Con l’arrivo della pandemia di coronavirus in Europa nello scorso inverno, gli ospedali di tutto il continente sono stati colpiti da una domanda di assistenza che nessun sistema sanitario europeo aveva mai messo in conto. Ambulanze in coda all’ingresso dei pronti soccorso e sirene accese che attraversano le città per tutta la notte non sono diventate che l’immagine di questi ultimi dieci mesi della nostra quotidianità. E l’alta contagiosità del patogeno ha impattato anche sul modo stesso in cui sono state gestite le strutture ospedaliere e sul modo in cui gli stessi pazienti – negativi al coronavirus ma affetti da altre patologie – sono stati tenuti in considerazione. Tutto questo, però, avrà sul lungo periodo una grandissima serie di conseguenze in grado di generare un vero e proprio esercito di “morti evitabili“, così come sono stati definiti dal medico britannico Chris Whitty in un lungo approfondimento sul The Sunday Times.

Gli ospedali rischiano di cedere

Come riportato sempre dalla testata britannica, la situazione che si sta vivendo in questo momento nel Regno Unito è emblematica di come gli sforzi compiuti dalla popolazione non siano stati sufficienti a contenere la diffusione del patogeno. E soprattutto, credere che l’arrivo del vaccino sia la naturale fine del ciclo epidemico già a distanza di pochi mesi è una pura e semplice visione fantascientifica. Il vero problema, infatti, è la capacità di tenuta del sistema sanitario, il quale non deve preoccuparsi “solamente” dei pazienti positivi al Covid-19 ma deve occuparsi anche di tutti coloro che necessitano quotidianamente di assistenza medica.

Malati di tumore, sieropositivi, persone affette da gravi patologie, diabetici e persone che devono recarsi almeno tre volte a settimana in ospedale per le dialisi. Tutti esponenti molto fragili della nostra società che con la pandemia rischiano quasi di passare in cavalleria, come se il mondo si dimenticasse completamente di loro. Ma la percentuale di affetti da queste patologie, purtroppo, è ancora più alta di coloro che sono entrati in contatto con il coronavirus.

In Italia rischiamo lo stesso problema

Da quando il coronavirus è entrato nella nostra quotidianità, a quasi tutti noi è capitato di subire o di conoscere qualcuno a cui è stato notificato un rimando di un intervento medico definito come “non urgente” e dunque posticipabile ad una non meglio specificata data del futuro. E tutti, dunque, abbiamo avuto contatto diretto con quelle che sono le problematiche tecniche e organizzati che sta affrontando quotidianamente il sistema sanitario italiano e che alle volte hanno portato anche alla cancellazione di un intervento programmato.

Tuttavia, benché questa quotidianità vada avanti ormai dalla scorsa primavera, il problema nel nostro Paese non è sostanzialmente migliorato. Ancora adesso le operazioni “non urgenti” vengono posticipate sin tanto che non lo saranno diventate – se non addirittura oltre, come già purtroppo accaduto – delineando di conseguenza uno scenario che denota una carenza organizzativa che travalica il semplice sistema ospedaliero, arrivando sino alle fondamenta dell’attuale organigramma politico nazionale.

Senza potenziare di conseguenza l’apparato organizzativo alla base della gestione della pandemia, purtroppo, il quadro della situazione – come emerso negli ultimi mesi – potrebbe essere destinato a peggiorare ulteriormente. In uno scenario in cui sempre più malati negativi al coronavirus rischieranno di vedere anteposta al proprio diritto ad essere curati la necessità di non creare affollamenti all’interno delle strutture sanitarie. In una situazione contradditoria, che evidenzia però la sostanziale inadeguatezza di molti approcci operativi che sono stati utilizzati nell’ultimo periodo, molti dei quali rischiano di generare un’ondata di morti che, come definiti dal primario medico britannico, sarebbero stati altrimenti evitabili.

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