“Società Tedesca per la Morte Umana”. Non si può certo dire che in Germania non abbiano il senso, un po’ sinistro, per il linguaggio procedurale. Così infatti si chiama la principale fra le associazioni d’Oltralpe che si occupano di eutanasia (dal greco, letteralmente “buona morte”) a cui hanno dovuto iscriversi le gemelle Alice e Ellen Kessler per darsi la “morte autodeterminata”, il 17 novembre scorso a 89 anni, con un giro di valvola che ha iniettato loro in vena un barbiturico a effetto rapido, il tiopentale. La parola eutanasia, alle latitudini germaniche, non è granché in uso: era l’eufemismo usato dai nazisti per l’Aktion T-4, il programma ufficialmente segreto per l’eliminazione di massa di persone disabili (compresi i bambini).
Ai giorni nostri, sulla base di legislazioni già in vigore, come in Olanda o Svizzera, o in corso di approvazione, come in Francia o Gran Bretagna, di eutanasia si parla da anni, distinguendola in attiva (quando interviene un’altra persona, in genere il medico, a somministrare il siero letale) e passiva (quando l’intervento, che può essere anche qua esterno, avviene per interrompere un supporto vitale, come spegnere una macchina respiratoria – anche se, come vedremo, definire ciò come eutanasia è improprio). Altra cosa, tecnicamente, è il suicidio assistito, in cui è il richiedente a compiere il gesto finale, preceduto da una serie di passaggi che, per impedimento fisico, non sia in grado di mettere in pratica autonomamente. In quest’ultima eventualità, l’accento va alle condizioni non autonome, unite però all’autonomia di scelta nell’ultimo atto. Il presupposto, in tutti questi casi, è la libera volontà dell’individuo di terminare la propria esistenza. Diversamente, si tratterebbe di omicidio.
Come funziona in Germania
Ma la Germania riveste un interesse particolare per una ragione che la separa di netto dai termini del dibattito italiano. Come ha spiegato al Corriere della Sera Ursula Bonnekoh, componente del direttivo dell’associazione tedesca, per accedere alla procedura l’essere malati, terminali o meno, non è un requisito: “Non si può attribuire un valore ai motivi, non possono essere giudicati. L’unica condizione indispensabile – sottolinea – è che la decisione di morire e di porre fine alla propria vita sia presa in modo libero e responsabile” (“Iscritte da anni, avevano svolto i colloqui psicologici separatamente”, 19 novembre 2025).
In sostanza un tedesco, anziché buttarsi dalla finestra, può farsi aiutare a morire in modo indolore quando vuole, anche se in tutto e per tutto sano, purché soddisfi i tre paletti minimi con cui la Corte Costituzionale nel 2020 ha depenalizzato ciò che prima era reato: ovvero essere maggiorenni, risultare capaci di intendere e di volere, e decidere spontaneamente e senza costrizioni. L’iter in uso dalla Società Tedesca per la Morte Umana è semplice: prima ci si sottopone alla verifica dei termini legali da parte di un avvocato, in seconda battuta ci si confronta con un medico che approfondisce lo stato psicologico e di salute. Le due figure poi accompagnano continuativamente l’iscritto per accertarsi che non abbia più dubbi fino al giorno prescelto dall’interessato per l’iniezione.
Da noi una prassi simile, macabra e commovente insieme, sarebbe derubricata sotto la fattispecie dell’omicidio del consenziente (articolo 579 del Codice penale). L’Associazione Luca Coscioni aveva proposto un referendum per abrogarlo, ma la nostra Corte Costituzionale nel 2022 l’ha respinto come inammissibile, perché non basta un valido consenso per bypassare la difesa della vita minima tutelata dalla Carta. Nella Repubblica Federale Tedesca, invece, il diritto all’autodeterminazione della propria morte rientra nella categoria superiore del “diritto generale della personalità”.
La cultura giuridica tedesca
Nello specifico, i supremi giudici hanno argomentato sostenendo la tesi che “qualunque sia il significato che l’individuo vede nella propria vita” e quali che siano i motivi per cui “una persona si possa rappresentare di concludere la propria vita”, si è comunque di fronte a “considerazioni che soggiacciono alle rappresentazioni e alle convinzioni personalissime”. Nella cultura giuridica tedesca, figlia della sensibilità individualistica protestante (e memore dell’eugenetica hitleriana), emerge con chiara evidenza la distanza, quasi la paura di legittimare l’intromissione dello Stato nella sfera intima del singolo. Di qui l’assenza di una legge che regoli la materia.
E su questo punto si ha una curiosa coincidenza con il nostro Paese, che invece non ci ha mai messo mano, in buona parte, per la tradizione cattolica e il peso della Chiesa romana. Proprio commentando il caso delle Kessler, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinal Matteo Zuppi, ha ribadito la contrarietà a un “diritto a morire”, augurandosi solo che si superi la situazione sbloccata dalla sentenza 242/2019 della Corte, che ha dato la stura a leggi promosse in ordine sparso dalle Regioni (e impugnate dal governo, come per la Toscana) sull’onda di richieste di cittadini con malattie incurabili. Con quella pronuncia che verteva sul caso del tetraplegico Fabiano Antoniani, più noto come dj Fabo, la Consulta ha di fatto reso possibile il suicidio assistito, stabilendo quattro criteri: patologia irreversibile, dipendenza da macchine di sostegno vitale, sofferenze ritenute intollerabili, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli da parte del paziente. E con una sentenza più recente, la 135 del 2024, gli ermellini hanno chiarito che non spetta a loro, ma al legislatore, cioè al Parlamento, decidersi una buona volta di decidere.
L’ambito in discussione investe delicatissimi nodi etici su cui ognuno può, naturalmente, avere un’opinione anche radicalmente ostile o favorevole, rispetto all’idea che la vita sia un bene disponibile o indisponibile all’individuo, e in quale misura lo sia. La premessa obbligata, tuttavia, è non fare confusione fra le casistiche e i relativi concetti. Se stiamo al perimetro della controversia dalle nostre parti, come si è visto abissalmente differente dalle lande germaniche, c’è un aspetto che va chiarito: il ruolo di macchinari che prolungano artificialmente la sopravvivenza.
Chi vive solo e in quanto le sue funzioni vitali sono assicurate da un congegno tecnologico, subisce un’azione di tipo medico già di suo intrusiva, per l’esclusivo fatto di dipendere da tubi e sondini. Se il malato chiede di staccare la spina, non fa altro che voler vedersi restituire una morte naturale. Questa sì un diritto senza eccezioni. Ecco perché non è lecito chiamarla eutanasia, ancorché passiva. E fra l’altro, il rifiuto di una terapia che il soggetto consideri umiliante, penalizzante, o che semplicemente non gli garbi poiché si accanisce sul suo corpo e la sua psiche, è un suo pieno diritto, previsto dall’articolo 32 della Costituzione (oltre che, a fare i precisini, dal comma 5 della legge del 2017 sul consenso informato). Questa pura constatazione dovrebbe unire laici e cattolici. Ma così non è. Forse perché, prima di tutto, siamo italiani: ci piace dividerci su tutto. Morte compresa.

