Attorno alla nascita della pandemia di coronavirus sono state avanzate molteplici ipotesi, a partire da quella che vedeva il primo contagio essere avvenuto nel mercato di Wuhan, passando per quella della trasmissione tramite il contatto diretto con un pipistrello malato sino a quella della fuga da un laboratorio di ricerca. Ma se in un primo momento la versione del virus “scappato” agli scienziati e ai ricercatori cinesi era stata scartata come semplice visione complottista, con le ultime ricerche questa possibilità sembra essere stata rivalutata dagli esperti, al punto da ritenerla plausibile nell’85% dei casi.

La Cina respinge le accuse

Nonostante diverse ricerche pubblicate negli ultimi mesi abbiano verificato una tutt’altro che remota possibilità che il Covid-19 sia scappato al controllo degli scienziati cinesi, Pechino ha sempre respinto ogni accusa, prediligendo la strada del contatto avvenuto tramite contagio animale. E sebbene rispetto a un primo momento tale supposizione si fondi principalmente sulla possibilità che sia “fuggito” in seguito ad attività di ricerca biologica-sanitaria e non nel tentativo di creare un’arma batteriologica, poco cambia nelle volontà della Cina di vagliare questa strada.

Che si tratti della necessità di tenere segrete le proprie ricerche sulle armi non convenzionali oppure, più verosimilmente, di ammettere un’errore verificatosi in seguito ad uno studio volto a prevenire una nuova pandemia, non cambia il nocciolo della questione. Alle continue richieste di chiarimenti, inoltre, l’unica risposta fino a questo momento fornita è stata quella di concentrare l’attenzione delle ricerche verso altri scenari, che sino a questo momento hanno però sempre condotto ad un vicolo cieco e ad un nulla di fatto. Come riportato dal The Times persino il consulente dell’Oms Jamie Metzl ha alluso a molteplici tentativi di insabbiamento da parte del governo di Pechino.

Indagine o visita guidata?

Sono state molte le voci all’interno dell’Oms che hanno criticato la condotta nel corso degli studi circa la sicurezza degli istituti di ricerca di Wuhan. Oltre allo stesso direttore dell’organizzazione, Adhanom Ghebreyesus, che ha più volte sostenuto come l’indagine all’interno dei laboratori non sia stata abbastanza ampia causa impedimenti, un altro alto membro dell’Oms, Larry Gostin, ha definito il sopralluogo come “una visita guidata a Disneyland”.

Chiaro, dunque, che prima di accettare di aprire i propri laboratori alle autorità internazionali la Cina abbia compiuto in autonomia le proprie valutazioni e, forse, si sia adoperata per “nascondere” il modo in cui effettivamente si è svolta la vicenda. Almeno, con l’obiettivo di non apparire né colpevole né impreparata di fronte ad una squadra di investigatori che, dal punto di vista di Pechino, entrava nell’epicentro della pandemia con l’obiettivo primario di trovare un colpevole al dramma sanitario mondiale.

La Cina aveva paura della Sars

Non è un segreto, infatti, che dopo l’epidemia di Sars la Cina si sia adoperata per evitare che una crisi sanitaria della stessa entità colpisse di nuovo il loro Paese. E negli studi sulle varianti della Sars e del loro incubatore principale, il pipistrello, si è contraddistinta negli anni una ricercatrice in particolare, Shi Zhengli, che si è guadagnata l’appellativo di Bat Lady.

Tuttavia, dai registri degli studi portati avanti dalla Zhengli non risultano varianti che avrebbero provocato i sintomi riscontrati invece nei pazienti colpiti da Covid-19. La stessa, infatti, negli scorsi mesi avrebbe dichiarato di aver tirato un “enorme sospiro di sollievo” quando è venuta a conoscenza della mancata correlazione tra i suoi studi e lo scopo della pandemia. Ma anche questa versione, dopo la netta presa di posizione del presidente americano Joe Biden nei confronti di Pechino, potrebbe essere nuovamente messa in discussione per dare vita ad un nuovo filone di approfondimenti.

Le paure (attuali) di Pechino

La pandemia di coronavirus ha inflitto alla Cina pesanti danni di immagine, rischiando di distruggere quel mito di perfezione e infallibilità che era riuscita a costruirsi nell’ultimo trentennio. Ammettere, riconoscere o scoprire che la malattia che ha atterrato il mondo ormai per un anno e mezzo sia imputabile a suoi errori rischierebbe infatti di farle perdere quei pilastri di credibilità internazionale che hanno contribuito alla sua esplosione produttiva.

Errore o episodio sfortunato, voluto o indesiderato e vero o falso, allo stato attuale, sono binomi che hanno ben poca importanza per Pechino, interessata principalmente a difendere la propria immagine in vista della ripartenza economica. E sotto questa chiave di lettura, in fondo, vanno anche lette le riserve dei cinesi nei confronti delle indagini internazionali, le quali rischierebbero di dare quel “colpo di grazia” di cui la Cina in questo momento proprio non avrebbe bisogno, considerando le possibilità di ripercussione anche commerciali qualora si confermassero gli insabbiamenti sul caso Wuhan. In uno scenario che, di conseguenza, rischierebbe di scombinare molti equilibri anche tra le sue storiche alleanze.

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