I 2500 fortunati invitati ad assistere alla cerimonia di insediamento del nuovo imperatore Naruhito sono in larga parte arrivati a Tokyo da oltre 190 paesi del mondo (la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati rappresenta l’Italia). Nemmeno loro, tuttavia, possono prendere parte a tutta la cerimonia nel Palazzo Imperiale, visto che dei separè posizionati dalla Guardia Imperiale regalano al sovrano la sacra privacy nel momento più intimo del rito. Sebbene dall’insediamento di Akihito, l’imperatore emerito, una buona parte della cerimonia venga trasmessa persino dalla tv nazionale, solo alcuni sacerdoti shintoisti possono partecipare al Sokui-no-Rei, l’intronizzazione vera e propria.

Qualche dettaglio, in realtà si conosce: con un rituale di circa tre ore il nuovo Imperatore deve informare i suoi antenati di aver preso il trono, e Naruhito l’ha fatto il 1 maggio dopo l’abdicazione del padre; segue l’ingresso in un recinto chiamato Takamikura, contenente un grande piedistallo quadrato con una sedia al centro, circondato da un padiglione ottagonale con delle tende e sormontato da una grande Fenice dorata. Allo stesso tempo, l’Imperatrice, vestita in abiti tradizionali, si trasferisce su un palchetto separato accanto a quello del marito. I tamburi tradizionali vengono, a questo punto della cerimonia, battuti per iniziare i lavori.

Alle 13.00 locali il nuovo Imperatore si avvia verso la sedia, con i tre tesori (la spada, lo specchio e il gioiello) ricevuti durante la prima fase dell’insediamento che vengono posti di fianco a lui insieme ai due sigilli. Un semplice scettro di legno, invece, viene consegnato dal primo ministro in rappresentanza del popolo giapponese. L’imperatore annuncia poi la sua ascesa, invitando i suoi sudditi ad assisterlo con l’unico pensiero di poter raggiungere tutte le sue aspirazioni. Il primo ministro risponde con una manifestazione di affetto e fedeltà prima delle tre urla “Banzai!” di tutti i presenti. Una parte del rito che si conclude con lo sparo di un saluto di 21 colpi di pistola da parte delle Forze di Autodifesa giapponesi.

Una cerimonia soft

Con la parata per le vie della capitale rimandata al 10 novembre per rispetto nei confronti delle vittime del tifone Hagibis, si passerà direttamente ai banchetti per circa 900 ospiti, che saranno 4, due seduti e due in piedi, rispetto ai 7 di Akihito. Un piccolo dettaglio utile a comprendere i nuovi e meno sfarzosi contorni di una cerimonia “soft”, più attenta ai conti e meno alla tradizione. La stessa auto che accompagnerà il 126° Imperatore per la grande parata, ad esempio, una giapponesissima Toyota Century voluta da Abe al posto della designata Rolls Royce, verrà riutilizzata dal governo in occasione dei Giochi Olimpici del 2020. Per fare un paragone basti pensare che per fare le cose in grande l’insediamento di Akihito nel 1990 fu celebrato per la prima volta a Tokyo, e non a Kyoto, l’antica capitale del Giappone. E che quasi tutto il rituale seguì in larga parte lo stile stabilito dalla legislazione sulla Casa imperiale che fu emanata durante l’era Meiji, poi abolita dalla Costituzione post-bellica.

Proclami a parte, Tsugu (il nome di battesimo di Akihito) ha a tutti gli effetti rispettato il mandato come primo Imperatore “non-divino” nella storia del Giappone, visto che nel 1989, l’anno di inizio del rituale, giurò di difendere quella stessa Costituzione che ha poi bypassato chiedendo al governo di fare una legge “una-tantum” per permettere la sua abdicazione. Un colpo duro per i puristi della Casa imperiale, che allo stesso modo non possono accettare che si considerino “eccessive” le formalità del rito e che addirittura avrebbero preferito che la parata non venisse rimandata per rispetto della completezza della cerimonia.

L’Impero politicamente corretto

Anche la terza e più delicata fase dell’insediamento, il Daijō-sai, è oggetto di continue polemiche. Dovrebbe tenersi il 14 novembre e consiste in un rito totalmente shintoista grazie al quale fino al periodo post-bellico l’Imperatore diventava tennō, Sovrano Celeste. Oggi, con l’art. 20 della Costituzione che stabilisce che “lo Stato e i suoi organi si astengono dall’educazione religiosa o da qualsiasi altra attività religiosa”, la natura del rito resta ambigua. Lo stesso utilizzo di fondi pubblici per finanziare il Daijō-sai è bersaglio diretto dei critici, che ritengono si tratti di una violazione dell’art. 20. Per Akihito il governo stanziò poco meno di 20 milioni di euro, una cifra destinata a lievitare (non fosse altro per la sola inflazione) e che per bocca diretta del principe ereditario Fumihito (fratello di Naruhito e primo nella linea di successione basata sulla pura legge salica) dovrebbe essere la stessa Casa Imperiale a sostenere.

Secondo Fumihito, inoltre, il rito dovrebbe svolgersi nel modo più contenuto possibile secondo la nuova dimensione apolitica dell’Imperatore, addirittura riutilizzando i pezzi dell’edificio temporaneo in cui si svolge il rito e che di norma viene distrutto. Il “primo riso” da donare ad Amaterasu, peraltro, non sarebbe primo, poiché la sua coltivazione è iniziata durante le ultime settimane di era Heisei. E che dire della presenza femminile, con Satsuki Katayama, ministro del governo Abe che nella scorsa primavera fu la prima donna in era moderna ammessa ad assistere alla cerimonia. Alcune delle tante stranezze, in barba ai conservatori, di questa era Reiwa, che già nella scelta del nome ha costretto il ministro degli Esteri a una precisazione dopo una sollevazione popolare data dall’interpretazione del termine. Nelle intenzioni sta a significare “bellezza e armonia”, ma in molti hanno notato che dal punto di vista letterale “rei” può essere tradotto anche come “ordine” o “comando” e “wa” è uno dei tanti modi con cui definire il Giappone. “Ordine giapponese” sarà sembrato troppo guerrafondaio come significato, e così l’esercito del politicamente corretto ha sollecitato una smentita ufficiale.

Il nodo della successione

Ma le stranezze intorno al Trono del Crisantemo non sono finite. Prima che Akishino-no-miya (la definizione principesca di Fumihito) desse alla luce il piccolo Hisahito nel 2006, si era a lungo dibattuto circa la riforma della successione imperiale, vista la stragrande maggioranza di donne presenti nella più antica famiglia monarchica del mondo. Per otto volte nel corso della storia il Giappone ha avuto in carica Imperatrici donne, ma tutte in casi eccezionali. Come lo sarebbe stata la mancanza, temporanea, di un erede al trono maschio. La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica giapponese, però, vorrebbe che queste potessero accedere al trono per diritto di nascita. Abe, fortemente contrario, ha per ora messo da parte la proposta già avallata da uno dei suoi predecessori, Koizumi Junichirō. E le donne della Casa Imperiale sono costrette a scegliere tra una vita da single per mantenere il titolo di principesse senza trono, o sposare un uomo “comune” (la nobiltà è stata abolita) e perdere lo status, pur avendo diritto a una “buonuscita” milionaria. Vista la lenta decadenza dell’istituto dell’Imperatore, ridotto secondo molti a mera materia da tabloid, in due hanno già optato per questa seconda strada: la principessa Ayako, figlia del cugino di Akihito, e soprattutto la principessa Mako, la figlia del “riformista” Akishino.