Mentre l’Italia in uniforme Nato destina il 5% del Pil in riarmo, l’Italia profonda, rurale e montana, è destinata al disarmo. Deliberatamente strategico. Si chiama così infatti, “Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne” (PSNAI), il documento approvato dal governo Meloni lo scorso marzo ma circolato a inizio luglio. Per aree interne si intende qualcosa come circa 4 mila Comuni della provincia diffusa, quasi il 60% del territorio nazionale in cui abitano 13 milioni di italiani, vale a dire poco meno di un quarto della popolazione. La pianificazione si basa su due studi, uno del Cnel e uno del Censis, che dividono ciascuno la penisola in quattro fasce non sovrapponibili fra loro, ma la cui conclusione invece sovrapponibile è: per le zone più depresse a rischio di “povertà dietro l’angolo”, l’obbiettivo è “l’accompagnamento” in un futuro di “spopolamento irreversibile”. Per carità, non possono “essere abbandonate a se stesse”, e pertanto “hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento” (pag. 46). Insomma: una presa d’atto che sa di resa a priori.
Inutile dire che la notizia ha messo in subbuglio gli enti locali e fornito un facile argomento all’opposizione: l’esecutivo, ha detto il deputato piddino Marco Simiani, “ha deciso di istituzionalizzare il declino delle aree interne, relegandole a territori da dismettere”. Il ministro per gli Affari europei e la Coesione territoriale, Tommaso Foti (FdI), ha reagito alle critiche definendole una “calunnia” e difendendo il PNSAI addirittura come “un inno alle aree interne”. Aggiungendo: “Bisognerebbe leggere tutte le 196 pagine, non solo tre righe e non capirle”. Quel che si evince leggendo il testo è che il criterio sostanziale di mappamento è stata l’anagrafe, ossia i divari demografici fra centri medio-grandi e quella che una volta si chiamava campagna. Viene fatta una distinzione, poi, fra territori che hanno chances di essere rilanciati (per esempio, secondo il Censis, quelli con una presenza compensatoria di immigrati) e territori avviati a diventare luoghi-fantasma. E la strategia consisterebbe nel “ruolo determinante” dei Comuni nell’attivare “terzo settore, fondazioni bancarie, e tutte le reti associative, comunitarie, professionali”, rendendo “strutturale” il supporto dato dalla “auto-organizzazione dei cittadini e dei corpi intermedi” (pag. 106). Traduzione: ognuno si arrangi come può.
Ma possibile non salti fuori uno straccio di fondo statale, generalmente non negato a nessuno? “I fondi ci sono”, ha assicurato il ministro Foti. “La programmazione 2014/2020, faccio presente che siamo nel 2025, non è mai stata conclusa. Vi erano a disposizione 1200 milioni, ci sono oltre 5 mila progetti per 700 milioni e sono stati spesi ad oggi 450 milioni di euro”. Il problema, secondo il fedelissimo meloniano, è che le Regioni dovrebbero darsi da fare di più nell’“individuare per ogni area interna un ente capofila che sia responsabile del progetto d’area”. Traduciamo pure qui: se sul posto i diretti interessati non sanno organizzarsi per accaparrarsi i bandi, mica è colpa del governo centrale. La questione però è più complessa, e il Piano stesso non manca di elencarne alcuni nodi. A cominciare dal sistema dei trasporti, che è ben lungi dal collegare località così piccole e sparpagliate così da renderle, sulla carta, appetibili al ripopolamento. Ma di certo, su questo fronte, non basterebbero i 526 milioni (di cui 210 riferibili esclusivamente alle aree interne, pag. 60) del fondo a sostegno dei Comuni marginali. Ci vorrebbe ben altro. Ad esempio, massicci investimenti sul reticolo delle linee ferroviarie locali, l’unica via per abbattere costi e tempi di chi voglia prendere residenza in una micro-comunità senza rinunciare al lavoro.
Perché il non detto di analisi e tabelle ministeriali è quel che sanno tutti: e cioè che i cosiddetti “borghi” si desertificano perché mancano praticamente di tutto ciò che è essenziale a una normale vita sociale. Causa a monte il fenomeno epocale della denatalità, i pochi giovani si vedono costretti a scappar via per l’intreccio di due principali ragioni. Da un lato, il tema occupazionale: il tanto decantato smart working è ostacolato da una insufficiente copertura digitale (e negli Usa, in genere anticipatrice di tendenze poi adottate anche da noi, grandi aziende come Amazon e banche come JP Morgan stanno facendo marcia indietro, dopo la “sbornia” da remoto post-Covid). Nel mentre l’emigrazione, esterna e interna, galoppa. La seconda, in particolare, è meno conosciuta ma non meno devastante, soprattutto per il Sud del Paese. Solo a titolo d’esempio: secondo la Gazzetta del Mezzogiorno, negli ultimi due anni sono fuggite 214 mila persone che vanno dove c’è il pane, al Nord. Dall’altro lato, Stato e privati procedono all’unisono alla razionalizzazione, ossia al taglio dei punti d’appoggio di socialità minima (uffici postali, ospedali, filiali bancarie, edicole, ecc). Con le difficoltà che si diceva sugli spostamenti quotidiani per mancanza di strade e ferrovie, il quadro è completo.
Eppure i paesini mezzo disabitati un’attrattiva ipoteticamente decisiva l’avrebbero, com’è ovvio e per quanto suoni beffardo: un costo della vita bassissimo. Bassissimo proprio perché sul viale del tramonto. Il punto sta nel voler rassegnarsi oppure no, al tramonto. “Milioni di metri cubi da far abitare, case che aspettano pazienti, centri urbani che possono rigenerarsi e cittadini che possono rifiutare il cappio del mutuo, rifiutare di indebitarsi a vita per acquistare, magari con vista sul raccordo, sessanta metri quadrati”: così descrive l’opportunità nascosta nelle aree urbane Vito Teti, scrittore e antropologo teorico della “restanza”, la capacità di difendere e rigenerare la vivibilità (Il Fatto Quotidiano, 7 luglio). Mancano le condizioni, come direbbe un burocrate d’ufficio. Che sono tre. Uno: il governo, per lo meno l’attuale, scarica sulle amministrazioni locali e sulla società civile l’incombenza di passare ai fatti (mentre potrebbe pensare a defiscalizzazioni automatiche per le attività commerciali, ad esempio). Il ritornello è che il bilancio non consente libertà di manovra. Ma per le spese militari, invece, lo consente eccome. Due: essendo una compagine di destra, la maggioranza a Palazzo Chigi non può permettersi di invocare l’afflusso di stranieri per colmare i vuoti. E ci sta. Ma si tratta di un falso argomento: come visto, gli ostacoli insormontabili (accentramento produttivo, viabilità inesistente, wifi a macchia di leopardo) colpirebbero anche, se non soprattutto, il più benintenzionato degli immigrati che volesse trasferirsi nell’ameno borghetto collinare. Tre: in tutta onestà bisogna dirci che la prospettiva di vivere un’esistenza dai ritmi lenti, senza i servizi sotto casa, immersi in silenzi che, per lo stile di vita prevalente, dopo qualche giorno di risanante effetto-riposo potrebbero risultare inquietanti, può allettare giusto una minoranza statisticamente poco significativa. In questo senso, la retorica dei borghi ha arrecato più danni che vantaggi. Le contrade dell’Italia da cartolina non sono oleografie e rifugi per camminate nel weekend: sono luoghi da far rivivere. O almeno, dovrebbero esserlo. Sempre che la politica non lasci ai funzionari il compito di arrendersi alla decadenza. Con la noncuranza, per giunta, di metterlo pure per iscritto.
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