La partita per il vaccino contro il coronavirus è da tempo entrata nel vivo. E la corsa ad ottenere per primi il successo in una sfida dai forti connotati politici ed economici, oltre che sanitari, coinvolge governi, imprese e organizzazioni private in tutto il mondo.

L’ultimo aggiornamento del report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 9 giugno scorso inserisce ben 129 progetti di ricerca tra quelli allo stadio pre-clinico e 13 in dettagliato studio clinico. Qualora uno di questi portasse a un vaccino funzionante, gli Stati che hanno finanziato la ricerca dovrebbero cercare di capitalizzare i miliardi investiti – molto spesso a fondo perduto e a favore di multinazionali private – per stimolare la ricerca e accelerarne il completamento per premunirsi in vista di una seconda ondata di Covid-19. Tra i Paesi impegnati nella gara c’è l’Italia che, però, sino ad ora non ha accumulato reali garanzie a fronte di un impegno economico significativo.

Tra i tredici vaccini in testa alla corsa, il progetto di vaccino frutto della partrnership tra università di Oxford e AstraZeneca è quello attualmente ritenuto in fase più avanzata di sperimentazione. L’Italia nel progetto ha un ruolo importante sul piano operativo attraverso il coinvolgimento della Irbm, azienda di Pomezia del settore delle biotecnologie, nel progetto di ricerca e il ruolo che potrebbe giocare in futuro Catalent, azienda di Anagni, nell’infialare il vaccino del gruppo britannico-svedese. Roberto Speranza, ministro della Salute, ha annunciato a metà giugno la conclusione di un protocollo d’intesa con AstraZaneca per la fornitura di una quota di dosi non precisata dopo che, a inizio giugno, prima il Regno Unito aveva ottenuto la prelazione su 30 milioni di dosi e poi un consorzio guidato da Germania, Francia e Olanda si era aggiudicata circa 300 milioni di dosi complessive. Come si scriveva su InsideOver, “è come se in borsa AstraZeneca avesse proposto un maxi-contratto future promettendo che entro settembre il vaccino, per il quale il test sulle scimmie è già terminato e si è già passati alla sperimentazione su esseri umani, sarà pronto e commercializzabile in una prima, massiccia tranche entro l’inizio dell’autunno” e l’Italia si fosse adeguata.

Ma sul memorandum annunciato da Speranza non c’è modo di avere informazioni o chiarimenti riguardo costi, modalità di pagamento, tempistiche e clausole accessorie come possibili penalità; in Olanda la scelta di ricorrere ad un appoggio ad AstraZeneca senza poterne controllare l’attività ha suscitato dubbi ad opera di un deputato, di professione medico, il socialista Henk van Gerven, che ha dichiarato: “non abbiamo in mano i progetti, e non sappiamo nemmeno se verrà effettivamente costruita, ma nel frattempo dobbiamo firmare il contratto”.

Il deputato van Gerven tocca un nervo scoperto della questione della lotta alla pandemia, che fa emergere l’ampia asimmetria tra logiche economiche e logiche di salute pubblica in un progetto, sulla carta, indiscutibile, come la ricerca di utilità comune mondiale per il vaccino anti-coronavirus. Oltre alle innegabili rivalità geopolitiche (legate al vantaggio strategico conferito a chi avrà per primo possibilità di appropriarsi di un vaccino), sono da tenere in conto considerazioni legate al coinvolgimento di attori tanto eterogenei. I governi forniscono venture capital a imprese solide e attive, che senza finanziamenti fiduciari non avrebbero la possibilità di investire tanti capitali di rischio; a loro volta queste imprese dilatano, per effetto della mobilitazione di capitali privati, la loro quotazione borsistica, a cui fa però da contraltare il rischio di una delusione delle aspettative degli investitori in caso di mancato guadagno a fine anno. Il vaccino è un bene pubblico, ma circondato da un coacervo di interessi divergenti.

L’Unione europea ha scelto di coprire parte dei costi sostenuti dai produttori con un fondo ad hoc a cui l’Italia parteciperà con 324 milioni di euro su 2,7 miliardi di euro complessivamente stanziati. Un’italiana, Sandra Gallina, guiderà una task force intenta a negoziare con diversi gruppi di ricerca la fornitura di quote della produzione di futuri vaccini ai Paesi europei in cui, una volta di più, subentra un elemento di rischio: l’acquisto anticipato di dosi di un vaccino che potrebbe non manifestarsi mai come operativo concretamente.

Circa 300 anche i milioni mobilitati in favore di Gavi, l’alleanza internazionale guidata dalla Bill and Melinda Gates Foundation. Con un contributo aggiuntivo pari a 120 milioni di euro nei prossimi 5 anni e il resto dei fondi aggiuntivi spalmati fino al 2030, il premier Giuseppe Conte ha appoggiato l’iniziativa del fondatore di Microsoft. In questo caso, come nei precedenti, è da valutare la possibilità di inserimento dell’Italia nei processi decisionali e il ruolo che verrà affidato alla filiera biomedicale italiana in eventuali vaccini aggiuntivi che riceveranno il via libera per i finanziamenti di Gavi.

La problematica principale per l’Italia è l’assenza di un reale controllo strategico su nessuna delle filiere in questione. La via Oxford-AstraZeneca, perlomeno, coinvolge nel processo di politica industriale farmaceutica una coppia di importanti imprese italiane, ma apre problemi politici sulla gestione della distribuzione delle dosi ai Paesi firmatari di memorandum. Gli altri due progetti, invece, garantiscono finanziamenti a progetti che in larga misura saranno condotti lontano da Roma. In caso di seconda ondata ogni ambiguità dovrà essere sciolta; fermo restando che, in fin dei conti, un vaccino si trovi e serva contro il Sars-Cov2, che potrebbe in futuro mutare e renderlo presto obsoleto, oppure depotenziarsi. Entrambe eventualità su cui sarà solo la scienza a poter dare la risposta. Ma che impongono riflessioni sul controllo politico ed economico sulla filiera di ricerca.

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