L’attentato di Nizza del 30 ottobre scorso non è un evento che rimane circoscritto nel luogo in cui è stato compiuto, ma ha un significato ben più ampio che coinvolge il fenomeno della radicalizzazione islamica nel mondo arabo. Questo perché a compiere quel gesto è stato un ragazzo tunisino di 22 anni sbarcato un mese prima a Lampedusa. La strage compiuta a distanza di poco tempo rispetto alla partenza dal suo paese d’origine non lascia dubbi sul fatto che Brahim Aoussaoui fosse già radicalizzato. Possibile che negli ultimi dieci anni ci sia stata una maggiore diffusione delle ideologie jihadiste?

La caduta dei regimi laici con la Primavera araba

Tunisia, Egitto, Libia. Cos’hanno in comune queste nazioni oltre a far parte dell’Africa settentrionale? Sono i Paesi  in cui gli effetti della Primavera Araba hanno  avuto delle forti ripercussioni sul sistema politico e culturale. Regimi totalitari ma laici, che dopo la rivoluzione hanno lasciato spazio a nuove forme di governo basate su principi conservatori. In Tunisia gli effetti di questo cambiamento si sono avvertiti dopo le dimissioni del presidente Zine el Abidine Ben Ali nel 2011, subentrato al fondatore della Tunisia moderna Habib Bourghiba nel 1987 con un colpo di Stato “medico”. Una Tunisia per l’appunto moderna perché basata sui principi della libertà religiosa, anche se l’Islam rimaneva la religione di Stato. E poi ancora altri elementi come il divieto della poligamia, la legalizzazione dell’aborto e la possibilità di sostituire il ripudio col divorzio.

Anche l’Egitto nel 2011 ha assistito alle dimissioni del presidente Muhammad Mubarak il quale, seppur sotto un regime totalitario, aveva governato un Paese che stava facendo passi in avanti verso una maggiore modernizzazione attraverso la tutela dei diritti delle donne, la libertà religiosa e  il diritto all’istruzione garantito a tutti. In Libia invece il rais Muammar Gheddafi, che negli anni ’90 ha lottato contro gruppi di integralisti in Cirenaica, è stato catturato e ucciso vicino Sirte. I governi lasciavano spazio ai Fratelli Musulmani emblema della cultura islamica radicale che si è imposta con il vuoto di potere dei precedenti regimi. Dal mondo politico a quello economico fino a quello religioso e sociale, i Fratelli Musulmani hanno dilagato nel mondo arabo. Tutto questo ha reso la società più islamizzata rispetto a prima?

La svolta conservatrice della Primavera Araba

Scoppiata per la conquista di una maggiore democrazia, la Primavera Araba di fatto ha ceduto il passo all’animo islamico radicale dei Fratelli Musulmani che hanno preso la guida dei Paesi arabi con ripercussioni di carattere conservatorio. A confermarlo su InsideOver è il sociologo Marino D’Amore, docente all’Università Niccolò Cusano: “Credo – dichiara D’Amore – che il paradosso nasca dal fatto che la Primavera Araba si è caratterizzata, nel 2010, come un movimento di insurrezione e rivoluzione, nato nel web anche attraverso i social network, che grazie ad esso ha diffuso il proprio messaggio di protesta e aggregato consenso, palesando, anche in questo senso, una ferma di volontà di chiudere con il passato e abbracciare un futuro di libertà”.

“Tuttavia – prosegue il sociologo – il vuoto istituzionale lasciato dalla caduta dei regimi totalitari ha negato di fatto l’insediamento, anzi l’accettazione, di forme di governo democratico-liberali di derivazione occidentale e permesso, di conseguenza, l’ingresso di movimenti conservatori di stampo religioso, in alcuni casi, radicalizzato”.

La differenza tra le grandi città e la provincia

Besma è una ragazza appassionata di politica e che da anni scrive anche per riviste italiane. Dalla sua Tunisi le piace dare uno sguardo approfondito verso l’altra parte del Mediterraneo. E, complice forse la sua giovane età, crede ancora nei valori della primavera araba: “C’è una massiccia campagna di propaganda – dichiara a InsideOver – che mira a falsificare i fatti affinché la Primavera araba appaia come se fosse una rivoluzione della Fratellanza contro i regimi politici arabi. Ma non è vero”. Sui social veste all’occidentale, in apparenza la sua vita non è diversa da quella delle coetanee in Europa: “Almeno a Tunisi è così – conferma lei – i partiti qui non stanno cercando di influenzare in chiave religiosa la vita dei cittadini”. In poche parole, l’avanzata dei movimenti più conservatori non ha scalfito a livello sociale la sua città. Ma Tunisi è una metropoli abituata alla sua dimensione cosmopolita. Il suo sindaco è sì del partito Ennadha, costola locale dei Fratelli Musulmani, ma è una donna che gira abitualmente senza velo.

Il discorso cambia nella Tunisia più profonda. È da qui che negli ultimi anni sono partiti numerosi foreign fighters. Quando ancora tra la Siria e l’Iraq si estendeva il califfato islamico, i combattenti tunisini erano tra i più numerosi all’interno dell’Isis. Condizioni economiche sempre più proibitive e un contesto culturale molto diverso da quello delle grandi città, hanno favorito negli ultimi dieci anni la diffusione delle ideologie integraliste. Aouissaoui Brahim, l’attentatore di Nizza, proveniva da una località della provincia di Sfax. Fino ai suoi 19 anni, come hanno dimostrato le indagini svolte dopo il suo gesto, beveva alcolici e fumava marijuana. Poi improvvisamente è arrivato un repentino cambiamento: il giovane è diventato un fervente praticante, cinque volte al giorno si recava nella moschea del suo quartiere. Un comportamento che ha anticipato una radicalizzazione in grado poi di portare all’attuazione di un attentato terroristico in Europa.

La metamorfosi di Brahim non è diversa, assicurano dal centro di ricerca ItsTime, da quella di altri suoi coetanei tunisini. Sempre più giovani si avvicinano al mondo islamista. Non tutti sposano la causa jihadista, ma il loro cambiamento negli stili di vita a volte rappresenta un segnale di profondo pericolo. Vale per la Tunisia, ma anche per l’Egitto, per la Libia e per quei Paesi destabilizzati dalle rivolte di dieci anni fa. Nei meandri delle società provate da anni di malcontento, povertà e stallo politico, stanno emergendo con forza segnali di crescita del proselitismo integralista.

Le conseguenze nel Mediterraneo

Tutto questo ovviamente non ha soltanto implicazioni per il mondo arabo. Se il seme jihadista dovesse attecchire sempre di più in Paesi un tempo retti da governi laici o moderati, le conseguenze potrebbero estendersi all’intera area del Mediterraneo. E non solo perché sempre più potenziali terroristi potrebbero bussare alle porte di casa nostra. Il vero problema riguarda soprattutto l’insofferenza e l’insoddisfazione sia di chi vive lungo la sponda nordafricana, sia di chi è in Europa da diverso tempo. C’è un problema legato alla povertà e al disorientamento dai valori di riferimento nei Paesi arabi, mentre ce n’è un altro, non meno importante, relativo alla questione identitaria tra gli emigranti residenti nel vecchio continente.

“In questo scenario – spiega ancora il sociologo Marino D’Amore – molti non si sentono accolti e integrati. Questo genera esclusione non solo nelle prime, ma anche nelle seconde e terze generazioni di immigrati”. Una situazione potenzialmente esplosiva: “Tutto ciò – conclude D’Amore – porta a ricercare la propria identità in quelle soluzioni conservatrici che richiamano la tradizione e il passato. Un passato che, in alcune interpretazioni distorte e drammaticamente strumentali, può sfociare nella radicalizzazione religiosa e quindi nel terrorismo con tutto il suo drammatico indotto di distruzione”.

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