Mosul è il nome che gli antichi Arabi musulmani diedero a Ninive, capitale degli Assiri. E che questa città abbia una storia travagliata dalla notte dei tempi è facile capirlo dalla sua posizione geografica. Dopo la fine della Prima guerra mondiale nessuno, nelle burocrazie europee, si era preoccupato di definire il confine turco-iracheno generando quella che sarebbe diventata la “disputa di Mosul” tra Gran Bretagna e Turchia. La più grande difficoltà che la città ha dovuto affrontare negli anni è l’essenza stessa del mondo iracheno: la sua matrice tribale e lo scontro tra sunniti e sciiti. Lo aveva capito bene Saddam Hussein, anch’egli figlio di un clan, deus ex machina di un sistema di tribù satelliti dislocate nel Paese.

Tramontata l’era Saddam è stata la volta dell’Isis: le milizie dello Stato islamico hanno martoriato la città: sono ancora impresse nelle nostre menti le immagini della distruzione di tesori come le mura dell’antica Ninive o la moschea di al-Nuri, dove proprio Al Baghdadi si era autoproclamato Califfo. Poi, la riconquista e altra distruzione.

Il problema delle “dotazioni islamiche”

Mosul è una città ridotta in macerie. E mentre i suoi abitanti cercano di ricomporne i pezzi per ritornare ad una pseudo normalità, l’arcaica disputa tra sunniti e sciiti si riaccende, questa volta per stabilire possesso e possessori della città. Si tratta di proprietà che la comunità di Mosul gestisce da secoli e che utilizza per luoghi di culto, istruzione, assistenza sanitaria.

Le cosiddette dotazioni islamiche sono componenti chiave del campo religioso iracheno, a Mosul più che mai. In primo luogo, moschee, santuari e altri siti religiosi pubblici ma anche campi, terreni, proprietà. Il modo in cui sono governate e strutturate è essenziale nel plasmare e nel definire le posizioni e i ruoli relativi delle autorità religiose. Moschee e santuari sono i nodi chiave delle riunioni pubbliche, offrendo piattaforme per diffondere messaggi e affermarsi nel domino religioso. Spesso dispongono di strutture che possono essere utilizzate a fini commerciali o immobiliari e ricevono donazioni da pellegrini e filantropi, generando entrate stellari da reinvestire. Il terreno delle dotazioni islamiche ha visto una grande ristrutturazione dopo la caduta di Saddam nel 2003, che ha avuto un impatto sui ruoli e sulle posizioni delle autorità religiose: ha acutizzato le rivalità tra gli attori religiosi sunniti e ha favorito il consolidamento dell’autorità religiosa di Najaf nel campo sciita.

L’Ufficio iracheno delle dotazioni sunnite (Wafq) accusa da mesi gli sciiti di aver saccheggiato beni nell’area sunnita di Mosul rivendicando le proprietà di moschee, santuari, terre e mercati. Uno dei luoghi ad essere conteso è il mercato di Bala: qui i sunniti accusano gli affaristi sciiti per le loro mire sulla moschea e il santuario del profeta Yunus: come la maggior parte dei siti storici, la moschea di Yunus faceva parte di un pacchetto di siti dai quali ricavare entrate sotto forma di canoni; dopo la riconquista di Mosul, Baghdad avrebbe ceduto quest’area della città ai venditori che acquistano stand nell’antico mercato e che, a loro volta, affittano questi luoghi a nuovi venditori. Quest’operazione, più volte denunciata dai sunniti di Mosul, avverrebbe dietro intimidazioni armate e su quello che era un luogo simbolo dell’autonomia sunnita, oramai campeggia un cartello che ne sancisce la proprietà sciita.

Le contese sulle dotazioni erano iniziate nel 2003, quando il consiglio statunitense aveva abolito il ministero delle Dotazioni e degli Affari religiosi, arbitro fra le parti in campo. Quest’ultimo è stato poi sostituito da due agenzie (l’Oshe per gli sciiti e l’Ose per i sunniti) con il compito di gestire e stabilire cosa è di chi. Ma se vecchi contratti e attestazioni di proprietà decretano la gestione di questo o quel bene, sono gli spazi neutrali a trasformarsi in terreno di scontro. Battaglie che finiscono davanti ai tribunali locali e nazionali dove l’agenzia sciita sfrutta l’escamotage di rivendicare l’appartenenza di alcuni beni ad ordini Sufi: battaglie molto spesso vinte, in particolar modo a Mosul, dove i gruppi sciiti pretendono una gestione al 50%. Ed è in base a questo principio che hanno rilevato alcune moschee, l’antico cimitero di Abdelaal e alcune scuole storiche nella città vecchia. Altro stratagemma sciita è quello di appellarsi alla denominazione dei luoghi: secondo l’Oshe, quei siti, la cui denominazione è legata al culto della famiglia di Alì, cugino e genero di Maometto (l’unico vero successore del Profeta per gli sciiti), sarebbero di loro competenza: una motivazione pretestuosa poiché la toponomastica di un luogo non ne conferma o smentisce la proprietà.

Le ragioni finanziarie dietro lo scontro sunniti-sciiti

Come è facilmente intuibile, la contesa di Mosul non è una mera questione religiosa. La maggior parte delle moschee storiche si trovano in aree commerciali e ad esse sono collegate centri commerciali, locali e garage che fruttano denaro all’istituzione o ai gruppi che le gestiscono. Così, mentre il sunnismo vive una crisi di identità ed autorità, il mondo sciita ha spinto sull’acceleratore. I funzionari Oshe si trovano a gestire milioni di pellegrini e a dover rinfocolare la memoria collettiva sciita. La legge del 2005, ribattezzata legge ‘atabat (dal nome del complesso dei siti santi agli sciiti) ha rinforzato il potere giurisdizionale sciita sui luoghi sacri attraverso la nomina di segretari generali distrettuali le cui nomine sono sottoposte all’approvazione del marji’yya, la massima autorità nel mondo sciita.

Queste figure sono riuscite  a mantenersi autonome dallo stato iracheno, poiché foraggiate da grandi magnati nazionali e internazionali e dalla stessa comunità sciita, trasformandosi in vere autorità extra costituzionali. Nel giro di pochi anni le amministrazioni sciite sono emerse come entità potenti, procedendo verso grandi operazioni che si estendevano dell’ampliamento dei cortili dei santuari alla realizzazione di nuove strutture per i pellegrini, alla costruzione di nuovi ospedali, scuole e università. In tal modo, hanno parzialmente imitato il modello del Santuario dell’Imam Reza a Mashhad in Iran, gestito da una fondazione il cui attuale presidente è Ebrahim Raisi, nominato dal leader supremo Ali Khamenei e principale rivale di Hassan Rohuani nel 2017. Le amministrazioni ‘atabat hanno beneficiato dello stato di esenzione fiscale e di altre agevolazioni che hanno permesso loro di intraprendere diversi progetti operanti nei settori alimentari, agricolo e nelle costruzioni.

Mosul rappresenta oggi le mille contraddizioni di quest’Iraq in evoluzione: l’impronta etno-confessionale sulla quale si è voluto premere in nome del pluralismo religioso, tribale e culturale ha fagocitato ogni tentativo di mediazione cozzando contro sacrosanti diritti di proprietà, tradizione e storia. E adesso che la guerre delle armi è finita (forse) ne sta per iniziare un’altra: quella della ricostruzione.

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