“Pres io e Calhanoglu siamo costati zero euro. Zero euro! La tua macchina è costata di più. Vogliamo un regalo!”. Milano, 22 aprile. Da poco meno di 24 ore l’Inter ha conquistato il ventesimo Scudetto. Hakan Calhanoglu, uno dei campioni nerazzurri più decisivi ai fini del trionfo calcistico della società meneghina, decide di festeggiare a modo suo. Su Instagram, il fantasista turco avvia una diretta insieme al compagno di squadra, Marcus Thuram, e al presidente cinese del club, Steven Zhang.
I due giocatori (a parlare è in realtà Thuram) fanno notare al proprietario dell’Inter, che risponde dalla Cina, di essere stati acquistati per zero euro. Meno, appunto, dell’auto guidata da Zhang junior, 33 anni, figlio di Zhang Jindong, tycoon proprietario di Suning, conglomerato cinese dal 2017 – attraverso Suning Holding Group – azionista di maggioranza dell’Fc Internazionale.
In effetti, il garage del rampollo asiatico è ricco di hypercar. Come l’esclusiva McLaren Speedtail, prodotta in soli 106 esemplari e in grado, grazie ai suoi 1036 Cv, di raggiungere i 100 km/h in appena due secondi (prezzo: circa 2 milioni di euro), oppure la Pagani Huayra personalizzata (circa 3 milioni).
Tra una risata e l’altra, a proposito di conti, per Zhang il tempo di festeggiare è già agli sgoccioli. Il motivo è semplice: entro il prossimo 20 maggio il club deve infatti restituire 275 milioni di euro (tra i 375 e i 385 milioni contando gli interessi) al fondo statunitense Oaktree. Soldi che, due anni fa, la dirigenza nerazzurra aveva chiesto e ottenuto, sotto forma di finanziamento.
Zhang, un vincente con la calcolatrice
Basterebbero questi pochi particolari per delineare l’identikit del misterioso Zhang Jr, il giovanissimo presidente cinese subentrato alla guida dell’Inter dopo che l’azienda di suo padre aveva investito poco meno di 300 milioni di euro per accaparrarsi la maggioranza del club lombardo.
Appassionato delle macchine di lusso, a suo agio con la lingua inglese (la parla in maniera perfetta), mente brillante e visione imprenditoriale tarata sul medio-lungo periodo: l’uomo forte del club campione d’Italia ha reso i nerazzurri una società ancora più internazionale rispetto al passato. L’ha fatta conoscere in Cina e nei mercati asiatici, dove ci sono praterie che le nostre squadre di calcio devono (e possono) ancora conquistare.
Zhang ha fin qui messo in bacheca due Scudetti, altrettante Coppe Italia e tre Supercoppe italiane, oltre ad aver sfiorato Europa League e Champions League (perse in finale rispettivamente nel 2020 e 2023). Ha portato ad Appiano Gentile campioni e campionissimi, preferendo tuttavia investire i suoi denari nei lauti stipendi dei giocatori che non nei costi dei loro cartellini.
Anche perché, come detto, l’Inter deve tenere un occhio al calendario e uno ai conti. La società, e quindi Zhang, deve capire come sciogliere il nodo Oaktree. Due le ipotesi: rifinanziare il debito con interessi maggiorati attingendo ad un ulteriore prestito – da fonti terze – oppure aprire a nuovi azionisti. Vincere con la calcolatrice può essere limitante per chi ama sognare in grande.
L’Inter: l’ultima eredità del sogno calcistico di Xi Jinping
L’Inter campione d’Italia è l’ultimo retaggio del “sogno pallonaro” di Xi Jinping. Nel 2015, il presidente cinese, grande appassionato di calcio, aveva annunciato un piano decennale per trasformare la Cina in una potenza del football. Xi pensava che il settore calcistico potesse rappresentare un volano di crescita per l’economia del Paese, che all’epoca – quando ancora non c’erano né Covid-19, né crisi in vista, né gravi tensioni con gli Usa – non conosceva ostacoli.
Il governo aveva così deciso di incentivare le grandi aziende nazionali ad investire nel calcio. Risultato: le compagnie statali del Dragone iniziarono a farlo, prima con i club cinesi (con acquisti milionari, talvolta folli, di allenatori e giocatori europei), poi con quelli stranieri. L’Europa divenne così una sorta di supermercato dorato dal quale la Cina attingeva a piene mani. Dal Milan all’Aston Villa, dall’Atletico Madrid al Valencia, passando per lo Slavia Praga, molte squadre sono finite – a vario titolo – nell’orbita cinese.
Questo boom terminò però in un nulla di fatto, o quasi, con un botto assordante. Pechino iniziò a chiudere i rubinetti degli investimenti a causa di non pochi problemi da gestire (interni ma anche mondiali), preferendo destinare le sue risorse in settori più strategici. Suning, che aveva risposto presente all’appello di Xi, si era intanto ritrovata a possedere l’Inter, ma anche a dover fronteggiare una situazione economica aziendale complessa.
I nerazzurri avrebbero dovuto, nelle intenzioni iniziali di Zhang senior, portare il brand Suning nei mercati occidentali a suon di trionfi. Sarebbe andata diversamente. Il richiamo all’ordine del Partito Comunista Cinese avrebbe potuto spingere Suning a sbarazzarsi dell’Inter. Che è invece rimasta sotto il controllo di Steven Zhang. Forse più come uno sfizio (se non come una zavorra della quale sbarazzarsi al più presto, al netto delle dichiarazioni di comodo) che non come un asset dorato.

