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Società

Liste d’attesa, il costo nascosto della sanità italiana

Le lunghe liste d’attesa spingono sempre più italiani verso il privato, la mobilità sanitaria o, nei casi più critici, la rinuncia alle cure.
sanità

Quando una persona si rivolge al CUP per prenotare una visita o un esame, la data proposta può collocarsi a distanza di diversi mesi o di oltre un anno. Una realtà con cui molti italiani hanno avuto a che fare prima o poi nella loro vita, ritrovandosi costretti a fare i conti con l’attesa sia in termini economici, prendendo inevitabilmente in considerazione una strada più dispendiosa, sia nel valutare se non fosse troppo rischioso aspettare.

Il diritto alla prestazione esiste formalmente ed è garantito dai Livelli Essenziali di Assistenza -LEA, eppure la sua applicazione trova scarso riscontro nella realtà clinica a causa dei tempi richiesti, lasciando al cittadino la responsabilità di gestire la propria patologia per un periodo fin troppo lungo. 

A fronte di questa criticità, il quadro normativo prevede il Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa 2026-2028 e il monitoraggio tramite la nuova Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa (PNLA) gestita da Agenas e dal Ministero della Salute, includendo anche nuove regole e sanzioni finanziarie per gli assistiti che non disdicono la prenotazione con almeno due giorni lavorativi di anticipo, al fine di evitare che le agende rimangano bloccate.

Aspettare, pagare o spostarsi: le alternative al SSN

Di fronte a una tempistica incompatibile con le proprie esigenze di cura, l’assistito deve scegliere tra un range ristretto di opzioni che non sono certamente ideali ma che risultano complementari ad una sanità non propriamente efficiente, se si guarda ai tempi di attesa. 

La prima scelta sarebbe aspettare, oppure spostarsi attivando la mobilità sanitaria da attesa. Questa misura permette di spostarsi presso altre ASL o fuori Regione per trovare tempi di risposta più brevi o prestazioni non disponibili sul proprio territorio. La Mobilità Sanitaria è un fenomeno tutt’altro che marginale: secondo lo stesso rapporto della Mobilità, l’indice di fuga nazionale per i ricoveri è salito all’8,72%, mentre la mobilità passiva per la specialistica ambulatoriale coinvolge 19,7 milioni di prestazioni per un valore di 650 milioni di euro. Allo stesso tempo, guardando ai ricoveri ospedalieri, Regioni come il Molise (con un indice di fuga del 39,80%) e la Basilicata (33,53%) registrano le percentuali più alte di cittadini costretti a curarsi altrove.

La seconda alternativa include la possibilità di rivolgersi al privato, pagando l’esame di tasca propria in intramoenia o presso strutture private cosiddette “pure” e per questo non accreditate. Una scelta che rientra in una spesa sanitaria complessiva a carico delle famiglie pari a 42,4 miliardi di euro, in lieve contrazione dell’1%, mentre la spesa tracciata dal Sistema Tessera Sanitaria per le sole prestazioni nel privato puro è più che raddoppiata, passando da 3,05 miliardi nel 2016 a 8,2 miliardi di euro.

La terza soluzione, la cui spesa sfiora i 7 miliardi di euro, prevede l’utilizzo di un’assicurazione o fondo sanitario integrativo attraverso i quali si fanno valere le coperture aziendali o le polizze individuali. La quarta e ultima opzione, invece, è dettata dalla mancanza di risorse economiche necessarie e si traduce in una scelta drammatica e diseguale: la rinuncia alle cure. Nel 2024, il 9,9% della popolazione italiana ha rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico a causa delle lunghe liste di attesa e per motivi di natura economica (talvolta le due cose si sovrappongono).

Da 3 giorni a 4 mesi: quanto dovrebbe aspettare un paziente

Attingendo ai dati rilasciati dai rapporti PNLA e di Agenas è possibile stimare dove si concentrano i ritardi più marcati. Tra questi, la visita dermatologica ha le percentuali di rispetto dei tempi di attesa più basse in Italia, pari al 70,2% nel primo semestre del 2026. Tra le prestazioni che evidenziano maggiori criticità figurano anche la colonscopia, che registra i maggiori ritardi diagnostici, la gastroscopia e la risonanza magnetica. Un elenco di visite che comunica eloquentemente le ragioni dietro all’inevitabile scelta che l’individuo prende nel momento in cui decide di rivolgersi al privato.

Dal punto di vista amministrativo, la gravità della patologia e l’urgenza della prestazione vengono catalogate attraverso una lettera che stabilisce il limite di tempo entro cui il SSN deve garantirla. L’assegnazione avviene secondo quattro classi di priorità: urgente (U), entro tre giorni; breve (B), entro 10 giorni; differibile (D), entro 30 giorni per le prime visite e 60 per gli esami diagnostici; programmata (P), entro 120 giorni.

Ma cosa succede se il SSN non rispetta i tempi? Nel caso il servizio pubblico non riuscisse a garantire l’appuntamento entro il termine stabilito, l’assistito può richiedere che la prestazione venga effettuata in regime di libera professione intramuraria, oppure presso una struttura privata convenzionata con il SSN, sostenendo solo il costo del ticket.

Dietro le liste d’attesa c’è anche la crisi del personale

È opportuno dire che i limiti strutturali del sistema sanitario sono, tra le altre cose, correlati alla penuria di organico nelle strutture ospedaliere. Secondo le rilevazioni del Rapporto GIMBE su dati OCSE, l’Italia conta oltre 339mila medici iscritti all’ordine, ma almeno 88mila di essi (pari al 26,1%, ovvero più di uno su quattro) non lavorano per il Servizio Sanitario Nazionale né sono inseriti in percorsi di specializzazione. Una dinamica analoga riguarda il personale infermieristico: a fronte di una carenza strutturale complessiva rispetto agli standard europei, quasi 80mila infermieri sui 407mila censiti (il 19,6%) operano al di fuori perimetro della sanità pubblica. Un dato che evidenzia non soltanto un problema quantitativo, ma una progressiva perdita di attrattività del SSN.

Ed è proprio a causa di questa penuria che il ricorso a medici gettonisti è diventato sempre più frequente, tanto da contare 1.06 miliardi di euro di contratti nel biennio 2024-2025. I medici a gettone rappresentano infatti quella categoria di dottori che riceve un compenso per il singolo turno o servizio svolto, spesso con retribuzioni più elevate rispetto a quelle del personale assunto stabilmente. I gettonisti esistono quindi per compensare la carenza di personale, ma questo sistema può contribuire a generare nuova spesa e bloccare nuove assunzioni.

Il problema delle liste d’attesa, dunque, non sembra potersi risolvere intervenendo unicamente sulle agende o introducendo nuove sanzioni per chi non si presenta a una visita prenotata. 

La realtà è che quello che dovrebbe essere un diritto garantito rischia di trasformarsi, nella pratica, in una scelta legata alle possibilità economiche della persona: chi può permetterselo paga una visita privata, ricorre a una polizza o si sposta dove i tempi sono inferiori; chi non dispone delle stesse risorse aspetta, talvolta rinuncia. Ed è proprio in questa distanza tra il diritto scritto sulla carta e la possibilità concreta di esercitarlo che le liste d’attesa smettono di essere soltanto un problema organizzativo della sanità pubblica e diventano anche una questione di disuguaglianza nell’accesso alle cure.

Fonti

Ministero della Salute, Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa 2026-2028, Decreto 26 giugno 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 agosto 2026


Agenas, Bollettino Liste di Attesa, n. 0, 2026


Agenas, Mobilità Sanitaria. Terzo rapporto, edizione 2025


ANIA, Trends – Infortuni e Malattia, anno X, n. 2, luglio 2026


https://www.corriere.it/salute/26_ottobre_07/un-italiano-su-10-rinuncia-a-visite-ed-esami-per-le-lunghe-attese-42-4-miliardi-di-spesa-sanitaria-a-carico-delle-famiglie-8221af23-ff30-4e52-9b19-00bdd6eb3xlk.shtml

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