Le proteste contro la nuova legge sulla cittadinanza, in India, continuano a diffondersi nel Paese ed a generare violenze e tumulti. Decine di migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni in tutto il Paese, nella giornata di giovedì, per protestare contro il provvedimento. Le proteste sono state vietate in parti della capitale Nuova Delhi e negli Stati dell’Uttar Pradesh e del Karnataka ma la situazione è esplosiva e potrebbe degenerare sempre di più. Due persone sono morte nella città di Mangalore quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui dimostranti che stavano cercando di dare fuoco ad una stazione di polizia mentre un uomo ha perso la vita a Lucknow, dove si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine e dove 112 dimostranti sono stati arrestati e più di una dozzina di ufficiali sono rimasti feriti.

Una legge controversa

Il disegno di legge, conosciuto come Citizenship Amendment Act (Caa), offre la cittadinanza agli immigrati illegali non musulmani provenienti da Pakistan, Bangladesh ed Afghanistan ed è ritenuto  controverso perché, proprio in questo periodo, il governo indiano diffonderà un registro nazionale per l’identificazione degli immigrati illegali, che perderanno i loro diritti a meno che non rientrino nelle categorie protette dal Caa. Il disegno di legge ha ricevuto l’approvazione della Camera Bassa e di quella Alta del Parlamento indiano ed è in attesa della firma presidenziale. Secondo alcuni critici, inoltre, il provvedimento minerebbe le basi della laicità dello Stato indiano favorendo determinate religioni nell’acquisizione della cittadinanza ma ci sono state anche proteste da parte di chi ritiene, invece, che la legge possa favorire l’acquisizione della cittadinanza da parte di molti migranti, nell’India nord-orientale e che ciò possa favorire l’alterazione degli equilibri demografici e linguistici in loco.

Una crisi pericolosa

Il governo del premier Narendra Modi ha giustificato la necessità di questo provvedimento definendolo una misura umanitaria destinata ad aiutare le comunità religiose perseguitate nei tre Paesi vicini e parlando di un obbligo morale dell’India nel difendere queste persone. Gli oppositori, però, hanno criticato la versione governativa affermando, tra l’altro, che la legge si applica solo ai migranti giunti dal 2014 in poi e non si estende ai gruppi di cittadini di quei Paesi perseguitati per motivi non religiosi. L’esecutivo di Nuova Delhi, guidato dal partito conservatore e nazionalista Bharatiya Janata Party (BJP), continua ad essere accusato, dai suoi avversari, di promuovere un agenda nazionalista ed induista che minaccia la laicità dello Stato e danneggia la consistente minoranza musulmana indiana.

Una radicalizzazione delle proteste indiane ha potenzialità catastrofiche per il Paese, che vede convivere al suo interno oltre un miliardo di persone appartenenti a religioni, gruppi etnici e categorie sociali profondamente diverse. C’è il rischio, infatti, che le forze di sicurezza possano perdere il controllo su parti del vastissimo territorio indiano e che in generale il perdurare delle tensioni danneggi l’economia della nazione e causi problemi al suo sistema produttivo che, invece, ha bisogno di pace e stabilità per prosperare. L’esecutivo dovrà probabilmente aprirsi al dialogo con i manifestanti per evitare questo tipo di conseguenze e sarà necessaria una cauta opera di mediazione tra le parti per far si che non ci siano gravi danni al potenziale economico indiano.

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