Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Svuotare tutti i campi per gli sfollati interni entro fine anno: è questo il piano del governo iracheno che lo scorso ottobre ha avviato la chiusura di diversi campi nei governatorati di Baghdad, Kerbala, Diyala, Anbar, Ninive, Sulaymaniyah e Kirkuk. E così migliaia di persone si sono trovate senza un riparo, in piena emergenza coronavirus e con l’inverno alle porte. Molte famiglie sfollate sono rientrate nelle proprie comunità ma, con intere regioni del Paese ancora distrutte dopo anni di occupazione da parte dell’Isis e la paura di ritorsioni, la maggior parte delle persone non può ancora fare ritorno a casa.

Tra il 2014 e il 2017, nel corso della lunga guerra contro il sedicente Stato islamico, oltre 6milioni di iracheni (quasi il 15% della popolazione) abbandonarono le proprie abitazioni e trovarono riparo in campi sovraffollati. Negli anni, con la liberazione delle zone occupate dai miliziani, più di 4milioni di sfollati fecero ritorno in quello che rimaneva delle loro case e così nel agosto 2019 il governo decise di chiudere i campi. Una mossa che ha subito una brusca accelerazione a partire da ottobre quando molte tendopoli sono state svuotate nonostante l’elevato numero di sfollati all’interno (secondo le associazioni per i diritti umani si parla in totale di oltre un milione di persone). Senza preavviso, migliaia di famiglie sono già state costrette a lasciare i rifugi e a trovare un nuovo posto dove vivere. “Chiudere i campi prima che i residenti siano in grado di tornare a casa non risolve la crisi degli sfollati. Al contrario, mantiene tantissimi iracheni intrappolati nel circolo vizioso dello sfollamento, più vulnerabili che mai, soprattutto in piena pandemia”, ha dichiarato Jan Egeland, segretario generale del Norwegian refugee council. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, quasi la metà delle persone che ha dovuto abbandonare i campi di Baghdad e Kerbala non è tornata a casa e si è ritrovata a vivere ai margini delle città, in edifici abbandonati, senza beni di prima necessità e assistenza sanitaria. Una situazione drammatica che rischia di alimentare tensioni sociali e risentimenti in una società ancora in piena crisi.

Ma anche per chi è riuscito a tornare a casa, e non ha trovato la propria abitazione occupata da un’altra famiglia, le difficoltà non sono state poche. La maggior parte degli edifici non sono ancora stati ricostruiti, mancano le infrastrutture e la possibilità di nuovi attacchi è sempre presente. “Se fosse dipeso da me, non me ne sarei mai andato dal campo”, ha rivelato all’Associated Press Merhi Hamed Abdullah. Dopo aver vissuto in un accampamento per tre anni, il 70enne ha fatto ritorno con la famiglia al suo villaggio a ovest di Mosul trovandolo distrutto, senza acqua corrente ed elettricità.

Un rientro difficile che diventa impossibile per tutti quelli che sono stati accusati di simpatizzare per le bandiere nere o sono stati legati in qualche modo all’Isis. È il caso delle vedove, delle mogli o delle madri dei combattenti del Califfato che, per paura di ritorsioni da parte dei miliziani ma anche delle tribù stesse, non possono ripresentarsi nelle proprie comunità. E così, centinaia di donne con i loro bimbi piccoli si trovano in pericolo, senza sapere dove andare. I negoziati tra il governo e le comunità locali per facilitare i rimpatri non sempre vanno a buon fine con i più soggetti più deboli esposti a discriminazioni e vendette. “Non vogliamo che quelle famiglie tornino a vivere con noi”, ha spiegato una donna yazida sopravvissuta agli orrori dei miliziani. “Chiunque abbia perso un familiare vorrà vendicarsi con il sangue. Non li rivogliamo indietro, non vogliamo vederli, siano uomini, donne o bambini”, ha dichiarato il leader di un villaggio a sud di Sinjar. Ma le autorità non intendono retrocedere e puntano a chiudere tutto a breve. “Se queste famiglie rimarranno nei campi, creeremo una nuova generazione Isis in Iraq. Hanno bisogno di mescolarsi con le persone. Devono cambiare idee”, ha affermato Najm Jibouri, governatore della provincia di Ninive, spiegando che se anche le persone “soffriranno, abbiamo bisogno che tornino per ricostruire le loro città e i villaggi”.

Ad oggi, diversi campi nel Paese sono già stati svuotati lasciando intere famiglie senza un posto in cui ripararsi, senza cure mediche e istruzione per i più piccoli. Nelle prossime settimane altre tendopoli verranno sbaraccate e migliaia di sfollati costretti a disperdersi. E a rendere ancora più critica la situazione è la diffusione del coronavirus sul territorio. Il sistema sanitario, già messo a dura prova da decenni di conflitti e sanzioni, potrebbe non reggere una nuova ondata di contagi (in Iraq si contano quasi 600mila casi e oltre 12mila morti anche se, secondo gli esperti, i numeri sarebbero molto più elevati). Per milioni di persone costrette ad abbandonare i campi dove operano diverse organizzazioni umanitarie diventerà ancora più difficile accedere alle cure e il rischio di diffondere il Covid aumenterà in tutto il Paese.

Qual è il crocevia del mondo di domani?
È lì che vogliamo portarvi