Lo Shakhtar Donetsk “brasiliano” è tornato in Europa nel segno di Lucescu

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Nel 1996 Rinat Achmetov ha un’idea che in quel momento appariva decisamente folle e quasi fuori portata: rendere lo Shakhtar Donetsk, da lui da poco acquistato, vincente in Ucraina e competitivo in Europa. Forse a crederci è soltanto il diretto interessato: lo strapotere della Dinamo Kiev in ambito ucraino risale all’era del campionato sovietico e ha quindi origine negli anni precedenti l’indipendenza del Paese. In quel momento, è proprio la squadra della capitale a dominare mentre lo Shakhtar ha in bacheca alcune coppe nazionali e poco più. Inoltre, Donetsk è sì il cuore industriale dell’Ucraina e della regione circostante, il Donbass, ma è una città più piccola di altre come Kharkiv, Odessa e Dnipro.

Eppure, la scommessa è riuscita: nel 2002, lo Shakhtar ha infatti vinto il primo storico campionato ucraino. Achmetov è intenzionato ad andare oltre: vuole diventare una presenza costante in Europa e per farlo si è così affidato a un nome non certo secondario, Mircea Lucescu. L’allenatore rumeno a un certo punto, come da lui stesso raccontato, si è rivolto ad Achmetov per provare a risolvere un problema di non poco conto per le prospettive del club: “Si è iniziato a vincere – sono state le parole di Lucescu rivolte al presidente – ma ancora gli spalti sono quasi vuoti. Per riempirli la gente si deve divertire e per divertirsi servono i brasiliani”. È nato così il cosiddetto “Shakhtar dei brasiliani“. Ancora oggi, la colonia verdeoro in terra ucraina continua a stupire nonostante la guerra e le inevitabili difficoltà del calcio locale. E a pochi giorni proprio dalla scomparsa di Mircea Lucescu, è tornata a qualificarsi per una semifinale europea.

I tanti brasiliani in rosa e il trionfo europeo del 2009

Con Lucescu sono arrivati subito due titoli nazionali tra il 2005 e il 2008, ma è soprattutto arrivata unadimensione europea grazie al gioco plasmato sui tanti talenti brasiliani giunti fino al cuore del Donbass. La consacrazione definitiva si è avuta nel 2009, anno della cavalcata in Europa League. Lo Shakhtar dei brasiliani ha eliminato il Tottenham, il Cska Mosca, il Marsiglia, per poi arrivare all’inedito derby tutto ucraino con la Dinamo Kiev in semifinale: qui, a ridosso del recupero, è stato il difensore brasiliano Ilsinho a indirizzare la sfida a favore degli uomini di Lucescu. In finale poi, giocata contro il Werder Brema nello stadio del Fenerbahce, altri due brasiliani hanno portato la coppa in Ucraina: ad aprire le danze è stato Luiz Adriano, a chiuderle ai supplementari invece ci ha pensato Jadson. A inizio gara, di brasiliani titolari nello Shakhtar se ne contavano cinque: oltre ai due marcatori, vi era il prima citato Ilsinho, oltre a due firme importanti quali Fernandinho e Willian, entrambi futuri protagonisti della Premier League.

Il successo europeo e il richiamo di Lucescu, hanno spinto altri giocatori a indossare la maglia dello Shakhtar negli anni successivi. Nel 2010 è stata la volta di Douglas Costa, nel 2013 sono arrivati ad esempio Fred e Taison. Nella stessa estate per 25 milioni di euro è approdato anche Bernard Duarte. Quest’ultimo ha rappresentato all’epoca l’acquisto più oneroso da parte del club, nonché quello più clamoroso di sempre: in quella fase della sua carriera, Bernard era indicato infatti come uno dei brasiliani più talentuosi della sua generazione. Lucescu è rimasto sulla panchina dello Shakhtar fino al 2016, contrassegnando quindi un’epoca ultradecennale molto rara nel calcio di oggi. Con lui in panchina, la squadra più brasiliana d’Europa ha conquistato 8 campionati ucraini, 6 coppe d’Ucraina, 7 supercoppe d’Ucraina, con il sigillo europeo del 2009 quale autentica gemma dell’intero percorso.

La guerra non ferma la corsa europea dello Shakhtar

Lucescu è rimasto anche quando nel 2014 il club ha dovuto traslocare. I primi venti di guerra successivi alle proteste di Piazza Maidan, hanno costretto lo Shakhtar ad andare via da Donetsk. La città è stata tra le prime in Ucraina ad essere inghiottite dal conflitto e a pochi passi dal Donbass Arena, lo stadio voluto nel 2009 da Achmetov per provare un ulteriore salto di qualità, è stata tracciata una delle prime linee del fronte tra i separatisti di Donetsk e i soldati dell’esercito ucraino. Dal 2022 poi, dall’anno cioè dell’invasione russa, la squadra è costretta a giocare le partite internazionali in Polonia.

Achmetov però già da tempo ha reso nota una sua precisa scelta: nonostante la squadra abbia nello stemma il riferimento ai minatori del Donbass, nel nome il riferimento a Donetsk e continui a giocare lontano dalla sua terra di origine, il patron ha stabilito senza esitazioni che lo Shakhtar deve rimanere un club ucraino. Nonostante tutte le difficoltà logistiche ed economiche, la società è così tornata in cerca di talenti brasiliani. In qualche modo, forse è proprio dall’eredità di Lucescu che l’intero ambiente vuole ripartire per appropriarsi di una propria precisa identità. La scorsa estate in panchina è arrivato il turco Arda Turan, noto per aver giocato con l’Atletico Madrid di Simeone. Ed è stato proprio Turan a insistere per l’acquisto di alcuni talenti verdeoro. Dal Santos è arrivato Luca Meirelles, dal San Paolo Lucas Ferreira, dal Fluminense invece ha preso la strada per l’Ucraina il giovane Isaque. Tobias, Pedro Henrique, Alisson, Pedrinho e Newerton sono gli altri punti fermi brasiliani. Tutti talenti chiamati a servire l’unica vera punta su cui Turan fa affidamento, ossia Kaua Elias: ovviamente, manco a dirlo, brasiliano anche lui.

Dopo aver vinto “in casa” a Cracovia per tre reti a zero all’andata lo scorso 9 aprile, esattamente una settimana dopo nel ritorno giocato nei Paesi Bassi contro l’Az Alkamaar il pareggio allo Shakhtar è bastato per tornare in una semifinale europea. Il tutto, a pochi giorni dalla scomparsa di Mircea Lucescu. Un segno del destino forse. Oppure, più semplicemente, la dimostrazione dell’eredità lasciata al club dall’allenatore rumeno. Ad ogni modo, lo Shakhtar è tornato a competere e lo sta facendo alla maniera di Lucescu. Con tanti brasiliani e tanta qualità in campo. Con in più la consapevolezza oggi di rappresentare un campionato di un Paese in guerra, desideroso di vedere nel calcio un momento di tranquillità.