Zone bianche, gialle e rosse: le autorità sanitarie iraniane hanno diviso il Paese a seconda della diffusione del coronavirus e ora il presidente Hassan Rouhani vuole tornare alla normalità. La riapertura, iniziata già alcune settimane fa con un primo allentamento delle misure, ora passerà dalle moschee. “In 132 distretti a basso rischio contagio riapriranno i luoghi di culto. Le preghiere del venerdì riprenderanno nel rispetto dei protocolli sanitari”, ha dichiarato il presidente. Lento nel reagire alla pandemia di coronavirus, ora l’Iran sembra avere grande fretta. Ma i numeri di vittime e contagi sono ancora molto alti.

Con quasi 100mila casi e oltre 6mila vittime, l’Iran è tra i Paesi più colpiti al mondo dal virus cinese. Dopo i primi contagi, Rouhani si era rifiutato di riconoscere la diffusione del Covid-19 e a metà febbraio aveva parlato di un “complotto dei nemici per bloccare il Paese”. Nel frattempo, dal focolaio di Qom (150 chilometri a sud di Teheran), il virus si era sparso in tutta la regione oltrepassando anche i confini nazionali con i musulmani sciiti. In particolare, dal Paese degli Ayatollah il Covid aveva raggiunto la penisola arabica facendo scoppiare i primi casi nel Golfo. Un mese dopo la città santa iraniana, che ogni anno accoglie oltre 20 milioni di pellegrini, è stata isolata. Ma i numeri non si sono arrestati, anzi, sono cresciuti giorno dopo giorno. Fin da subito la comunità internazionale ha espresso i suoi dubbi sui dati, accusando Teheran di voler nascondere i casi reali. Molti esperti ritengono ancora oggi che i numeri siano molto più alti e che le autorità iraniane abbiano mentito sulla portata del contagio. Secondo fonti sanitarie vicine all’Organizzazione mondiale della sanità, solo le vittime sarebbero cinque volte di più di quelle dichiarate. L’Iran avrebbe invece minimizzato la diffusione per non abbassare l’affluenza alle elezioni parlamentari dello scorso febbraio e per non rinunciare all’enorme giro d’affari proveniente dai luoghi sacri.

E così il Paese è stato chiuso solo a marzo: spostamenti proibiti, scuole e università ferme, niente cinema e negozi, manifestazioni vietate, moschee vuote. Ma i divieti sono stati aggirati in massa e il blocco non è durato molto. Dopo poche settimane infatti, le autorità hanno deciso di far ripartire i centri commerciali e dare il via libera ai viaggi interurbani sostenendo che a causa delle sanzioni economiche imposte dagli Usa il Paese non può permettersi di restare fermo: “Certamente non vogliamo altre vittime di coronavirus, ma allo stesso tempo non vogliamo far morire la gente di fame”. E ora è arrivato un altro allentamento delle restrizioni con la riapertura delle moschee. Una decisione simbolica presa anche per far fronte alle pressioni degli esponenti religiosi che hanno più volte chiesto al presidente di non chiudere i luoghi di culto nel mese sacro del Ramadan. La prossima riapertura riguarderà le scuole che, nelle zone a basso rischio, potrebbero accogliere gli studenti già a metà mese. Così, con un’attività dopo l’altra, l’Iran intende tornare alla normalità, ma il numero dei contagi continua a preoccupare.

Negli ultimi giorni i dati ufficiali si sono abbassati tornando ai livelli di metà marzo e scatenando di nuovo gli esperti che parlano di numeri reali molto più elevati. Il ministro della Salute iraniano ha spiegato che ora nel Paese c’è una tendenza “graduale al ribasso”, ma i mille nuovi casi al giorno dell’ultima settimana e le numerose vittime registrate fanno pensare che l’uscita dalla pandemia sia ancora lontana. Lo stesso presidente Rouhani ha invitato la popolazione a prepararsi per una nuova ondata ma questo non ferma i piani di Teheran: “Continueremo con le riaperture”, ha spiegato. La grave crisi innescata dal coronavirus, in aggiunta a quella provocata dalle sanzioni americane, sta soffocando il Paese e così l’Iran ha deciso di accelerare, rischiando però tutto.

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