In questa lunga e torrida estate italiana, più di qualche filosofo della domenica si è scomodato a citare-addirittura- Eugenio Montale per descrivere il declino dei nostri tempi, ahi signora mia, attraverso il racconto delle spiagge a Ferragosto.
La sensazione, così a naso, è che con il tempo sia nato un fastidio, un odio latente verso i subalterni che hanno l’ardire di voler godere della bella stagione, invadendo chiassosamente le spiagge. Attenzione, codesta non è un’apologia dei cafoni rumorosi radio in spalla, quelli di “bira e calippo” per intenderci, che avrebbero provocato sì un embolo al povero Montale, bensì degli innocenti della parmigiana nelle vaschette, sulla spiaggia, alla domenica.
A dare manforte ai filosofi di Facebook ci ha pensato una certa stampa “di costume” che di costume non ha nulla, con certe pagine di “cultura” che si sperticano in continui elogi della summer on a solitary beach, di quelli che godono di calette esclusive e silenziose fuori dal mondo, lontani dalle plebe e dai suoi unti e mefitici paninazzi. Il vero fastidio di taluni, borghesi vecchi e nuovi convinti di aver sangue e chiappe blu, è quello di non aver abbastanza spazio per le proprie natiche sulle spiagge invase da orde di working class armati di frittata di cipolle. Di poveri, ma belli.
Ma è l’estate, bellezza. L’estate è democratica, o almeno lo è più dell’inverno. Spinge fuori dalle tane letargiche, e questo provoca fastidio. D’estate basta una maglietta e un pantaloncino sdrucito per essere signori. D’estate si mangia poco, troppo caldo. Bastano acqua e ombra. E, per chi lo ha vicino, esiste il mare. Immensa vasca da bagno per chi chiede refrigerio. Questo comporta affollamento, braccia sudate che si incrociano, asciugamani che si sfiorano, piedi che ci passano sotto al naso, code di auto sulla litoranea. Cose che abbiamo sognato, in lacrime, quando piangevamo cantando come poveri idioti Ma il cielo è sempre più blu dai balconi, durante il primo lockdown. Lo abbiamo dimenticato.
Il mare e l’estate sono anche di quegli ombrelloni che restano piantati per una giornata intera, di bambini chiassosi che non vedranno mai una vacanza fino all’età adulta. Di cocomeri messi a rinfrescare sul bagnasciuga, di fenicotteri gonfiabili e di pallonate sulla fronte. E sì, anche delle “vrenzole” (chiedete ai napoletani) dal contorno labbra marcato di scuro e le sopracciglia tatuate che vivon tra casa e il supermercato, e che la spiaggia a due passi da casa la vivono come Saint Tropez.
L’estate è anche dei piedi callosi, delle smagliature, delle panze e delle tette che non stanno più su. A chi fanno male? Dov’è la volgarità dei panini con le cotolette che tutti abbiamo mangiato? A chi nuoce una partita di racchettoni, educata e scanzonata, sulla battigia?
Non è forse più osceno il lido esclusivo, quello che dice chi può e chi no? Quello che fa pagare il bicchiere d’acqua fresca che non si nega a nessuno? Quello del cous cous condito con l’aria che costa 20 euro a porzione? Non è forse più volgare una distesa di lettini e ombrelloni dove cafoni arricchiti si comportano da nuovi nobili, rubando spiaggia libera?
Il cinema neoverista aveva raccontato magnificamente questa “decadenza” estiva. Ai critici dell’estate plebea chiediamo se hanno mai visto La famiglia Passaguai diretta da quel genio di Aldo Fabrizi, che mise letteralmente in costume, nel lontano 1951, mostri sacri quali Ave Ninchi e Peppino De Filippo. Oppure Luciano Emmer che l’anno prima, in Una domenica d’agosto, aveva dipinto il lido di Ostia, in una qualsiasi domenica estiva nella quale persone di diverse estrazioni sociali si dirigono verso la spiaggia per sfuggire alla calura cittadina. O ancora, se non bastasse, nel 1965, L’ombrellone di un altro genio-Dino Risi-che offrì il ritratto di una riviera romagnola grassa e brulicante, in cui la plebe si mescola alla borghesia annoiata.
Non sta proprio succedendo nulla di nuovo, dunque, sulle spiagge nostrane. Se non una disperata, sempiterna, chiassosa e a tratti tenera voglia di vivere. Come disse Ennio Flaiano, Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla.
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