Più di 50 Stati in tutto il mondo sono stati colpiti dal coronavirus e Israele e i Territori palestinesi non fanno eccezione. Il Governo israeliano, nel tentativo di arginare il più possibile il contagio dopo che il numero di persone positive è salito a 50, ha esteso la quarantena a tutti i passeggeri in arrivo nel Paese, mentre l’Autorità Palestinese ha isolato Betlemme, dove più di 20 cittadini hanno già contratto il Covid-19. Il sospetto è che a portare il virus nella West Bank sia stata la delegazione proveniente dalla Corea del Sud che ha visitato Betlemme, Gerusalemme, Jerico ed Hebron tra l’8 e il 15 febbraio. Ma la più grande preoccupazione tanto dell’autorità palestinese quanto di quella israeliana è un’altra: la diffusione del virus nella Striscia di Gaza.

Gaza: lo scenario peggiore

Nella prima fase della diffusione del virus molti articoli definivano Gaza il luogo più sicuro in cui trovarsi, elogiando i risvolti positivi che le restrizioni alla libertà di movimento per e dalla Striscia imposta da 13 anni da Israele avevano avuto fino sul contenimento del Covid-19. Ad un mese dall’inizio del contagio, le valutazioni sulla Striscia sono decisamente cambiate: adesso la diffusione del virus nell’exclave palestinese è descritta dalla Sicurezza israeliana come un “God-save-us scenario”.

Ad oggi non ci sono ancora stati casi di contagio nella Striscia, ma l’Egitto ha imposto dei controlli ancora più rigidi al valico di Rafah, dove è stata anche predisposta una struttura per i pazienti ritenuti positivi, e Israele sta valutando il ritiro dei 7mila permessi concessi recentemente ai gazawi per uscire dalla Striscia. Lo stesso Hamas sta decidendo se imporre a sua volta un’ulteriore restrizione ai movimenti dei cittadini di Gaza, ben consapevole degli effetti disastrosi che la diffusione del virus avrebbe nel territorio sotto il suo controllo.

I problemi della Striscia

Uno dei primi fattori che aumenterebbero la rapidità del contagio è da ricercare nell’alta densità di popolazione: nella Striscia vivono quasi 2 milioni di persone racchiuse in uno spazio di soli 365 km2. Ma il vero problema riguarda la sanità e le scarse condizioni igieniche che caratterizzano la Striscia a cui né la Comunità internazionale, né le autorità israeliane o palestinesi hanno mai trovato una soluzione. Secondo i dati del WHO, il 97% dell’acqua di Gaza non è pulita, per cui sarebbe difficile per i medici e il personale sanitario anche solo rispettare le normali norme igieniche e riuscire a lavarsi mani e faccia, come raccomandato in tutti gli altri Paesi in cui si sono registrati dei contagi. A ciò si aggiunge la mancanza cronica di medicine e prodotti sanitari di base, senza contare l’inadeguatezza delle strutture sanitarie in caso di ricoveri in terapia intensiva e un sistema già al collasso da mesi. A gennaio infatti l’Ong B’Tselem ha pubblicato un report in cui evidenziava la difficoltà degli ospedali della Striscia nel curare le centinaia di persone rimaste ferite durante le manifestazioni al confine con Israele.

Per cercare di elaborare una risposta adeguata alla possibile propagazione del virus a Gaza, l’Autorità nazionale palestinese e il direttore per la Palestina del WHO si sono incontrati a fine febbraio per elaborare un piano di azione, ma il margine di manovra è molto ristretto. Considerando le disastrose condizioni di vita della popolazione della Striscia – considerata dall’Onu oramai inabitabile -, la situazione in cui versa il sistema sanitario o anche solo la mancanza di acqua pulita e di energia elettrica nessun piano potrebbe evitare un elevato numero di morti nel caso in cui il Covid-19 dovesse davvero arrivare a Gaza.

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