Secondo le ricerche della divisione di sicurezza informatica Trend Micro Research, l’Italia allo stato attuale sarebbe il terzo Paese al Mondo più colpito dai cosiddetti malware, virus informatici in grado di danneggiare i sistemi operativi di computer e supporti digitali generici. Davanti all’Italia, in questa triste classifica, si trovano infatti soltanto Stati Uniti e Giappone, i quali si attestano ad oltre 30 milioni di attacchi subiti nel mese di aprile. E il fatto che il nostro Paese sia comunque ampiamente al di sotto delle “infezioni” che si verificano a Washington e Tokyo (l’Italia, infatti, non è arrivata a 5 milioni di attacchi nello stesso periodo in questione) non è però di consolazione, se si considera come Paesi ben più abitati e con più alti gradi di informatizzazione si trovino nelle retrovie. In uno scenario che, purtroppo, evidenzia ancora una volta come l’Italia non sia al passo rispetto agli altri concorrenti internazionali anche sotto il profilo informatico, particolarmente importante in quest’epoca storica segnata dal distanziamento sociale e dalla pandemia di coronavirus.

Italia tra i più colpiti (e non solo dai malware)

Come evidenzia il dossier Trend Micro Research, l’Italia però non sarebbe soltanto la vittima privilegiata dei malware, ma anche dei ransomware (virus in grado di criptare i file di un computer rendendoli inutilizzabili) e dei coinminer (virus studiati, invece, per creare cryptovalute utilizzando i supporti degli ignari navigatori della rete). A livello europeo, infatti, per questi due ultimi tipi di attacchi l’Italia si assesterebbe al secondo posto, dietro solamente alla più colpita Germania (la quale, però, subisce annualmente meno attacchi da parte della prima tipologia).

Una delle problematiche principali che causa questo fenomeno, purtroppo, è il basso livello di aggiornamenti dei computer e delle reti domestiche e aziendali, particolare che rende particolarmente vulnerabili agli attacchi informatici. Ma non solo: anche un basso grado di istruzione digitale anche tra i dipendenti delle società private e delle istituzioni pubbliche unita alla poca conoscenza delle frodi informatiche sono un facilitatore da non sottovalutare.

La sicurezza informatica è la strada per il futuro

Come sottolineato in precedenza, nell’epoca della pandemia e del distanziamento sociale una più profonda preparazione e una migliore sicurezza informatica potrebbero essere la discriminante principale per il successo o meno di qualsiasi attività (pubblica e privata) del quotidiano. Con sempre più compiti che vengono svolti in forma agile (con i pc personali che hanno accesso alle reti aziendali), una vulnerabilità dei sistemi operativi rischia di mettere in pericolo la sicurezza dei dati dell’intero apparato. E, analogamente, lo stesso è valevole anche per il settore pubblico, con l’aggravante della presenza di dati personali e riservati spesso sensibili che potrebbero finire nelle mani dei criminali informatici.

Sebbene siano anni che il tema viene dibattuto, nel nostro Paese ben poco è stato fatto in termini di formazione informatica, con gli individui spesso più giovani e sovente più anziani che non dispongono della preparazione adeguata per accedere in sicurezza alla rete. Ed anche per questo motivo, dunque, il rapporto è particolarmente tragico per l’Italia, sottolineando come in futuro la strada da battere sia quella di migliorare le risposte nei confronti della nuova frontiera della criminalità. Non solo per garantire la sicurezza della popolazione, dei propri supporti e dei suoi dati personali, ma anche per non rimanere indietro sul tema dell’affidabilità nei confronti degli altri avversari internazionali. In uno scenario che, almeno, dovrebbe far riflettere su quanto ci sia ancora da fare sulla questione e su quanto poco sia stato fatto negli ultimi dieci anni.

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