Fanno discutere, nelle ultime ore, le dichiarazioni della ministra francese Frédérique Vidal, titolare del dicastero all’Istruzione e alla Ricerca, che avrebbe sollevato un presunto problema di islamogauchisme nel mondo accademico francese. La materia, delicatissima, si colloca su un confine labile tra la propaganda politica e la produzione intellettuale, entrambe sovrastrutture culturali che crescono in una Francia sempre più compressa tra la lotta all’Islam radicale e la cultura delle libertà, valore irrinunciabile della République.

Un termine abusato ma vago

Il termine “islamo-sinistra” è stato utilizzato negli ultimi anni da molti attori della politica e del pensiero francesi. Il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer aveva già criticato l'”islamismo di sinistra”, prima di lui Gérald Darmanin aveva già usato l’espressione. E ancora, all’inizio del 2017, fu Manuel Valls ad accusare la Francia ribelle di “islamo-sinistra” su RTL. Lo stesso anno, Marine Le Pen aveva usato la stessa qualifica per parlare di Benoît Hamon, fondatore di fondatore di Génération.s.

In Francia, sembra che sia stato il sociologo Pierre-André Taguieff a usare per primo il termine nel suo libro La Nouvelle Judeophobie (Mille et une nuit, 2002). Per Pierre-André Taguieff, “islamo-sinistra” descriverebbe la tendenza di alcuni movimenti di sinistra a ritrovarsi nelle stesse lotte dei movimenti filopalestinesi, a volte al fianco degli islamisti. Tante le polemiche che spingono l’autore dell’espressione a chiarire, successivamente, la sua posizione in un forum su Liberation nell’ottobre 2020: “l’espressione ‘islamo-sinistra aveva sotto la mia penna un valore strettamente descrittivo, designando un’alleanza de facto militante tra circoli islamisti e circoli di estrema sinistra”.

L’indagine proposta

Quello che non è chiaro delle dichiarazioni di Vidal è se si faccia riferimento ad una chiara e documentata attività di collaborazione politica tra circoli islamici e sinistre radicali, che scava nel solco di una république nella République o se si tratti, più semplicemente, di un’accusa ad un certo filone di studi accademici, collocati nell’iperuranio delle idee, dove Islam politico e pensiero libertario si fondono intellettualmente. Perché le due cose, a ragion veduta, sono ben diverse.

Vidal, di fronte all’Assemblea Nazionale, ha annunciato di voler aprire un’indagine sul fenomeno, dichiarando di aver chiesto al Centro nazionale per la ricerca scientifica (Cnrs) “una valutazione di tutte le ricerche” che si svolgono in Francia, al fine di distinguere ciò che rientra nella ricerca accademica e ciò che equivale a attivismo. Invitata il 14 febbraio sul canale CNews, la ministra aveva tuonato contro l ‘”islamo-sinistra” che, secondo lei, “affligge la società nel suo insieme e l’università non è impermeabile”. “Quello che osserviamo nelle università è che ci sono persone che possono usare i loro titoli e l’aura che hanno – sono in minoranza (…) – per promuovere idee radicali o per portare idee militanti”.

La condanna del Cnrs

La condanna della proposta è stata unanime e bipartisan nel mondo accademico francese ed ha scatenato anche la reazione del Cnrs che, in un suo comunicato, sconfessa l’uso del termine, che non corrisponderebbe a nessuna realtà scientifica. Questo lemma, dai contorni mal definiti, è oggetto di molte posizioni pubbliche, forum o petizioni, spesso appassionati. Il Cnrs ha sostenuto di “condannare fermamente chi cerca di approfittarne per mettere in discussione la libertà accademica, essenziale per il processo scientifico e l’avanzamento della conoscenza, o per stigmatizzare determinate comunità scientifiche”. Il Centro bolla questo tipo di indagine come un tentativo di delegittimare vari campi di ricerca, come gli studi postcoloniali, gli studi intersezionali o il lavoro sul termine “razza”.

Il Cnrs, tuttavia, non si tira fuori dallo studio (“studio” è meglio che “indagine”) proposto da Vidal, e si dichiara pronto a partecipare alla produzione dello studio volto a fare luce scientifica sui campi di ricerca interessati. Questo lavoro sarebbe il seguito del dossier di esperti già svolto sul modello del rapporto “La ricerca sulle radicalizzazioni, le forme di violenza che ne derivano e il modo in cui le società si prevengono e si proteggono da esse“, condotto nel 2016 dall’Alleanza Athena, che riunisce tutte le forze accademiche nelle scienze umane e sociali nelle università, nelle scuole e negli enti di ricerca.

Un attacco alla libertà accademica?

Il primo punto da considerare, in questa delicatissima vicenda, è l’Accademia in sé. Per quanto si voglia rendere ricerca e didattica il più impermeabili possibile, l’Università è un luogo dove si fa politica e dove il pensiero politico prende forma: questo non è necessariamente un male, fino a quando è garantita la libera espressione di tutti senza scadere nel proselitismo e fino a quando il pensiero politico non inquina valutazione e didattica. Il secondo punto sono le sinistre europee che vivono, ora più che mai, una fase di crisi d’identità. Le sinistre radicali, in particolar modo, abiurando a quell’antico ateismo di stampo marxiano, hanno spesso sposato la causa dell’Islam politico nel quale viene scorta una nuova categoria di oppressi, una sorta di nuovo proletariato che promette una rivoluzione nuova, dopo aver perso quella originaria. Questo è un fenomeno pericoloso che, in Europa, produce personaggi politici come Jeremy Corbyn non estranei al corteggiamento di idee antisemite o a nostalgie di Settembre Nero; oppure, ancora, ha prodotto in passato un radicaleggiante sostegno all’ayatollah Khomeini di ritorno in Iran. Un errore madornale del quale ancora dolersi, vista la fine ingloriosa del suo Paese.

Ergo, un problema di contaminazione tra idee politiche radicali, soprattutto nella Francia costantemente fiaccata dagli attentati islamisti c’è, e negarlo sarebbe grave ma soprattutto non produce soluzioni. Per quanto riguarda la ricerca scientifica, l’uso di questi termini, sociologicamente fuorvianti, crea e ricrea spauracchi antichi come il complotto giudaico-bolscevico: è un uso pericoloso perché crea la cultura del nemico senza affrontare l’esistente. La ricerca scientifica non può essere di certo concepita come un assegno in bianco che docenti e ricercatori possono usare senza alcun tipo di limite, tuttavia, tradurre il problema del radicalismo in un attacco alle scienze sociali è un fattore allarmante: spiegare un fenomeno, qualunque esso sia, non equivale a legittimarlo ma crea dibattito ed, eventualmente, contribuisce anche a combattere l’eversione.

Il confine è sottilissimo: puntare il dito ed indagare sulla quantità e qualità degli studi su un certo fenomeno è un’azione grave e liberticida. Cosa ben diversa è, invece, indagare se nei luoghi di formazione del pensiero si tenti di educare al sovvertimento dei valori della laicità e della democrazia: questo sì che costituisce un reato.