Gli sportivi americani hanno un nuovo idol. Si chiama Aleksandr Ovechkin, ha 39 anni, è un russo nativo di Mosca, gioca da ala sinistra nei Washington Capitals, la squadra di hockey su ghiaccio della capitale Usa, e ieri ha compiuto un’impresa che sembrava impossibile: con 894 gol segnati in campionato (gioca negli Usa dal 2005, dopo aver esordito nella Dinamo Mosca) ha eguagliato il record di Wayne Gretzky, detto “The Great One”, lo stratosferico giocatore canadese, tuttora ritenuto il migliore di tutti i tempi, ritiratosi qualche anno prima di Ovechkin comparisse sulla scena, uno che all’età di 10 anni riuscì a segnare 378 gol in una sola stagione del campionato scolastico, uno dei 60 record (pardon, da oggi 59) che ancora detiene. A rendere ancora più gustosa tutta la storia c’è anche un singolare collegamento: se Ovechkin è russo, Gretzky aveva antenati bielorussi, dell’epoca in cui la città Bielorussa di Grodno apparteneva all’impero zarista. Da lì infatti veniva il nonno paterno Anton, un proprietario terriero che decise di emigrare in Canada allo scoppio della prima guerra mondiale. Un passaggio di consegne (Ovechkin è in attività, di certo segnerà ancora) tra quasi conterranei.
Una storia così, con i tempi che stiamo vivendo, solo lo sport, una delle più grandi fabbriche di miti, poteva produrla. E, anche, intrecciarla con la più stretta attualità politica. Un esempio: la National Hockey League (NHL, appunto) è la quinta lega professionistica più redditizia al mondo (dopo quelle americane di football, baseball e basket e l’inglese Premier League di calcio) e nella stagione 2024-2025 ha segnato il fatturato record di 6,2 miliardi di dollari. Ora, però, con i dazi imposti da Donald Trump potrebbe sorgere qualche problema. Delle 32 squadre del campionato, 7 sono canadesi: Toronto, Montreal, Calgary, Vancouver, Winnipeg, Ottawa e Edmonton. Poiché i salari sono corrisposti in dollari Usa, per loro aumenteranno le spese e, di conseguenza, forse anche i biglietti per gli spettatori. Allo stesso modo, a rimetterci potrebbero essere le squadre più “piccole” della lega. A loro favore viene redistribuito il 6% degli introiti complessivi. Ma poiché le squadre più ricche sono canadesi (soprattutto i Maple Leafs di Toronto e gli Oilers di Edmonton), una contrazione degli incassi di queste porterebbe a una contrazione dei contributi a favore di quelle.
Trump, che indubbiamente sa blandire il sentimento popolare, ai primi di febbraio aveva ricevuto alla Casa Bianca la squadra dei Florida Panthers, vincitori della scorsa Stanley Cup, il trofeo che va ai vincitori della NHL. E in quell’occasione si era premurato di sospendere molti complimenti per un altro giocatore russo, il portiere Sergej Bobrovskij, nato nella città siberiana di Novokuznetsk. Chissà se era nata lì l’idea di una partita di pacificazione tra gli hockeisti americani e quelli russi che poco più avanti sarebbe stata annunciata dai portavoce del Cremlino dopo la prima telefonata tra Trump e Vladimir Putin: “I due presidenti hanno discusso di partite di hockey negli Stati Uniti e in Russia tra giocatori russi e americani che militano nella Nhl e nella Khl (la lega russa, ndr)”. Al momento non se n’è fatto nulla, i problemi sono ben altri, ma chissà, se il negoziato sull’Ucraina dovesse procedere…
Storie da russi
Sperando il meglio per la causa della pace, godiamoci intanto la storia di Ovechkin. Un predestinato, a rileggerne la biografia. Figlio del calciatore professionista Mikhail e della cestista Tat’jana, vincitrice di due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Montreal (1976) e Mosca (1980), Aleksandr (terzo di tre fratelli) manifestò fin da piccolo una passione per l’hockey. E se riuscì a praticarlo fu grazie al fratello Sergej, che s’incarico di portarlo, bambino, al campo di allenamento che era piuttosto lontano da casa. Sergej morì giovane pochi anni dopo, cosa che diede al fratellino una spinta ulteriore nella pratica sportiva.
Ovechkin ha sempre portato la maglietta con il numero 8 in omaggio alla madre, che nella nazionale sovietica di basket giocava appunto con quel numero. Una curiosità: l’hockey è una sporti di contatti a volte anche molto duri, e non è raro che tra i giocatori si sviluppino rivalità o vere inimicizie. Ovechkin, in vent’anni di carriera nella NHL, ne ha avuta una sola ma con un altro giocatore russo, Evgenyj Malkin dei Pittsburgh Penguins, tra l’altro suo compagno nella nazionale russa. La faida andò avanti per alcuni anni e pare sia stata spenta solo dall’intervento di un terzo giocatore russo militante negli Usa, amico di entrambi, Ilja Koval’chuk degli Atlanta Trashers.
Tutta roba russa, insomma, appena mimetizzata dalle casacche a stelle e strisce. E a proposito di questo: nel video che mostra Ovechkin festeggiato dai compagni negli spogliatoi, viene a un certo punto inquadrato il suo armadietto. Appesa all’interno c’è la riproduzione di una famosa icona russa, quella chiamata “Madre Patria”. Dice niente?