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Il rumore del chiacchiericcio delle persone sedute ai tavoli dei caffè si fonde in un concerto unico dalle note complesse. Ogni tavolo parla di argomenti diversi, ogni persona ha la sua storia, ma il concerto finale è espressione dell’esistenza, di quel mistero che mette insieme tutti gli esseri umani con le loro differenze e la natura nel suo complesso, animali e piante comprese. Il caffè è da sempre uno dei luoghi prescelti da intellettuali, artisti e politici per discutere delle sorti del mondo e l’Egitto non fa eccezione. Chiacchierare fumando il narghilé, bevendo un thè, un caffè arabo o una bevanda alcolica è una tradizione antica. Non sempre però si può parlare liberamente di politica, in quanto un tempo il locale poteva essere controllato da spie e oggi da cimici.

Da un paio di anni la società egiziana impegnata in politica ha paura di parlare, non solamente se si tratta dei Fratelli Musulmani, ma anche gli attivisti del movimento di piazza Tahrir. In nome della sicurezza e dei nemici esterni, il generale Abdel Fattah Al Sisi ha messo sullo stesso piano i terroristi, i Fratelli Musulmani e i movimenti per i diritti civili. Eppure questi ultimi avevano sostenuto il suo colpo di stato contro i Fratelli Musulmani, presa di potere che lui stesso aveva giustificato proprio con le ragioni dei milioni di egiziani che erano scesi in piazza contro il governo di Mohammed Morsi, accusato di una strisciante islamizzazione delle leggi.
I movimenti di piazza Tahrir, portatori di istanze laiche e di maggiori diritti civili si sono fidati del generale. Ma Al Sisi li ha traditi dopo pochi mesi, iniziando a mettere in carcere chiunque criticasse il suo potere. Il generale si è appoggiato a quella parte della popolazione, maggioritaria, che vive nelle campagne e che cercava solo il ritorno alla stabilità economica dopo gli anni di crisi seguiti alla vittoria dei Fratelli Musulmani. Al Sisi ha riconosciuto spazio politico solamente ai suoi due alleati iniziali, la Chiesa Copta e i grandi concorrenti dei Fratelli Musulmani, i Salafiti.

Il culmine di questa politica si è raggiunto con il recente referendum costituzionale che ha garantito a Al Sisi di potersi ricandidare ancora a presidente e di controllare il già asservito sistema giudiziario egiziano.
Quello di Al Sisi nel lungo termine potrebbe però rivelarsi un grave errore. Essersi alienato degli alleati, come i movimenti di piazza Tahrir, che chiedevano una società più laica e democratica, ma che mettevano chiari paletti costituzionali contro l’islamismo, potrebbe rivelarsi un errore fatale appena la società smetterà di avere paura che lo stato egiziano possa collassare come accaduto a tanti vicini mediorientali e africani. Anche perché i movimenti di piazza Tahrir potevano essere suoi naturali alleati ed elettori se solo il generale avesse lasciato loro un po’ di spazio. Le esigenze di maggiore libertà della borghesia egiziana non sono sparite e appena la paura del nemico esterno sparirà, l’aver creato un regime molto peggiore di quello di Mubarak non renderà più forte il presidente egiziano. Anche gli ultimi fatti, in Sudan e Algeria, dimostrano che la società civile araba è più viva che mai e può ancora chiedere la testa di un presidente.

Anche i Egitto le acque non sono così calme come sembrano. Anzi proprio in questi giorni, in varie località, vi sono state manifestazioni contro la corruzione in cui si chiedevano le dimissioni del presidente Al SIsi. Le proteste sono nate da una campagna di Mohamed Ali, un ex militare egiziano che ora vive in Spagna in un esilio auto-imposto.  Ali ha creato una campana di denuncia su Facebook contro la gestione illecita di fondi pubblici da parte del governo e di alcuni stretti consiglieri di al Sisi.

In fondo i ragazzi egiziani chiedono solamente uno stato che non intervenga nelle loro vite con la pretesa di indirizzarle con una morale religiosa o politica. Chiedono un maggiore spazio individuale e politico e meno corruzione. Anche il lavoro rimane il grande tallone d’Achille del regime. Le chiacchiere al caffè risuonano nell’aria, ma meno del solito. Il fumo del narghilè sale piano piano verso il cielo.

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