Ogni giorno che passa l’ombra proiettata dalla polmonite virale da coronavirus sulla Cina è sempre più grande. L’epidemia è partita da Wuhan, una megalopoli che conta oltre 10 milioni di abitanti, più dell’intera popolazione presente in Lombardia. Da qui il focolaio si è esteso nel resto del Paese, da Pechino a Shenzen, ma anche oltre i confini nazionali: Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Thailandia, Filippine, Taiwan.

Lo spauracchio è che la malattia misteriosa, rinominata 2019-n-Cov e trasmissibile da uomo a uomo, possa superare i monti Urali e fare capolino in Europa. In Unione Europea ci sono tre aeroporti, tra cui quello di Roma Fiumicino, che vantano collegamenti diretti con Wuhan, oltre a vari scali che devono comunque fare i conti con collegamenti indiretti.

È anche per questo motivo che il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) ha stilato una nota chiarissima in cui ha spiegato che sì, è stata confermata la trasmissione del coronavirus da uomo a uomo, ma che sono altresì “necessarie ulteriori informazioni per valutare la portata di questa modalità di trasmissione”.

Come se non bastasse, la fonte dell’infezione “non è nota e potrebbe essere ancora attiva” e dunque “la probabilità di infezione per i viaggiatori in visita a Wuhan” è considerata “moderata”.

A peggiorare lo scenario c’è l’imminente Capodanno cinese, la festa più importante del calendario locale prevista per il prossimo 26 gennaio, quando assisteremo a “un aumento del volume di viaggio da e verso la Cina e all’interno del Paese”. Sono previsti circa tre miliardi di spostamenti in poco più di un mese. Il picco si registra in questi giorni, dal 20 al 22 gennaio, a cui seguirà il contro esodo, con il 31 gennaio e il 1 febbraio prossimo come date critiche.

Al momento non ci sono vaccini per il virus cinese che ha contagiato centinaia e centinaia di persone e mietuto le prime vittime, né si conoscono le sue modalità di trasmissione. I National Institutes of Health americani, allarmatissimi, sono al lavoro per metterne a punto uno.

Le recenti bombe sanitarie cinesi

Non è la prima volta che la Cina deve far fronte a vere e proprie bombe sanitarie simili a quella del coronavirus.

Riavvolgendo il nastro, a cavallo tra il 2002 e il 2003, le autorità locali dovettero fare i conti con la Sars, una malattia che per certi versi ricorda il coronavirus odierno. All’epoca, secondo i dati ufficiali (probabile dunque che le cifre effettivi fossero più grandi), ci furono 8mila contagi e 775 morti; Pechino cercò di nascondere l’entità dell’epidemia, fino a quando i numeri emersero in tutta la loro gravità. Per lo meno, oggi, il Partito Comunista cinese ha invitato i funzionari a collaborare senza nascondere informazioni.

In ogni caso, proseguendo il nostro percorso, è impossibile non citare lo scandalo del sangue infetto. Nel febbraio 2019 un lotto di plasma prodotto dalla Shanghai Xinxing Pharmaceutical è risultato essere contaminato dal virus dell’Hiv. Risultato: oltre 12mila trattamenti al plasma sanguigno infetti finirono in commercio in tutto il Paese. Il governo sottolineò che non vi furono contagi, ma quanto accaduto resta una macchia indelebile sul sistema sanitario cinese.

Un po’ come la somministrazione dei 145 vaccini scaduti ad altrettanti bambini dello Jiangsu oppure lo scandalo dei vaccini antirabbia messi in circolazione con la data di scadenza contraffatta.

Ancor più recente è la piaga della peste suina africana, un’epidemia che non colpisce l’uomo ma che, sempre a causa di precarie condizioni igenico-sanitarie, negli ultimi mesi ha falcidiato metà dei maiali presenti negli allevamenti cinesi.

Igiene e sanità

Vale la pena fare una riflessione. La Cina è ormai da tutti considerata la prossima potenza planetaria. La sua economia, al netto di un rallentamento, continua a crescere, Pechino continua a investire nelle infrastrutture e gli affari procedono per il verso giusto.

Tuttavia può davvero un Paese che ambisce a essere un esempio per tutti gli altri, nel 2019, doversi mobilitare per debellare epidemie misteriose scaturite da situazioni igieniche a dir poco precarie? Probabilmente anziché puntare solo su ferrovie e ricchezza, le autorità dovrebbero prima educare i cittadini (non tutti ma una buona parte dei circa 1,4 miliardi di cinesi) a rispettare le più basilari norme igienico-sanitarie.

Non a caso pare che l’ultimo focolaio del coronavirus si sia sviluppato all’interno di un mercato di pesce e animali vivi situato a Whuan. Quel luogo è stato chiuso, ma il virus è libero di girare in tutta la Cina (e non solo).

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