L’epidemia da coronavirus scoppiata all’inizio del 2020 rappresenta una delle più gravi allerte sanitarie mondiali degli ultimi anni ed è stata paragonata a più riprese a quella della Sars del 2003 e a quella della Mers del 2012. In questi ultimi due casi ci si è trovati di fronte a infezioni da coronavirus, ovvero una famiglia di virus responsabile di diverse tipologie di infezioni respiratorie associabili sia ai comuni raffreddori stagionali che a patologie più gravi quali la polmonite. L’epidemia di cui si è avuta conoscenza tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 riguarda un ceppo di coronavirus ancora sconosciuto, chiamato Covid-19.

I primi allarmi provenienti dalla Cina

Nel mese di dicembre del 2019 le autorità sanitarie cinesi iniziano a comprendere di essere di fronte ad una situazione piuttosto anomala. In particolare, nella città di Wuhan si segnalano ricoveri di pazienti affetti da una polmonite atipica e molto contagiosa. Si ha il sospetto della comparsa di un nuovo tipo di virus ancora non conosciuto e catalogato dalla comunità scientifica. Le autorità locali si trovano davanti allo spettro di ripercorrere la drammatica storia già vissuta nel 2003 con l’epidemia di Sars, sviluppatasi in Cina e in grado di creare un allarme sanitario di livello mondiale nel giro di poche settimane. Anche per questo inizialmente non arrivano chiare indicazioni dal governo cinese, timoroso sia dei contraccolpi di immagine che di quelli economici.

Tuttavia, i report provenienti dagli ospedali della provincia di Hubei, di cui Wuhan è il capoluogo, continuano per tutto il corso dell’ultimo mese del 2019 a parlare di contagi derivanti da un virus non conosciuto. Le comunità scientifica cinese inizia a esaminare i vari casi, con l’obiettivo di capire meglio quella che è una situazione potenzialmente drammatica. Un medico di Wuhan, Li Wenliang, ha lanciato alcuni allarmi sui social circa la pericolosità del momento dovuta alla velocità dei contagi del virus ancora sconosciuto. Il primo caso di infezione ufficialmente è stato fatto risalire all’8 dicembre 2019, con il virus che ha colpito un primo gruppo di persone. Vengono puntate la attenzioni sul mercato ittico e di animali di Wuhan: da lì, secondo le prime ricostruzioni, non meglio precisate specie avrebbero trasmesso il virus dagli animali all’uomo, generando quindi l’epidemia. Il 31 dicembre 2019 si registra la prima comunicazione del governo cinese all’Organizzazione mondiale della sanità circa la possibile esistenza di un nuovo virus.

La conferma dell’esistenza di un nuovo virus

Dopo il report ufficiale inviato da Pechino all’Organizzazione mondiale della sanità, le autorità sanitarie del Paese asiatico iniziano a prendere i primi provvedimenti. In particolare, il 1 gennaio 2020 viene chiuso il mercato di Wuhan da cui sarebbe partito il contagio, mentre alcuni pazienti vengono posti in isolamento. Contestualmente, le autorità locali iniziano imporre la quarantena a chi è stato a contatto con i soggetti affetti dai sintomi generati dal virus.

La prima svolta sotto il profilo scientifico arriva il 7 gennaio: le autorità di Pechino confermano ufficialmente l’identificazione di un nuovo tipo di virus facente parte della famiglia dei coronavirus. Ciò permette l’inizio degli studi approfonditi sui vari casi e sulle patologie, circostanza essenziale per poter comprendere al meglio le dinamiche dell’epidemia e del virus stesso. Il 9 gennaio, alla luce delle notizie emerse dalla Cina e delle comunicazioni arrivate da Pechino, l’Oms ufficializza la comparsa di un nuovo virus. Quello stesso giorno, a Wuhan viene annotato tra le altre cose il primo decesso ufficiale causato dall’epidemia.

Le misure draconiane messe in campo dalla Cina

Dopo la seconda parte di gennaio, le dinamiche del contagio sono apparse molto più chiare e drammatiche. Il virus ha mostrato una capacità di diffusione molto elevata, il numero dei pazienti coinvolti è cresciuto in maniera molto rapida sia a Wuhan che nella provincia di Hubei e, soprattutto, primi casi sono stati segnalati in altre zone della Cina. In poche parole, il nemico invisibile da combattere si è rivelato molto più potente del previsto, tanto che da Pechino dopo le prime misure di inizio anno si è optato per drastiche prese di posizione volte a contenere quanto più possibile l’epidemia. A partire dalla cancellazione dei festeggiamenti del capodanno cinese, la ricorrenza più sentita da tutta la popolazione e per la quale milioni di persone viaggiano in tutto il Paese. Il 23 gennaio, viene poi decisa la totale quarantena per tutti gli 11 milioni di abitanti di Wuhan, pochi giorni dopo la stessa misura entra in vigore per l’intera provincia di Hubei, per un totale di 60 milioni di persone isolate dal resto della Cina e del mondo.

L’emergenza è poi andata a toccare molte altre province, comprese quelle della capitale Pechino, di Shanghai e di altre metropoli del Paese. A fine gennaio, di fatto l’intera nazione risulta ferma: chiuse molte industrie, anche quelle delle multinazionali straniere, bloccata la produzione in diverse catene, spediti a casa milioni di studenti per via dello stop alle lezioni sia a scuola che nelle università. In tutte le città più importanti, vengono imposte limitazioni e controlli agli ingressi, vengono sospesi i servizi di trasporto pubblico e imposti rigidi controlli negli aeroporti. La Cina decide di interrompere la vita quotidiana in attesa del previsto picco dei contagi e per far iniziare, subito dopo, la diminuzione dei casi accertati. Il 31 gennaio le persone colpite sono già quasi 10mila, tra queste si registrano 213 vittime. Il l 25 gennaio, il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, parla per la prima dell’emergenza, ammettendo una situazione di difficoltà e un pericolo molto grave per il Paese. Il 26 gennaio l’Oms alza l’allerta a livello mondiale da “media” ad “alta”, giudicandola “molto alta” per la Cina. Intanto, per far fronte all’alto numero di ricoveri a Wuhan, il governo di Pechino decide di costruire due ospedali nel giro di una settimana: in questo modo viene ampliata l’offerta di posti letto, divenuti oramai insufficienti a causa dell’estensione dell’epidemia, al fine di prevenire il collasso del sistema sanitario.

L’allarme coronavirus diventa internazionale: scatta la pandemia

A gennaio la situazione in Cina è molto critica, con diversi focolai attivi in tutto il Paese, oltre a quello molto ampio e problematico della provincia di Hubei. L’obiettivo del governo cinese è quello di evitare che altri focolai si possano propagare da Wuhan e si iniziano a porre in essere le contromisure per limitare il contagio nelle altre province. Tra fine gennaio e inizio febbraio il problema assume anche un rango internazionale. E questo non soltanto per i casi registrati all’estero tra cittadini che sono stati in Cina nelle settimane dell’esplosione dell’epidemia, ma anche perché secondo l’Oms il rischio di un contagio generalizzato in tutto il globo è diventato molto forte.

Per questo, numerosi Paesi iniziano ad adottare, a partire da fine gennaio, molte misure restrittive nei collegamenti con la Cina. La Russia chiude le frontiere, in Europa molti Paesi impongono controlli molto severi negli aeroporti per i passeggeri in arrivo dal Paese asiatico, e l’Italia decide uno stop totale dei voli da e per la Cina. Misure del genere vengono prese da altri governi in tutto il mondo, con l’obiettivo di isolare il più possibile i focolai di virus presenti nel territorio cinese.

A seguito delle evoluzioni dei vari dati riscontati a livello internazionale, l’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia. È la seconda volta che succede nel XXI secolo dopo la pandemia dovuta al virus H1N1. 

I primi contagi negli altri Paesi

Il 21 gennaio un cittadino atterrato negli Stati Uniti dalla Cina risulta positivo: questo episodio desta molto clamore mediatico, in quanto conferma come l’allarme sul coronavirus, a cui è stato dato il nome ufficiale di Covid-19, ha una rilevanza internazionale. In Europa i primi due casi si registrano in Francia il 24 gennaio e, anche in questo caso, si tratta di persone recentemente passate dalla Cina. Proprio in quello stesso giorno, un primo contagio viene annotato a Singapore, mentre il 27 gennaio tocca al Canada e alla Germania far fronte ai primi casi in territorio nazionale. In Italia viene  attestata la presenza del Covid-19 il 30 gennaio, a seguito degli esami che danno esito positivo in una coppia cinese in vacanza nel nostro Paese. I due vengono isolati e ricoverati presso l’ospedale Spallanzani di Roma.

Le prime preoccupazioni al di fuori della Cina si registrano in Thailandia, dove il 28 gennaio erano stati accertati già 14 casi. A causa di un sistema sanitario notevolmente più debole di quello di altri Paesi colpiti, si è guarda con estrema preoccupazione a Bangkok. Sempre a gennaio, il coronavirus fa la sua comparsa anche in Corea del Sud e in Giappone. Qui il 5 febbraio esplode il caso della nave da crociera Diamond Princess, ancorata a Yokohama dopo la scoperta di alcuni casi di contagio a bordo. Le autorità nipponiche impongono la quarantena a bordo di tutti i passeggeri, una scelta che ha destato non poche critiche in quanto all’interno della nave i casi di coronavirus hanno subìto un notevole incremento. A metà febbraio, il 54% dei casi di Covid-19 accertati nel mondo al di fuori dalla Cina si trovava proprio a bordo della Diamond Princess.

Un passeggero a bordo della Diamond Princess, ancora al porto di Yokohama (LaPresse)
Un passeggero a bordo della Diamond Princess, ancora al porto di Yokohama (LaPresse)

Il 14 febbraio è si registra il primo caso di contagio in Africa in un cittadino rientrato in Egitto dalla Cina. Le autorità de Il Cairo riescono però a isolare il paziente e a evitare ulteriori problemi in un continente, quello africano, tenuto d’occhio sia per la debolezza di molti sistemi sanitari che per i rapporti con la Cina. Il 15 febbraio (in Francia) si ha il primo decesso per coronavirus in Europa: si tratta di un turista cinese di 80 anni. Il 19 febbraio in Iran si rendono noti i primi due casi di contagio.

I primi danni economici derivanti dall’effetto coronavirus

La Cina si ferma quasi completamente a partire dalla fine del mese di gennaio. Dalle fabbriche agli uffici, dalle sedi decentrate delle multinazionali alle imprese che producono mezzi destinati all’occidente, gran parte del Paese rimane a braccia conserte per via delle drastiche misure volute dal governo per combattere il virus. Per l’economia questo significa effetti molto negativi non soltanto per la Cina, ma anche per l’intero contesto internazionale. Molte case automobilistiche, ad esempio, devono sospendere la produzione non soltanto perché gli stabilimenti stanziati nel Paese asiatico vengono chiusi, ma anche perché in Europa arrivano pezzi importanti prodotti solamente in Cina. Lo stesso discorso vale anche per altri importanti settori e ciò incide sulla caduta delle più importanti borse internazionali e sulla crescita dell’economia mondiale.

Occorre inoltre aggiungere che la chiusura di molte attività in Cina ha prodotto, tra le altre cose, un drastico calo dei consumi. Una circostanza, quest’ultima, che ha inciso soprattutto sulla domanda di petrolio, nettamente ridimensionata da gennaio in poi con il prezzo dell’oro nero adesso sempre più basso. Le conseguenze economiche in tutto il globo potrebbero farsi sentire per tutto il 2020, ma anche per un altro periodo importante di tempo se il virus dovesse continuare.

L’infezione in Corea del Sud e Giappone

A partire dalla seconda metà di febbraio, in Cina iniziano comunque a vedersi i primi effetti delle misure da Xi Jinping. Il picco, secondo diversi esperti, sarebbe già stato superato e i numeri dei nuovi contagi hanno iniziato ad avvertire una prima lieve contrazione.

Nella provincia di Hubei la situazione è stata sempre descritta come drammatica, ma a Wuhan le file negli ospedali sono iniziate a diminuire. Il 23 febbraio il governo di Pechino ha eliminato molte misure di precauzione in almeno sei province e ha permesso ai non residenti di Wuhan di lasciare la quarantena e tornare nelle città di origine. Inoltre, nel corso delle settimane il virus è apparso meno misterioso: il Covdi-19 è stato studiato in Cina come nel resto del mondo e sono state individuate le sue principali caratteristiche. A partire dalla sua elevata contagiosità, molto più alta della Sars del 2003, con la trasmissione del virus che è stata riscontrata anche da pazienti asintomatici. Sono stati poi scoperti dati circa il periodo di incubazione, che raggiungerebbe un massimo di 14 giorni e il tasso di mortalità che andrebbe dal 2% al 3%. La grande maggioranza dei pazienti è guarita e tanti hanno iniziato a essere dimessi dagli ospedali.

A partire da febbraio, il coronavirus ha cominciato a colpire al di fuori dei confini cinesi, come in Giappone, dove le autorità non hanno mai messo in piedi un reale sistema di emergenza forse anche per non compromettere l’immagine del Paese in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Ma qui a preoccupare sono i focolai riscontrati in alcune grandi città e soprattutto nell’isola di Hokkaido. Al 29 febbraio 2020, i casi registrati in Giappone sono 241 e, tra questi, si contano quattro vittime. A queste cifre occorre aggiungere quelle della Diamond Princess, la nave da crociera ancorata a Yokohama. La gestione di questa situazione ha provocato molte polemiche nei confronti del governo nipponico, visto che il focolaio sviluppatosi a bordo della nave ha provocato almeno 705 contagi e sei morti. Gli ultimi passeggeri del mezzo sono scesi soltanto il 29 febbraio, dopo quasi un mese trascorso a bordo.

Dopo la Cina però, la nazione che più ha iniziato a preoccupare è stata la Corea del Sud. Qui il primo caso è stato riscontrato su una donna ritornata dalla Cina il 20 gennaio: da allora, le autorità hanno iniziato a guardare con attenzione alle evoluzioni del virus. Ma la svolta è arrivata il 19 febbraio: in quelle 24 ore, le autorità sudcoreane hanno riscontrato almeno 20 casi in più, il giorno successivo addirittura 70. Un’impennata repentina che è stata subito attribuita al cosiddetto “Paziente 31”, una donna di 61 anni appartenente alla setta della Chiesa di Gesù Shincheonji. Sarebbe stata lei a contagiare molte persone nella città di Daegu, dove ha partecipato al raduno della setta e ha frequentato diverse messe e almeno un rito funebre. In queste circostanze, la donna si sarebbe trasformata in un super diffusore capace in poco tempo di far spargere il coronavirus a Daegu. I casi nel Paese, soprattutto nella città prima citata, sono cresciuti giorno dopo giorno e, al 29 febbraio 2020, in totale le persone coinvolte sono 3.150 e tra queste si contano 16 vittime.

Il Coronavirus in Iran

Come detto in precedenza, i primi casi di contagio segnalati dalle autorità di Teheran risalgono al 19 febbraio. Tuttavia qualcosa nei dati del governo di Teheran non ha mai quadrato del tutto. In particolare, è emersa un’importante sproporzione tra il numero di persone contagiate e quello dei deceduti. A fine febbraio il coronavirus in Iran avrebbe ucciso quasi il 20% dei soggetti infettati, una percentuale significativamente alta visto che a livello globale non si era mai superato il 3%. A confermare una situazione potenzialmente fuori controllo, è stata anche la denuncia del deputato conservatore Ahmad Amirabadi Farahani, secondo cui soltanto a Qom si contavano almeno 50 vittime. Il governo iraniano ha inizialmente minimizzato, parlando di situazione sotto controllo. Ma il vice ministro della salute, Iraj Harirchi, è risultato contagiato dal Covid-19. Un episodio che ha reso palese la potenziale drammaticità della situazione in Iran. Pochi giorni dopo il contagio dell’esponente politico, la tv iraniana ha iniziato a trasmettere immagini dei santuari di Qom, città da cui si sarebbe propagata l’epidemia, che venivano disinfettati mentre le stesse elezioni parlamentari del 21 febbraio sono state condizionate dai timori della crescita dei contagi.

A molti elettori è stata misurata la febbre, così come alle urne gran parte delle persone si è recata munita di mascherina. Nei giorni successivi si è scoperto che anche quattro deputati sono risultati positivi al coronavirus. Al 29 febbraio, i contagi in Iran erano quasi mille mentre i decessi 49, il numero più alto dopo la Cina.

La situazione in Iran preoccupa per due motivi: da un lato per la tenuta di un sistema sanitario nazionale fortemente provato dalle sanzioni occidentali in vigore da anni e inasprite dagli Usa sotto la presidenza di Donald Trump; dall’altro lato, perché una diffusione del virus nel Paese potrebbe essere deleteria per il resto della regione mediorientale. Libano, Oman, Iraq, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno infatti già registrato casi di contagio di persone provenienti dall’Iran.

I segnali positivi dalla Cina

Dopo un mese dall’inizio dell’emergenza a Wuhan, la Cina si è “risvegliata” in grande difficoltà e con gravi ripercussioni economiche derivanti dalla guerra contro il virus. Il 29 febbraio, i casi di contagio accertati ufficialmente erano più di 78mila e le vittime più di 2.500: bilanci pesanti per una nazione costretta a combattere una delle epidemie più importanti degli ultimi anni. Emblema della battaglia il medico Li Wenliang, il giovane che è stato tra i primi in un ospedale di Wuhan a parlare della presenza di un nuovo potenziale virus in città e che, il 6 febbraio scorso, è morto proprio a causa del Covid-19.

Li Wenliang fu tra i primi a lanciare l'allarme sul nuovo Coronavirus (LaPresse)
Li Wenliang fu tra i primi a lanciare l’allarme sul nuovo Coronavirus (LaPresse)

Nella provincia di Hubei le autorità di Pechino hanno inviato migliaia di medici e di personale dell’esercito, sono stati costruiti almeno dieci nuovi ospedali e sono state sospese tutte le attività lavorative e ricreative. Nella seconda metà di febbraio la curva dei nuovi contagi giornalieri ha iniziato a scendere, si sono contati sempre meno casi, soprattutto nelle province meno coinvolte dall’epidemia.

Il governo cinese non ha dichiarato finita l’emergenza, ma ha parlato di primi segnali positivi. Con sempre meno pazienti negli ospedali, sia per via della diminuzione del numero dei contagi che per le numerose dimissioni di persone risultate guarite, il sistema sanitario ha iniziato lentamente ad essere meno gravato soprattutto nelle grandi città fuori dalla zona rossa della provincia di Hubei. L’obiettivo delle autorità di Pechino, che hanno ammesso un’iniziale impreparazione nell’approccio all’emergenza e che a febbraio hanno rimosso i vertici del partito Comunista a Wuhan, è quello di far terminare entro la primavera la prima fase dell’emergenza e permettere all’economia cinese di ripartire gradatamente.

L’incubo coronavirus in Italia

Nella notte tra il 20 ed il 21 febbraio a Codogno, in provincia di Lodi, un uomo di 38 anni è stato ricoverato per problemi respiratori nel locale ospedale. Visti i sintomi riportati, sono stati avviati alcuni controlli volti ad accertare l’eventuale presenza di Covid-19 e i test sono stati positivi. Fino a quel momento in Italia c’erano tre casi accertati: la coppia di turisti cinesi e un ragazzo ricoverato a Roma, ma che ha contratto il coronavirus a Wuhan. Dal momento che l’uomo di 38 anni non era stato in Cina di recente, il suo è risultato essere il primo contagio avvenuto direttamente in Italia. Posto in terapia intensiva, l’uomo è diventato quindi il “Paziente 1”. Da quella notte è iniziato l’incubo coronavirus per il nostro Paese: nel giro di pochi giorni sono infatti stati accertati decine di casi e sono stati registrati anche i primi morti. L’infezione, forse già in circolo da diverse settimane, è dilagata in poco tempo: dalla Lombardia al Veneto, passando per l’Emilia Romagna ed il Piemonte. Il 24 febbraio è stata istituita una prima “zona rossa” in provincia di Lodi, mentre in tutto il nord Italia sono state chiuse le scuole.

Già al 29 febbraio l’Italia era il terzo Paese, dopo Cina e Corea del Sud, maggiormente interessato dal coronavirus. Una statistica ha rivelato che dal focolaio nelle regioni settentrionali italiane sono partiti i contagi anche grazie a viaggi all’estero condotti da persone residenti nei territori colpiti dal virus, per 17 Paesi nel resto del mondo. Il 4 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha emanato il primo Dpcm, con il quale sono state imposte prime limitazioni a livello nazionale per il contenimento di un contagio sempre più diffuso. Nella notte tra il 7 l’8 marzo, l’intero nord Italia è entrato nel panico: è stato infatti diffuso il testo di un nuovo Dpcm che prevedeva la dichiarazione dell’intera Lombardia quale zona rossa. Molti studenti e lavoratori originari di altre regioni, specialmente di quelle meridionali, hanno preso d’assalto treni e bus per uscire dalle zone interessate dalla chiusura. Una situazione che ha messo in evidenza i timori sempre più marcati suscitati dall’epidemia da coronavirus. Il 10 marzo invece, un nuovo Dpcm estendeva a tutta Italia le misure originariamente previste per la Lombardia: da quel momento, il Paese è entrato in una fase di cosiddetto “lockdown”, con norme molto simili a quelle previste in Cina. Tutte le attività non necessarie sono state chiuse, gli spostamenti al di fuori del proprio comune sono stati vietati, se non per casi eccezionali, gli italiani sono quindi stati confinati all’interno delle proprie case.

Il picco nella curva dei contagi si è raggiunto tra fine marzo ed inizio aprile. La Lombardia è apparsa la regione più colpita, tra Brescia e Bergamo il tasso di mortalità per Covid-19 è stato il più alto d’Europa. Nel nord del Paese ospedali e strutture sanitarie sono state messe sotto pressione, soprattutto per l’elevato numero di persone in terapia intensiva. Le misure previste a marzo sono state allentate soltanto il 4 maggio, mentre il 18 maggio sono stati riaperti bar e ristoranti seppur con limitazioni. Sempre a maggio la curva dei contagi ha iniziato ad essere molto più bassa, con la pressione sugli ospedali fortemente ridimensionata. Quanto accaduto però ha lasciato una scia molto ampia e ferite ben presenti nel Paese: i morti, visionando i dati aggiornati a luglio, sono stati più di 35.000 mentre i casi totali di contagio quasi 245.000.

La diffusione del virus in Europa

Il coronavirus in Europa  ha iniziato a manifestarsi “timidamente” prima di esplodere e mietere migliaia di vittime e contagiati. I primi casi, tre per la precisione,  sono stati riscontarti in Francia il 24 gennaio del 2020. Poi altri Paesi, Italia compresa, hanno iniziato a far la conta dei primi contagiati. Alla data del primo marzo l’exploit del virus  nella nostra Nazione e, a seguire, anche negli altri Paesi europei.

Come avvenuto per i contagi, anche il primo decesso in Europa è stato registrato in Francia. Qui, le misure adottate dal governo per contrastare l’epidemia, non sono state rigide quanto quelle adottate in Italia nonostante l’alta percentuale di morti registrati sin da subito. La linea seguita dal capo dello Stato francese Emmanuel Macron, è stata quella di non alimentare la psicosi sulla malattia.

Secondo i dati resi noti dal Ministero della Salute in Italia e pubblicati dall’Oms, il Paese più colpito in Europa alla data del 21 luglio 2020 è la Russia con 777.486 casi di contagio  e 12.427 morti. Qui, le autorità hanno imposto le misure restrittive dopo il 30 marzo sostenendo che tutto fosse sotto controllo. In effetti fino agli inizi di maggio i casi di contagio, in rapporto alla popolazione, erano inferiori rispetto altrove. La situazione è invece  degenerata in un secondo momento, a causa soprattutto del focolaio diffusosi a Mosca con il presidente Vladimir Putin che ha riconosciuto pubblicamente la gravità della situazione.

A seguire la Russia tra i Paesi più colpiti dalla pandemia è stato il Regno Unito con 294.792 casi, fra i quali 45.300  morti. Qui, la pericolosità del virus è stata in principio trascurata dal primo ministro Boris Johnson che ha saltato le prime riunioni convocate per far fronte alla pandemia per dedicarsi ad impegni personali. Il premier è stato anche il sostenitore della cosiddetta “immunità di gregge” cambiando  registro solamente in un secondo momento. Solo il 23 marzo il governo ha deciso di adottare misure più rigide limitando gli spostamenti sul territorio e chiudendo le attività economiche non essenziali. Pochi giorni dopo, Boris Johnson è stato colpito dal virus rischiando di morire.

Numerosi contagiati e morti anche in Spagna dove, secondo gli stessi dati resi noti dall’Oms sono stati contati fino al 21 luglio  260.255 casi con 28.420 morti. In Spagna le misure di contrasto al virus sono state adottate in ritardo rispetto alla diffusione dello stesso. L’allarme è stato decretato il 14 marzo dal capo del governo Pedro Sánchez ma, tra ritardi e qualche passo falso, il coronavirus ha avuto la possibilità di correre veloce.

Numeri molto più bassi quelli che riguardano la Germania con 203.809 casi e 9.180 morti.  Qui si è cercato di giocare d’anticipo. Prima ancora che l’Oms dichiarasse la pandemia l’11 marzo, gli esperti del RKI hanno affiancato le istituzioni consigliando le misure da adottare per evitare i casi di contagio. Le misure di contenimento sono state immediatamente adottate, sono state isolate le zone di contagio  e monitorati i casi di malattia anche al di fuori di quelle categorie considerate a rischio. È stata in questo caso la tempestività d’intervento, unita alle attività di monitoraggio, a contenere in Spagna più che in altre Nazioni il dilagare del virus.

Lockdown mai avvenuto in Svezia dove fino al 21 luglio si sono contati 78.166 contagiati e 5.646 deceduti. A differenza degli altri Paesi europei, qui è stata adottata semplicemente qualche misura di contenimento senza arrivare mai alle forme drastiche come ad esempio avvenuto in Italia. Il numero dei morti è stato così alto a fine maggio che l’epidemiologo Anders Tegnelli, stratega della gestione dell’epidemia nella Nazione, ha riconosciuto che si sarebbe potuto fare di meglio.

Il coronavirus negli Stati Uniti

Il primo caso di coronavirus negli Stati Uniti è stato registrato il 21 gennaio 2020: si trattava, nello specifico, di un uomo di 35 anni tornato da Wuhan, città epicentro del contagio in Cina. La vera emergenza però si è avuta alcune settimane dopo ed ha coinvolto, nello specifico, lo Stato di New York. Qui il primo caso è stato riscontrato il primo marzo 2020, mentre i primi focolai si sono diffusi nella prima decade di marzo. Sia a New York città che nelle varie contee dello Stato, la situazione è diventata ben presto preoccupante: al 25 marzo, i morti conteggiati sono stati infatti 199, il tasso di contagi risultavano invece cinque volte superiori alla media del resto degli Stati Uniti. New York è stata dunque primo epicentro dell’infezione da Covid-19 nel Paese: per questo il 20 marzo sono state prese, da parte del governatore Andrew Cuomo misure molto simili a quelle applicate quasi contemporaneamente in Italia. Chiusura delle scuole, chiusura delle attività non ritenute essenziali, chiusura di bar e ristoranti e divieto di uscire se non per motivi improrogabili sono state alcune delle risposte portate avanti dal governo newyorkese. La sanità locale è andata ben presto al collasso, molte strutture non sono riuscite nel momento del picco dell’epidemia a gestire le richieste di ricovero dovute al coronavirus.

Nel frattempo in tutti gli Stati Uniti è andato avanti il dibattito su come affrontare l’epidemia, con accese divisioni tra chi premeva per un lockdown federale e chi invece ha da subito rivolto le attenzioni sulla situazione economica devastata dalle chiusure. Un dibattito molto acceso e che ha coinvolto anche la Casa Bianca, con Donald Trump che in un primo momento ha etichettato il coronavirus come una normale influenza ed in un secondo momento ha sposato una linea di maggiore prudenza. Negli Stati Uniti la sanità è comunque una competenza dei singoli Stati, i cui governi hanno deciso in autonomia di prendere o meno misure draconiane.

New York ha superato il picco a metà aprile, il bilancio aggiornato a luglio per lo Stato è di più di 21.000 decessi accertati e più di mezzo milione di contagiati. L’emergenza poi, a partire da maggio, si è spostata negli Stati del sud: Florida, Louisiana, Texas e California hanno iniziato ad avere importanti problemi tra maggio e giugno, in alcuni casi secondo gli esperti il picco da queste parti non è stato ancora superato. A livello complessivo, a luglio gli Stati Uniti risultano il Paese più colpito al mondo dalla pandemia: 2.8 milioni i casi di contagio confermati, più di 130.000 e vittime accertate.

La pandemia mette in ginocchio il Brasile

In questa pandemia capace di correre velocemente fra le Nazioni in questo 2020, l’America è il continente più colpito con gli Stati Uniti in testa e il Brasile secondo per numero di contagi. Nel Paese sudamericano al 22 luglio 2020 si sono contati 2.159.654 casi di persone colpite dal virus. Qui il primo caso di Covid è stato registrato il 25 febbraio scorso: un uomo di 61 anni, originario di San Paolo era rientrato dalla Lombardia, dov’era stato  tra il 9 e il 21 febbraio, con sintomi lievi.

Il test ha poi confermato la sua positività al virus. Il 26 febbraio si contavano già altri 20 casi sospetti e, di questi, 12 rientravano da un viaggio in Italia. Il 17 marzo il primo decesso. Da qui la situazione è precipitata velocemente al punto che ad aprile si contavano 40.000 contagi e 2.588 decessi. Una situazione complicata da affrontare  per il governo brasiliano che, sin dall’inizio, ha manifestato diverse lacune nella gestione delle misure da adottare per limitare i casi di contagio. A rallentare le attività di contrasto alla pandemia hanno contribuito la poca importanza prestata al virus nelle sue prime fasi di diffusione da parte del governo e ben due dimissioni da parte di chi presiedeva il ministero della Salute.

In diverse occasioni il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, è apparso in eventi pubblici senza indossare la mascherina dando dimostrazione di sottovalutare il problema.  Risale al 16 aprile la data in cui sono iniziati i “balletti” sulla poltrona del ministero della Salute. Quel giorno infatti il presidente Bolsonaro ha destituito dalla carica il ministro Luiz Henrique Mandetta col quale aveva avuto diversi contrasti. Il ministro infatti voleva adottare delle misure ferree per contrastare il coronavirus a contrario di Jair Bolsonaro che riteneva si trattasse di una semplice influenza  che avrebbe colpito più che altro gli anziani. In questo contesto le preoccupazioni del presidente brasiliano erano dirette a tutelare gli effetti che il virus avrebbe causato all’economia.

Una linea quella di Bolsonaro non condivisa nemmeno dal nuovo ministro della Salute Nelson Teich che, sulla linea del suo predecessore, chiedeva misure di contrasto al virus molto rigide. Ed ecco che dopo 28 giorni dalla sua nomina ne sono seguite le dimissioni. Il Brasile è entrato in crisi su più fronti: non solo a livello sanitario ma anche politico ed economico.  Il 7 luglio lo stesso capo di Stato brasiliano si è sottoposto al tampone dopo aver accusato i malesseri tipici causati  dal Covid, con i risultati che hanno dato esito positivo. A contribuire alla diffusione del virus in Brasile anche le condizioni presenti nelle favelas delle principali città.

La studio del virus nel mondo

La scienza in questi mesi è risultata impegnata nello studio del virus e, soprattutto, nella rincorsa al vaccino. Dall’Australia alla stessa Cina, passando per gli Usa, Israele, l’Italia e altri Paesi dell’Europa, i ricercatori stanno provando a velocizzare la messa a disposizione di un vaccino. I più ottimisti parlano di un periodo che va dai tre ai sei mesi, mentre altri parlano di un arco temporale che va dai 12 ai 18 mesi.

Diversi studi hanno ideato alcune ipotesi sia sull’origine del virus che sul suo futuro sviluppo. Nel primo caso, è stato evidenziato come il Covid-19 sarebbe in circolazione dei casi registrati in Cina a dicembre dicembre. Uno studio italiano, in particolare, ha posto l’accento sull’esistenza del virus già tra settembre ed ottobre, con un’accelerazione improvvisa dei contagi avvenuta poi a dicembre. Difficile stabilire quale animale abbia trasmesso il virus all’uomo: il fatto che le autorità cinesi abbiano inizialmente puntato i fari sul mercato di Wuhan continua a far pensare a una presenza del coronavirus nei pipistrelli, nei serpenti oppure in altri animali selvatici venduti nella Cina più rurale.

Per quanto riguarda il futuro sviluppo del virus, sono state poste in essere due distinte strade: il debellamento totale del Covid-19 grazie alle misure di contenimento intraprese dai Paesi più colpiti, come accaduto nel 2003 con la Sars oppure, nel caso opposto, una convivenza della popolazione mondiale con il virus nei prossimi anni. Secondo quest’ultima opzione, il Covid-19 potrebbe presentarsi in futuro sotto forma di virus influenzale e continuare a contagiare migliaia di persone in tutto il mondo ma in maniera più debole, senza dunque mettere in difficoltà e in crisi i sistemi sanitari.

Alla redazione di questo articolo ha collaborato Sofia Dinolfo 

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