La geopolitica della corsa allo spazio
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“Il diritto di mantenere una ben regolata milizia”. Così diceva il testo base del Secondo Emendamento alla Costituzione Americana il 15 dicembre 1791. A seconda delle virgole, però, c’è un’aggiunta che solo negli ultimi cinquant’anni ha assunto la valenza pesantissima anche dal punto di vista giuridico costituzionale: “Il diritto dei cittadini a portare armi non potrà essere infranto”. Le interpretazioni costituzionali precedenti alle guerre culturali tra progressisti e conservatori che scuotono l’America dal Secondo Dopoguerra interpretavano questo passaggio come un autoevidente diritto all’autodifesa dei cittadini contro l’oppressione.

Una teoria che però non aveva fatto i conti con una concezione giuridica che, pur sempre presente nella storia americana, stava per emergere prepotente contro l’accrescimento delle prerogative del governo federale. Questa spinta verso la resistenza a un potere tirannico, se da un lato ha fornito una spinta alla formazione di milizie armate di destra radicale (negli anni ’60 questa spinta aveva assunto coloriture bipartisan: anche gli afroamericani al Sud e non solo difendevano il diritto “costituzionale” di portare armi per difendersi dalla polizia segregazionista. Anche lo stesso Martin Luther King portava sempre con sé una pistola), dall’altro ha portato all’esplosione del fenomeno dei killer solitari.

Il fenomeno dei killer solitari

Qual è stato il primo? Si chiamava Howard Unruh e nel 1949 viveva a Camden, in New Jersey, una tranquilla cittadina industriale e portuale.

Unruh ha 28 anni ed è tornato da qualche tempo a vivere con sua madre. Dopo aver combattuto in Germania durante la Seconda guerra mondiale, ha lavorato per qualche mese in un laminatoio e poi ha studiato per un anno alla Temple University di Philadelphia. I suoi superiori nell’esercito raccontano di un ragazzo tranquillo, che però si trasforma lentamente e sottotraccia. Ha un solo hobby, che esercita nel seminterrato di casa: sparare. E il 6 settembre esce. Si vuole vendicare di tutti i litigi che ha avuto coi vicini. Del farmacista Maurice Cohen, che gli ha calpestato il giardino. E di altri vicini come il barbiere Clark Hoover, che lo prendevano in giro, forse per le sue tendenze omosessuali nascoste. Uccide tutti i suoi nemici, veri o presunti. Con calma gelida. E non esita nemmeno di fronte a un bambino di sei anni che si stava facendo tagliare i capelli. Quando si arrende, sono morte 13 persone.

Per la prima volta l’America si confrontò con un assassino che uccideva a sangue freddo per futili motivi e non per ragioni politiche, razziali o perfino sindacali. Un aspetto che era strettamente legato, allora come oggi, alla salute mentale, oltreché al possesso di armi.

Secondo il Gun Violence Archive, soltanto nel 2022 ci sono state 221 sparatorie che hanno causato morti o feriti negli Stati Uniti, di cui 27 in plessi scolastici. Le dinamiche della scuola elementare di Uvalde non sono ancora chiare. L’inazione della polizia, unita al fatto che l’edificio aveva le porte chiuse, rendono l’accaduto non ancora immediatamente comprensibile. Si possono però tracciare alcune riflessioni. Contrariamente al sentire comune, negli ultimi anni non è aumentato il numero di possessori di armi, ma la loro circolazione. Per farla breve, il 3% degli americani possiede circa la metà di fucili e pistole. Un esempio piuttosto famoso è quello della coppia composta da Mark e Patricia McCloskey, due avvocati del Missouri diventati famosi per essere scesi di fronte alla propria villa per difendersi dalle proteste di Black Lives Matter nel 2020, ne possedevano diverse tra cui un fucile AR-15.

La geografia della violenza

La quantità però, non spiega il perché di certi eventi. Ci sono diversi Stati dove non avviene niente del genere. Ad esempi in Vermont, stato di residenza di Bernie Sanders, dove l’ambiente rurale porta ad andare a caccia di più, questo non porta a eventi delittuosi. E nemmeno in altri stati conservatori come il Montana, l’Idaho e il Nord Dakota: dal 2018 a oggi in questi tre stati ci sono stati soltanto tre eventi del genere. La violenza è più frequente invece nelle aree urbane o nei dintorni, e infatti i critici delle leggi restrittive puntano il dito contro la circolazione illegale delle armi, contro la quale non si fa abbastanza – un’inerzia che si può spiegare pigramente con il potere della lobby delle armi, la NRA, ma è una spiegazione che non basta. L’associazione, un tempo potentissima, è da tempo in difficoltà. Nel 2021 ha chiesto di dichiarare bancarotta a gennaio 2021, una mossa poi respinta dai giudici come un tentativo maldestro di riorganizzazione finanziaria. I membri sono calati: dai sei milioni del 2018 ai poco meno 5 dichiarati alla convention di Houston che si chiude oggi. Anche gli introiti sono scesi bruscamente: dai 367 milioni annuali di donazioni registrati nel 2016 ai 282 del 2020. Non più una forza invincibile, ma comunque molto influente, dato che di recente il diritto di portare armi cariche con sé è stato di recente inserito nella Costituzione statale della Georgia. In pratica, nessuna legge cittadina potrà limitare questo diritto acquisito.

Perché quindi oggi più che mai sembra difficile far qualcosa contro il fenomeno delle sparatorie indiscriminate? Il senatore dem Chris Murphy del Connecticut e il suo collega repubblicano della Louisiana Bill Cassidy hanno presentato nel mese di maggio un disegno di legge per potenziare il finanziamento alle strutture federali che si occupano di salute mentale, ma c’entra anche la polarizzazione politica.

La spaccatura politica che blocca le leggi

Se il deputato repubblicano del distretto texano di Uvalde Tony Gonzales ha dichiarato di voler lavorare con il presidente Joe Biden, lo stesso non si può dire dei suoi colleghi. Il senatore Ted Cruz, anche lui texano, ha subito respinto al mittente i tentativi di “politicizzare” la tragedia. E l’ex presidente Donald Trump, anche lui intervenuto alla convention di Houston, ha detto che le leggi per il controllo delle armi sono “grottesche” e chi vogliono più armi per combattere i “criminali”. D’altro canto, Beto O’Rourke, candidato dem a governatore del Texas, non ha mai fatto mistero di voler “togliere” i fucili ai loro proprietari.

L’anestetizzazione del dibattito tra due fronti contrapposti e inavvicinabili fa sì che il problema sia ben lontano dalla soluzione, se pensiamo che Cruz e altri hanno addirittura presentato una mozione al Senato lo scorso aprile per condannare la decisione del dipartimento di Giustizia di inserire le cosiddette “armi fantasma”, pistole fatte di materiale plastico prodotto da stampanti in 3D, istanza poi respinta dalla maggioranza dem. Ormai il concetto che non ci vogliano nuove leggi restrittive è introiettato dalla maggioranza degli elettori repubblicani: secondo un sondaggio Gallup quest’opinione è condivisa dal 61% dei militanti. Di converso, anche quando vorrebbero che ci fossero controlli sui precedenti di chi le acquista, di sicuro non ritengono la questione importante. Dopo il rumore delle armi e del chiacchiericcio, non accadrà nulla. E la National Rifle Association, pur in scala ridotta rispetto al recente passato, potrà continuare a esercitare la sua influenza politica.

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