Il 12 novembre scorso, attraverso un comunicato stampa il ministro per i gas fossili e per il petrolio dell’India, Dharmendra Pradhan ha annunciato che le più grosse compagnie petrolifere mondiali (tra le quali spiccano Aramco e Royal Dutch Shell) si sono incontrate con il primo ministro indiano Narendra Modi, per discutere della privatizzazione del raffinerie statali. Per la prima volta nella storia il governo di New Delhi ha deciso di aprire alla partecipazione di grossi gruppi di investimento stranieri nella filiera del petrolio.

L’India corteggia Saudi Aramco

Dopo la decisione di quotare il 2% della società attualmente nelle mani del governo saudita sul mercato finanziario, la società malese Petronas (sponsor della scuderia Mercedes di F1) ha avallato un interesse di acquisto di parte delle azioni. Le due società considerate insieme producono un utile netto annuale di oltre 130 miliardi di dollari americani.

Sebbene l’Arabia Saudita non abbia in questo momento una grande necessità di ampliare la propria catena di raffinerie, lo stesso non si può dire della statalizzata della Malaysia, che ha appena annunciato un investimento di 27 miliardi di dollari in una raffineria malese, che non le garantirebbe comunque il 100% dell’operatività. Trasferire parte del proprio greggio in India potrebbe quindi venire incontro alle esigenze di Kuala Lumpur di portare l’estrazione e la raffinazione del petrolio al massimo regime di lavoro. Il rischio della crescente concorrenza iraniana dopo la scoperta del nuovo giacimento petrolifero nel Kuzhestan, nonostante l‘embargo voluto da Donald Trump, è un rischio per le due grandi società da non sottovalutare.

L’India e la poca attenzione per ambiente e lavoro

Modi non si è fermato nemmeno un attimo a pensare a che cosa possa significare potenziare l’industria del petrolio nel proprio Paese che proprio in questi giorni sta attraversando una crisi ambientale senza precedenti. In fondo, la colpa dell’inquinamento di New Delhi non è stata attribuita alle retrograde fabbriche indiane che non rispettano nessuno dei protocolli internazionali, bensì ai fuochi agricoli per bruciare le sterpaglie dei campi. Appare chiaro come questa visione precluda ogni ragionamento riguardo alle politiche di tutela ambientale, lasciando tutto ad una mera questione di soldi.

Avendo dalla sua parte la competitività dell’industria indiana dovuta al bassissimo livello dei salari e delle tassazioni quasi assenti per via del quasi assente sistema di Welfare, l’offerta di New Delhi alletta e non poco i colossi del petrolio; con l’ausilio di (ulteriori) sgravi fiscali nei confronti degli investitori, la quadra verrà celermente trovata nell’interesse di entrambe le parti in causa.

Mentre quindi a New Delhi le persone continuano ad avere gravi deficienze respiratorie, i politici indiani tirano dritto, rilanciando sul settore industriale della lavorazione del petrolio, in chiara ottica di miglioramento delle condizioni ambientali in cui versa l’India. Questo approccio, sebbene possa apparire remunerativo nel breve periodo, che cosa lascerà all’India del futuro? Quando i giacimenti petroliferi saranno terminati, lo Stato asiatico sarà in grado di riconvertirsi, nonostante il suo territorio sia stato a quel punto totalmente distrutto dall’industria petrolifera? Tutte domande ancora aperte…