulla emergono i due tratti caratterizzanti di una cerimonia di inaugurazione. Non si vede, da un lato, la celebrazione dei valori sportivi e d’inclusione sociale e collettiva e, dall’altro, il ricordo del percorso storico del Paese che ospita i Giochi.
Ed è un peccato: una cerimonia che presentava la pur bella opportunità di una sfilata sulla Senna e di una pianificazione che la rendeva accessibile alla cittadinanza ha mostrato poco o nulla dell’epica di altri eventi simili, da Barcellona 1992 a Londra 2012.
La “France éternelle”, quella cui amava riferirsi Charles de Gaulle, che va dal regno nato al termine dell’era di Carlo Magno all’epopea del Generale, non è stata narrata nel racconto della cerimonia. La Francia che ha saputo produrre Richelieu e Voltaire, il Re Sole e Napoleone non si è vista. Non è comparsa la grande Francia della cultura e dell’arte, dei grandi scrittori da Emile Zola a Frantz Fanon. Ma nemmeno la Francia che sa essere vivace e produttrice di cultura nell’epoca contemporanea.
Da “I Miserabili” al passaggio della cerimonia nei luoghi simboli di Parigi ogni riferimento storico e culturale, che nelle intenzioni doveva celebrare in chiave moderna la grandeur parigina, è stato annacquato in un fluido alternarsi di celebrazioni “pop” unite a qualche melassa di politicamente corretto esasperato. Con lo stridente scivolone della parodia dell’Ultima Cena che, oltre a essere offensivamente dileggiante verso un simbolo della tradizione cristiana, ha nella sua rara bruttezza il principale difetto. Facciamo nostro il commento di Riccardo Canaletti per Mow su questo passaggio evitabile: “Un baccanale in costume da bagno, con tante piume e tanto trucco e, probabilmente, poche o cattive letture. Cattive letture perché è difficile immaginarsi una fonte letteraria in grado di giustificare questo svuotamento di senso, questa finta provocazione vecchia di cento anni che diventa più scherno, quasi vendetta, fatta con i mezzi della società dell’intrattenimento”.
Certo, la chiusura con la Tour Eiffel e la voce di Celine Dion basterebbe per assolvere colpe organizzative ben più gravi. Ma la vuotezza della cerimonia colpisce. Non c’è il valore della Francia di ieri, non c’è l’immagine della Francia di oggi, non c’è la tradizione sportiva. E dire che le Olimpiadi avrebbero dato l’occasione di raccontare molte storie. Quell’inclusività che il comitato organizzatore guidato dall’attore Thomas Jolly, già direttore del prestigioso teatro Quai d’Angers, ha voluto forzatamente mettere in mostra con figure fluide e scene provocatorie e scandalose poteva emergere anche, e senza problemi, dall’ordinaria realtà della Francia. Nazione la cui amministrazione, oltre l’Europa, si estende a tre continenti (Sud America, Africa, Oceania) e che è stata avanguardia della promozione sociale dei figli delle periferie, come la vittoria della multiculturale Francia padrona di casa al Mondiale del 1998 testimonia.
Una nazione, la Francia, che con Pierre De Coubertin ha inventato le Olimpiadi moderne non può, poi, mettere in secondo piano la sfilata degli atleti e ignorare la valorizzazione dello sport, a ogni livello, nella cerimonia. Lo ha ben sintetizzato la giornalista sportiva Lia Capizzi, che ha sottolineato come nel quadro della cerimonia ci fossero “atleti un po’ troppo in secondo piano, i portabandiera quasi snobbati, alcuni nemmeno inquadrati”. “Poco rispetto per loro che sono i protagonisti?”, la domanda retorica della giornalista Rai e storica voce dello sport, soprattutto della pallacanestro, di Sky pubblicata sul suo profilo X. Ecco, forse proprio la parola “rispetto” è quella chiave, in questa cerimonia che non ha fatto onore allo spirito olimpico o al senso della storia francese. Diventando un’opera kitsch di cui non sentivamo il bisogno. E della quale non sentiremo la mancanza.
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