“Sono contenta di essere una sminatrice. In quanto donna sono orgogliosa della responsabilità che mi è stata affidata”. Sara Abuzeid è una delle tante giovani che insieme alla Ong britannica Mines Advisory Group (Mag) si occupa da diversi anni dallo sminamento dei territori libanesi al confine con Israele.

L’area, in parte compresa all’interno della Blue Line sotto il controllo delle truppe Onu, rappresenta una zona importante per l’agricoltura del Paese mediorientale, ma è scarsamente abitata e poco sfruttata a causa della presenza di mine antiuomo rimaste sul terreno a seguito delle diverse guerre che hanno coinvolto Libano e Israele.

Secondo i dati, circa 400mila ordigni antiuomo sono stati piazzati nell’area di confine durante l’occupazione israeliana degli anni Ottanta e a seguito delle invasioni del 1978 e 1982. La situazione sul terreno è ulteriormente peggiorata nel 2006, quando si è assistito ad un nuovo conflitto tra Israele e le milizie filo-iraniane di Hezbollah. Nei 34 giorni di scontri, almeno 4 milioni di ordigni a grappolo sono stati sganciati sui villaggi e le città libanesi: il 40 per cento delle bombe però non è esploso a contatto con il terreno, continuando a rappresentare un pericolo per la sicurezza dei cittadini del Paese dei cedri. Come ricordato dall’Unicef, dal 2006 ad oggi 70 persone sono morte a causa dell’esplosione di una mina e 470 sono rimaste ferite. I numeri sono scesi nel corso degli anni grazie alle operazioni di sminamento, ma morire o subire un’amputazione a causa di un ordigno inesploso è ancora possibile al confine tra Libano e Israele.

La bonifica dell’area in questione però è importante anche dal punto di vista economico. Secondo un report del 2006 redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il 25 per cento delle zone coltivabili del Libano sono state contaminate a seguito delle guerre che hanno sconvolto il Paese e ad oggi la percentuale di terreni non ancora tornati ai contadini resta alta. Lo sminamento di queste aree avrebbe quindi un impatto positivo sull’economia del Libano e garantirebbe anche l’accesso a zone scarsamente abitate in cui sarebbe anche possibile tornare a costruire.

Il valore dell’area di confine è inoltre aumentato a seguito dell’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto, soprattutto se si considera che la distruzione dell’infrastruttura più importante del Paese avrà delle ripercussioni sulla vita della popolazione libanese non solo nel breve, ma anche nel lungo periodo.

Il lavoro svolto dalle sminatrici però dipende molto dallo stato dei rapporti tra Israele e Libano. Gli scontri che si sono registrati in primavera e in estate tra le forze israeliane e quelle di Hezbollah hanno reso ancora più complicate le operazioni di sminamento, riducendo l’efficacia del lavoro svolto dalle donne del Mag. Per loro, liberare l’area dagli ordigni inesplosi ha anche un’altra valenza: un simile lavoro, come spiegato dalla stessa Sara Abuzeid al quotidiano britannico The Telegraph, permette anche di riscrivere i ruoli all’interno della società libanese, aiutando le donne nel loro processo di emancipazione. Liberare i terreni e i villaggi delle mine era considerata un’occupazione unicamente maschile, ma le donne che collaborano con il MAG hanno dimostrato agli altri e a sé stesse che anche loro sono perfettamente in grado di portare avanti operazioni così delicate.

Per alcune di loro, si tratta anche di un modo per garantirne la sicurezza dei propri figli e in generale dei più piccoli. Nel 54 per cento dei casi, ricorda la Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo, sono proprio i bambini le vittime degli ordigni inesplosi rimasti sul terreno a seguito di un conflitto bellico.

Con le loro tute in PPE nonostante le alte temperature e i metal detector, queste donne stanno lavorando affinché il Libano possa avere un futuro migliore, libero dal pericolo delle mine antiuomo e in cui sia possibile tornare a vivere senza paura nelle zone di confine con Israele.