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Sono stati i tedeschi ad eleggerlo, dunque il Papa sul “cammino sinodale” della Conferenza episcopale teutonica può poco. Questa è la vulgata messa in giro dal cosiddetto “fronte tradizionale”. Jorge Mario Bergoglio sarebbe quindi stato votato in Conclave da buona parte dei porporati teutonici. Almeno da quelli progressisti, visto che i conservatori non potevano che guardare al predecessore, ossia a Benedetto XVI, ed alla sua volontà di difendere la dottrina per come l’abbiamo conosciuta. Al netto di ogni ricostruzione possibile, però, un problema per il Vaticano esiste: la volontà dei tedeschi, riuniti in assemblea in una sorta di Concilio interno, di prendere decisioni vincolanti per il futuro della loro Chiesa nazionale, con il rischio di produrre un effetto imitazione su larga scala. Disposizioni che prevedono stravolgimenti su materie di stretta competenza universale, perciò di competenza in via esclusiva del vertice della Chiesa cattolica e vescovo di Roma.

I tedeschi non sentono ragione. Il loro obiettivo è rispondere a quello che Joseph Ratzinger ha chiamato “collasso morale”: il dramma degli abusi legati alla Chiesa ed agli ambienti ecclesiastici. L’episcopato teutonico sembra orientato a pensare che la soluzione risieda nell’abolizione del celibato sacerdotale. Una boutade su cui l’emerito si è già largamente espresso con l’ausilio del cardinal Robert Sarah in Dal Profondo del Nostro Cuore. L’ex Papa ed i cardinali tedeschi ratzingeriani sono contrarissimi all’ipotesi dell’abolizione, mentre gli ambienti tedeschi progressisti spingono per quella riforma. Non solo: la sinistra ecclesiastica di Germania ha in mente una serie di ulteriori cambiamenti, che vanno dalla parificazione gerarchica tra uomo e donna all’interno del contesto ecclesiale alle aperture nei confronti delle unioni tra omosessuali, che i progressisti vorrebbero benedire. La maggioranza dell’episcopato teutonico, per farla breve, vuole percorrere il sentiero che i conservatori ritengono modernista.

Del resto, in gioco c’è il futuro del cattolicesimo. Tra chi alimenta voci di possibile “scisma” e chi invita tutti alla calma, sottolineando la natura particolare del “Sinodo teutonico”, il vero banco di prova si paleserà alla fine del percorso: chi è riunito in assemblea vuole decidere in maniera vincolante. A quel punto, sarà interessante, e anzi decisivo, constatare la reazione della Santa Sede, che potrebbe opporre un fermo niet alla novità dottrinali passate dal setaccio della Conferenza episcopale della Germania. Capostipite di questo percorso, neppure a dirlo, è il cardinale Reinhard Marx, che si è tuttavia dimesso da presidente dei vescovi teutonici poco prima dell’inizio dei lavori. Marx è un uomo di punta del regno di papa Francesco. Al porporato progressista, ad esempio, il Papa ha affidato il piano relativo alla revisione della spesa interna. Un anno di “Sinodo” (anche se non si tratta proprio di un Sinodo) è già alle spalle. Ne manca un altro. Nonostante il Covid-19 e gli impedimenti dovuti alla pandemia, la sinistra ecclesiastica progressista tira dritto.

Roma guarda ed in qualche modo interviene, ma non sembra bastare. La marcia della Conferenza episcopale tedesca, tra un forum tematico ed un altro, prosegue. Gli ambiti d’intervento potenziale sono quattro: il potere e le sue declinazioni all’interno della Ecclesia; il rapporto tra la dottrina cristiano-cattolica e l‘omosessualità; il ruolo delle donne nella gerarchie ecclesiastiche; lo stato del sacerdozio, quindi la possibile rivendicazione della necessità di abolire il celibato. I terremoti possibili – come si deduce dalle materie che sono oggetto di discussione sinodale – sono disparati e rilevanti al contempo. Se Benedetto XVI è contrario ad innovazioni quali l’istituzione di un sacerdozio femminile o uno sdoganamento catechetico delle unioni omosessuali, quali sono le posizioni in merito di Jorge Mario Bergoglio? Attorno a questa domanda, con buone probabilità, ruota l’avvenire del “Sinodo biennale” tedesco, ma anche quello della Chiesa cattolica.

La reazione di papa Francesco

Papa Francesco si è espresso, e lo ha fatto anche mediante una certa dose di chiarezza. Il Santo Padre non può accettare che una conferenza episcopale nazionale, fosse anche quella tedesca, decida al posto suo. Anzitutto il titolo che dalle mura leonine hanno scelto: “Lettera del Santo Padre Francesco al popolo di Dio che è in cammino in Germania”. “Popolo” viene preferito come termine, se non altro perché il “Concilio interno” dei teutonici si avvale della partecipazione decisiva dei laici, che per i tradizionalisti rappresentano i veri interpreti delle spinte progressiste emerse sino a questo momento. Per Bergoglio la sinodalità è importante ed è anzi essenziale, ma questa storia dei tedeschi prescinde dalla volontà del pontefice argentino. E infatti Bergoglio scrive: “…avvolti in serie e inevitabili analisi, si può cadere in sottili tentazioni alle quali ritengo necessario prestare attenzione e cura, poiché, lungi dall’aiutarci a camminare insieme, ci manterranno aggrappati e installati in ricorrenti schemi e meccanismi che finiranno col snaturare o limitare la nostra missione; e per di più con l’aggravante che se non ne saremo consapevoli, potremo finire col girare attorno a un complicato gioco di argomentazioni, disquisizioni e risoluzioni che non faranno altro che allontanarci dal contatto reale e quotidiano con il popolo fedele e il Signore”. Tradotto: la Chiesa tedesca non può fare come vuole. E i vescovi teutonici, soprattutto, non possono disporre sulle materie universali. La lettera risale al giugno del 2019. Il problema è che i tedeschi, invece che tergiversare, hanno scalato la marcia per l’accelerata. Un atteggiamento che ha alimentato le convinzioni di chi inizia ad intravedere un rischio scismatico.

La parte di Chiesa tedesca che si oppone a Marx

La Chiesa tedesca, come molti altri contesti ecclesiastici nazionali durante l’epoca contemporanea, è divisa a metà. Dunque non tutti i consacrati concordano con la bontà delle velleità espresse dall’alleanza della sinistra ecclesiastica, che è composta da laici, sacerdoti, presuli e cardinali e così via. Il cardinal Rainer Woelki, l’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Gherard Mueller ed il ratzingeriano cardinal Walter Brandmueller sono sull’altra sponda del fiume, quella dove abitano i dissidenti o la cosiddetta opposizione al “Sinodo”. Sì, perché tra progressione teologica ed avanzata di correnti dottrinali, la sinistra teutonica può ormai definirsi maggioritaria. Se n’è accorta anche la base dei fedeli, che è arrivata a protestare mediante delle vere e proprie manifestazioni di piazza, peraltro guidate, in un certo senso, da un altro nome noto dell’emisfero conservatore italiano ed internazionale: quel monsignor Carlo Maria Viganò che è balzato agli onori delle cronache per via del suo memorandum del caso McCarrick. Il testo in cui ha chiesto del dimissioni di papa Francesco. Dai tempi che hanno preceduto il Concilio Vaticano II, la teologia cristiano-cattolica si è sviluppata attorno alla dialettica degli ambienti ecclesiastici teutonici. Non solo il gesuita Karl Rahner e quello che poi sarebbe diventato Benedetto XVI, ma buona parte della Chiesa contemporanea dipenda dalla natura fruttuosa dei ragionamenti teologici del Nord Europa. Solo che il settentrione europeo, dopo essere stata la patria del conservatorismo, sembra ora immerso più di altri territori nella ricerca di un nuovo Lutero, di una nuova figura in grado di traghettare la Chiesa al di la degli scandali. E qualcuno inizia a sussurrare il nome del cardinal Reinhard Marx.

La ricchezza della Chiesa tedesca e la fuga dei fedeli

Joseph Ratzinger avrebbe voluto abolire la tassa ecclesiastica: questa più che una realtà è una suggestione. La tassa ecclesiastica è quella che consente alla Chiesa tedesca di potersi dire ricca, e quindi di ambire ad una certa indipendenza di manovra, come nel caso del “Concilio interno”, che un Concilio non è – così come non è un Sinodo (biennale o meno che sia) – ma che rischia di rappresentare uno spartiacque essenziale per il cattolicesimo dei giorni nostri. Di sicuro Benedetto XVI si è scagliato contro una certa concezione dell’intendere l’essere Chiesa. Come nel discorso che abbiamo riportato in questo approfondimento per ilGiornale.it. Criticare oggi lo stato di salute economica della Chiesa tedesca sembrerebbe in controtendenza. E, per quanto Jorge Mario Bergoglio non sia mai andato in Germania forse pure per lanciare un segnale, di abolizione della tassa ecclesiastica a Roma non ne abbiamo più sentito parlare. Almeno non in pubblico, quantomeno non attraverso la voce del Romano pontefice. Però in questa storia della ricchezza c’è pure un contraltare: la fuga dei fedeli. Come ha spiegato Emanuel Pietrobon, il numero delle persone che hanno optato per abbandonare la fede cattolica in Germania risulta essere in aumento esponenziale. I conservatori pensano che questo sia uno degli effetti o meglio lo scotto dell’opera di “protestantizzazione”, cioè dell’avvicinamento progressivo, nelle forme organizzative ed in quelle dottrinali, della Chiesa cristiano-cattolica a quella protestante.

Lo scontro imminente

Come può terminare la parabola di questa storia? Magari con un telefonato ma ancora non avvenuto scontro tra la Santa Sede e l’episcopato tedesco. Siamo nel campo delle ipotesi, però un’alternativa ad una collisione appare difficile da rintracciare. I tedeschi non hanno intenzione di mollare la presa, com’è peraltro nella loro tradizione di popolo. Il Vaticano, d’altro canto, non può consentire che a Berlino prendano “decisioni vincolanti”. I primi esiti del Sinodo, peraltro, lasciano intendere quale sia l’orientamento. Esistono – come segnalato nella traduzione presentata dall’Osservatorio Van Thuan – una serie di mozioni, che comunque rivoluzionano in tutto o in parte alcuni punti del Catechismo. Il Papa potrà decidere di rispondere o no – questo è chiaro -, ma un mancato niet potrebbe equivalere ad un sostanziale lasciapassare ai vincoli individuati dai teutonici nei loro forum. L’effetto domino è dietro l’angolo, e altre realtà nazionali potrebbero a quel punto decidere di disporre delle materie universali. Assisteremmo così al ritorno delle Chiese nazionali. Un evento che non può essere escluso a prescindere ma che collimerebbe la tendenza all’unità che è propria delle ultime fasi della storia del cattolicesimo. Per via della duplice intransigenza – quella tedesca e quella vaticana – è possibile pronosticare la persistenza di qualche attrito. Se il Papa dovesse opporsi alle innovazioni e i tedeschi dovessero comunque forzare la mano, allora si inizierebbe a parlare di scisma con meno imbarazzo rispetto alle modalità odierne.





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