È apparsa in televisione dichiarando di avere le prove che tutti stavano cercando da mesi. Li Meng Yan è una virologa cinese fuggita da Hong Kong, città nella quale poteva contare su un posto di lavoro nella prestigiosa Hong Kong School of Public Health, un laboratorio di riferimento per l’Organizzazione mondiale della sanità. La dottoressa ha dichiarato in un talk show britannico, in onda sul canale Itv, di conoscere la reale origine del nuovo coronavirus. Un’origine che niente avrebbe a che fare con madre natura ma che sarebbe da ricollegare al famigerato laboratorio di Wuhan.

È per questo che Miss Li, ad aprile, è fuggita in America. L’episodio che ha spinto la donna a cambiare aria, ha raccontato, è arrivato quando, a dicembre dello scorso anno, ha lanciato un timido allarme sulla trasmissione da uomo a uomo di un misterioso virus. Ben presto sarebbe stata messa a tacere dai suoi superiori. Possiamo fidarci della storia della dottoressa Li? Visto l’alone di mistero che circonda il Sars-CoV-2 e i tanti colpi di scena, è bene andarci cauti. Almeno per il momento.

Le sue affermazioni sono tuttavia chiarissime: il virus avrebbe una natura “sintetica” sarebbe nato in laboratorio, dal quale sarebbe poi fuoriuscito provocando una pandemia. Il wet market di Wuhan? Soltanto “una cortina di fumo creata dal governo cinese per nascondere la vera origine del Covid-19”, ha detto la virologa.

La versione di Miss Li

Nel giro di poche ore dall’intervista rilasciata al programma Loose Women, Miss Li ha creato un profilo su Twitter, considerato attendibile. Qui è apparso un approfondito paper contenente le proprie teorie sulle origini del virus. Il titolo della ricerca è piuttosto lungo e farraginoso ma è altamente emblematico: “Caratteristiche insolite del genoma della SARS-CoV-2 che suggeriscono una sofisticata modifica di laboratorio piuttosto che un’evoluzione naturale e delineazione della sua probabile via sintetica”.

In 26 pagine, piene di grafici, tabelle e schemi, miss Li ha provato a smentire la versione diffusa dall’Oms e dal governo cinese. Ma che cosa c’è scritto in questi fogli? Nell’introduzione troviamo il cuore della teoria della virologa, che ha stilato il paper assieme ad altri tre esperti. La teoria secondo cui il virus potrebbe provenire da un laboratorio di ricerca sarebbe stata “rigorosamente censurata” da riviste scientifiche peer-reviewd.

Anche perché, citiamo dal documento, “SARS-CoV-2 mostra caratteristiche biologiche che non sono coerenti con un virus zoonotico presente in natura”. Le prove sulle quali intende battere il ferro Miss Li sono genomiche, strutturali e mediche che, “se considerate nel loro insieme, contraddicono fortemente la teoria dell’origine naturale”. Per la dottoressa il nuovo coronavirus non sarebbe altro che un “prodotto di laboratorio” creato impiegando uno o più coronavirus presenti nei pipistrelli. Quali? ZC45 e/o ZXC21 “come modello e/o spina dorsale”.

Le tre prove

Nel paper si legge inoltre che Sars-CoV-2 avrebbe attraversato un percorso sintetico. La creazione in laboratorio di questo coronavirus sarebbe “conveniente” e potrebbe essere realizzata “in circa sei mesi”. A detta di Miss Li, le pubblicazioni scientifiche esistenti che hanno supportato (o supportano) l’origine naturale del virus si basano soltanto su una prova: il fatto che il Sars-CoV-2 assomigli moltissimo a un coronavirus di pipistrello chiamato RaTG13 (con il 96% delle sequenze condivise).

Nel paper viene posta una domanda: Sars-CoV-2 è stato sottoposto a una qualche manipolazione in vitro? Secondo gli autori la risposta sarebbe affermativa e ci sarebbero tre prove che lo confermerebbero. Primo: la sequenza di Sars-CoV-2 è “sospettosamente simile a quella di un coronavirus di pipistrello scoperto dai laboratori militari della Terza Università Medica Militare di Chongqing e dall’Istituto di ricerca per la medicina del comando di Nanchino”. Secondo: il legame del recettore (RBM) all’interno della proteina Spike di SARS-CoV-2, che determina la specificità dell’ospite del virus assomiglierebbe “in modo sospetto” a quella della SARS-CoV risalente all’epidemia del 2003. “Le prove genomiche – si legge – suggeriscono che l’RBM è stato manipolato geneticamente”.

Terza prova: SARS-CoV-2 conterrebbe un sito di scissione della furina nella sua proteina Spike, nota per migliorare l’infettività virale e il trofismo cellulare. “Tuttavia, questo sito di scissione è completamente assente in questa particolare classe di coronavirus presenti in natura”, hanno sottolineato i ricercatori. A questo punto si attendono risposte da parte della comunità scientifica.

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