I primi passi del governo presieduto da Hassan Diab vedranno “misure dolorose” al fine di attuare un piano di salvataggio del Libano. Riforme giudiziarie e legislative, lotta alla corruzione, misure correttive delle finanze pubbliche che permettano il passaggio da un’economia di rendita a un’economia produttiva e la fondazione di un welfare efficiente. Tra le misure previste figurano anche la riduzione degli interessi su prestiti e depositi per stimolare la crescita. Investimenti sono contemplati anche nelle infrastrutture. Una politica estera  indipendente e volta ad allontanare il Libano dai conflitti regionali.

Mesi di proteste e il nuovo governo

Da subito, le proteste di questi mesi avevano raccontato un Libano nuovo, differente. A scendere per le strade libanesi sono stati e sono cittadini di ogni estrazione sociale, mestiere, ruolo e background: bersaglio delle manifestazioni non un nemico esterno, come nella rivoluzione dei cedri, bensì la leadership libanese, tutta: un’energia tutta nuova in grado perfino di far superare alle proteste la tradizionale faglia settaria sunniti/sciiti. Frutto di questa ribellione permanente il governo Diab, vicino agli Hezbollah filo-iraniani e incaricato di traghettare il Paese attraverso la più grave crisi economica e politica vissuta dopo la fine della guerra civile trent’anni fa. Il 60enne premier, che ama definirsi un “tecnico”, ha messo su un esecutivo ristretto, con esponenti nominalmente nuovi, di cui sei le donne tra cui, per la prima volta, la nuova ministra della Difesa Zeina Acar. La scelta di Diab però non è servita a placare gli animi dei movimenti: docente universitario ed ex ministro dell’istruzione, ricordato per aver innalzato le tasse universitarie del 300%, ha ora la missione pressoché impossibile di riguadagnare la fiducia della piazza in rivolta. Le strade, ancora in fermento, non perdonano molti ministri di Diab, volti nuovi esplicitamente fedeli politicamente all’élite che sono in gran parte responsabili dei guai attuali del paese.

Le misure economiche

Il Libano ha approvato il bilancio per il 2020 pochi giorni dopo che il nuovo governo aveva prestato giuramento. Dato che il bilancio era stato redatto da Hariri, Diab e i suoi ministri non avevano voce in capitolo su quello che avrebbe potuto essere uno strumento chiave di riforma economica strutturale. Una via fondamentale sarà sbloccare gli aiuti finanziari promessi dalla comunità internazionale, in particolare dalla Francia, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. I fondi stranieri dovrebbero far risollevare l’economia e, soprattutto, il sistema bancario, in forte difficoltà per via di una improvvisa crisi di liquidità del dollaro statunitense con la svalutazione della lira locale iniziata questa estate. Le banche, da quasi tre mesi, hanno imposto il controllo dei capitali, a danno dei piccoli e medi risparmiatori, in un quadro sempre più difficile di aumento della disoccupazione e impennata dei prezzi dei beni al consumo. Sono questi aspetti che non placano la rabbia delle piazze di Beirut teatro di ripetuti e violenti scontri tra manifestanti e polizia col ferimento di centinai di dimostranti e decine di agenti. I cittadini libanesi hanno perso la pazienza con una leadership che ha rifiutato di soddisfare le loro richieste di attuare una politica economica che non danneggi la gente comune, garantire l’indipendenza della magistratura per affrontare i casi di corruzione e intraprendere azioni serie per mitigare l’impatto dell’ inflazione, l’aumento dei prezzi e le restrizioni sui prelievi di dollari USA. I

partiti al potere cercano di correre ai ripari: fanno appello alla comunità internazionale per l’aiuto economico tanto necessario, che credono possa aiutare il Paese a tornare alla normalità. Si sono già incontrati con il Fondo monetario internazionale, che in precedenza aveva raccomandato un aumento delle misure regressive (come l’imposta sul valore aggiunto) e il sostegno al settore privato, nonostante molte società siano sotto il controllo delle élite. Dall’aprile 2018, il governo libanese si è affrettato ad attuare riforme che faciliterebbero circa 11,1 miliardi di dollari di prestiti della comunità internazionale per progetti di infrastrutture e sviluppo. Beirut ora è alla ricerca di una cifra che oscilli tra i 4 miliardi e i 5 miliardi di dollari di supporto esterno immediato per importare beni di base come medicine, grano e carburante. Ma quali saranno i costi socioeconomici di questi aiuti ancora non è dato sapere ed il rischio è che le piazze tornino ad incendiarsi.

La sfiducia nella politica

Karim Emile Bitar, direttore dell’Istituto di Scienze politiche dell’Università Saint Joseph di Beirut, nonché una delle voci più autorevoli del paese, sostiene che quella del Libano è innanzitutto una crisi di fiducia. Il circolo vizioso è semplice: i libanesi hanno perso la fiducia nell’intera classe politica, i mercati internazionali hanno perso la fiducia nel Libano e anche i libanesi hanno perso la fiducia nel proprio sistema bancario. Anche il nuovo gabinetto di Diab sembra, infatti, non ricevere l’investitura popolare: la maggior parte dei membri è politicamente allineata e alcuni di loro non hanno alcuna esperienza nelle aree in cui sono stati selezionati. Nel frattempo, alcuni ministeri sono stati accorpati in maniera confusa creando degli strambi dicasteri: ad esempio, il ministero degli affari sociali, responsabile della supervisione di vari programmi di welfare, è stato unito al turismo. I ministeri della cultura e dell’agricoltura sono stati riuniti in un unico ministero. Il nuovo governo si trova anche ad affrontare impegnative sfide dall’esterno. La morte del generale iraniano Qassem Soleimani ha accresciuto anche qui gli scontri fra le componenti pro e contro Iran: ora il paese ha un nuovo gabinetto spostato verso Hezbollah mentre la coalizione politica più allineata a ovest guidata dal partito di Hariri è in disparte come opposizione.

I giovani, l’anima delle proteste

Sono stati i più giovani a galvanizzare le proteste dalle piazze libanesi. Studenti e giovani professionisti che si erano mobilitati in massa per chiedere migliori opportunità nel loro paese d’origine hanno iniziato a compilare i moduli di immigrazione e fare domanda per le università all’estero. Senza una chiara strada per uscire dalla peggiore crisi economica del Libano degli ultimi decenni, la volontà di rimanere si è spenta. Information International, un ente di ricerca indipendente con sede in Libano, stima che il numero di libanesi che hanno lasciato il paese e non sono tornati nel 2019 è aumentato del 42% rispetto all’anno precedente: le destinazioni più ambite sono Canada e Australia, nazioni che chiedono giovani e lavoratori qualificati. Ed i giovani libanesi lo sono: sono giovani architetti, ingegneri, esperti ICT, giovani avvocati. Altri invece restano, convertendo le loro lauree in altre capacità, trasformandosi in cuochi di strada, camerieri, albergatori per ricominciare dal gradino più basso nonostante la preparazione senza abbandonare le piazze.

Sarà soprattutto a loro che il governo Diab dovrà dare risposte nei prossimi mesi.