Lo studio di Nature: il coronavirus non è nato in laboratorio

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Si rafforza l’ipotesi dell’origine naturale del ceppo virale che ha condotto all’attuale pandemia di Covid-19, iniziata in Cina per poi proseguire in Europa ed Occidente. Il coronavirus, secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine, avrebbe infatti nel suo tracciato costitutivo chiare prove che ne attesterebbero la derivazione dai ceppi virali simili precedentemente identificati.

Lo studio dell’equipe di Nature pare escludere definitivamente l’ipotesi dell’origine di laboratorio del virus, che si era divisa nel filone dell’ipotesi di una mutazione del virus Sars sfuggita di mano e in quella, di matrice complottista, dell’arma biologica. L’analisi dell’equipe di cinque studiosi che ha condotto l’analisi parte da un presupposto fondamentale: l’ampiezza del campione di virus con cui comparare il Sars-Cov2, settimo coronavirus di questo tipo a colpire l’uomo.

Due predecessori (Sars e Mers) si erano dimostrati capaci di provocare patologie serie agli esseri umani, quattro invece (HKU1, NL63, OC43 e 229E) sono stati associati a sintomi più lievi. La genomica comparata dei virus e lo studio della possibile evoluzione del Sars-Cov2 sulla scia della selezione naturale ha guidato l’analisi contenuta nell’interessante articolo, che si basa principalmente sulle riscontrate capacità del virus di essere estremamente adattato a colpire determinati recettori nelle cellule umane.

La proteina spike di Sars-Cov-2, considerata il vettore del legame, si è adattata per colpire il recettore molecolare coinvolto nella regolazione della pressione sanguigna, Ace2, ma il suo impianto genetico differenzia notevolmente da quelli riscontrati in virus affini. Secondo i promotori dello studio, questo fatto sfata definitivamente l’opzione dell’ingegneria genetica, dato che qualsiasi processo materiale e artificiale destinato alla creazione di un nuovo coronavirus letale non avrebbe potuto esimersi dal lavorare sul tracciato genico di un virus affine.

Gli scienziati di Nature hanno trovato, piuttosto, affinità tra i virus analizzati a partire da campioni cellulari umani e quelli riscontrati in animali “incriminati” come vettore naturale, pipistrelli e pangolini in particolare. Questo ha convinto gli studiosi a mantenere valide tre opzioni per l’origine del ceppo virale che ha causato la pandemia globale. Nessuna di queste ha a che vedere con ipotesi di un’origine di laboratorio:

Ottenere dati più approfonditi sulla presenza del virus negli animali potrebbe garantire, secondo gli autori del report, una maggiore certezza su quali di queste tre ipotesi, al momento tutte sul tavolo, sia da ritenere più plausibile. Quel che è certo è che l’analisi genetica non lascia scampo alle tesi complottiste e sfata anche l’opzione di una fuoriuscita di un ceppo modificato della Sars da un laboratorio di ricerca in Cina. Il Sars-Cov2 si è originato in natura per poi trasmettersi all’uomo con una catena che è ancora da decifrare: ed è nel comportamento del virus al passaggio che sta la chiave per capire l’origine della pandemia.